Di­mes­so XVI

Lo sti­le di (po­st) go­ver­no del Pa­pa eme­ri­to e qual­che pro­ble­ma col­la­te­ra­le. Re­gna­re e non re­gna­re

Il Foglio Quotidiano - - PRIMA PAGINA - DI MAU­RI­ZIO CRIPPA

Il ce­li­ba­to qui non è a te­ma. E nem­me­no gli ar­ca­na da spe­ri­co­la­ti va­ti­ca­ni­sti su chi ab­bia ra­gio­ne o tor­to, do­ve il dan­no e do­ve il do­lo. Si an­no­ta so­lo che la schiu­ma af­fio­ra da scon­tri fra­tri­ci­di in cor­so, mol­to con­cre­ti. Se il Pa­pa eme­ri­tus, at­tra­ver­so re­pen­ti­na co­mu­ni­ca­zio­ne del suo se­gre­ta­rio mons. Georg Gän­swein chie­de sia tol­ta la fir­ma al vo­lu­me pre­sen­ta­to co­me suo e del card. Ro­bert Sa­rah, il sen­so è chia­ro an­che a vo­ler tra­scu­ra­re il ma­dor­na­le fat­to che il se­gre­ta­rio par­ti­co­la­re do­vreb­be co­no­sce­re la col­lo­ca­zio­ne edi­to­ria­le di un te­sto del Pa­pa eme­ri­to, e ren­der­lo edot­to: quel­la fir­ma, su quel li­bro, in que­sto pre­ci­so mo­men­to, ri­schia di es­se­re in­ter­pre­ta­ta (da al­cu­ni in­te­res­sa­ti) co­me un at­to di go­ver­no, la con­fer­ma di una di­co­to­mia fun­zio­na­le che la for­ma dei due Pa­pi, pur sem­per re­for­man­da, in­ve­ce esclu­de per la stes­sa scel­ta ini­zia­le di Be­ne­det­to XVI. Il che non to­glie, ov­via­men­te, tut­to il pe­so per­si­no di­rom­pen­te di quan­to ha scrit­to di sua ma­no.

Que­sto pre­mes­so, si può fa­re una con­si­de­ra­zio­ne – non una cri­ti­ca, sa­reb­be stu­pi­do pri­ma che ir­ri­spet­to­so – non sul­la li­ber­tà del Pa­pa eme­ri­tus di “non ta­ce­re” ma sul suo sti­le di go­ver­no. Di quan­do cioè era al So­glio, e del suo mo­dus ope­ran­di sim­me­tri­co ora che non go­ver­na più (non è nel­la pos­si­bi­li­tà, am­mes­so ne ab­bia vo­glia) e nem­me­no è in con­di­zio­ne di eser­ci­ta­re una “lea­ding from be­hind”, co­me in­ve­ce mol­ti op­po­si­to­ri di Fran­ce­sco non man­ca­no mai di ri­ven­di­ca­re (crean­do, lo­ro sì, un dua­li­smo ine­si­sten­te dal mo­men­to che, con la re­nun­tia­tio, lo stes­so Be­ne­det­to isti­tu­zio­na­liz­zò l’esi­sten­za di un Pa­pa non più re­gnan­te). Ma se i più scal­ma­na­ti so­sten­go­no che “Be­ne­det­to ha da­to un or­di­ne e non un con­si­glio”, te­si lu­na­re, si­gni­fi­ca che un pro­ble­ma di go­ver­nan­ce c’è. E ha a che fa­re con l’in­te­ro pon­ti­fi­ca­to di Ra­tzin­ger. Da quan­do ha ri­nun­cia­to al­la fun­zio­ne pe­tri­na, è più vol­te in­ter­ve­nu­to pub­bli­ca­men­te con al­cu­ne sue no­te “go­ver­nan­ti”. E qual­che pro­ble­ma è sem­pre sor­to.

E’ in­te­res­san­te che si è trat­ta­to (qua­si) sem­pre di in­ter­ven­ti che so­no pun­tua­liz­za­zio­ni, rin­tuz­za­men­ti o pic­co­li re­go­la­men­ti di con­ti teo­lo­gi­ci ed ec­cle­sia­li in­tra­te­de­schi. Lo ha fat­to nel ca­so del suo te­sto “cen­su­ra­to” nel 2018, una pre­fa­zio­ne a una col­la­na teo­lo­gi­ca, che co­stò il po­sto al pre­fet­to per la Co­mu­ni­ca­zio­ne Da­rio Edoar­do Viganò. La par­te te­nu­ta na­sco­sta espri­me­va “sor­pre­sa per il fat­to che tra gli au­to­ri fi­gu­ri an­che il pro­fes­sor Hu­ner­mann, che du­ran­te il mio pon­ti­fi­ca­to si è mes­so in lu­ce per ave­re ca­peg­gia­to ini­zia­ti­ve an­ti­pa­pa­li”. Lo ha fat­to nell’apri­le scor­so con gli “ap­pun­ti” in­via­ti al men­si­le te­de­sco Kle­ru­sblatt su­gli scan­da­li mo­ra­li del­la chie­sa, in cui non man­cò di to­glier­si al­cu­ni sas­so­li­ni ri­spet­to agli an­ni po­st Con­ci­lio in cui “in non po­chi se­mi­na­ri (ac­ca­de­va che) stu­den­ti, sco­per­ti a leg­ge­re i miei li­bri, ve­ni­va­no con­si­de­ra­ti non adat­ti al sa­cer­do­zio”. E ora il te­sto sul ce­li­ba­to, in cui è evi­den­te che al cen­tro del suo pen­sie­ro ci sia “lo sci­sma” pro­gres­si­sta te­de­sco più che l’Amaz­zo­nia. Pro­fes­so­re e teo­lo­go qual è, in que­sti ca­si ha mo­stra­to un mi­ra­to in­te­res­se a chia­ri­re aspet­ti del suo pen­sie­ro e del suo suc­ces­si­vo ma­gi­ste­ro. Il che è le­git­ti­mo, è fon­te di pre­zio­sa am­mo­ni­zio­ne per la chie­sa e pu­re di gran­de go­di­men­to in­tel­let­tua­le. Ma va no­ta­to che – uo­mo di pen­sie­ro più che di go­ver­no – Be­ne­det­to XVI ha im­pe­gna­to an­che mol­to del suo pon­ti­fi­ca­to a chiu­de­re con­ten­zio­si re­la­ti­vi al­la sua pre­gres­sa espe­rien­za: con la Teo­lo­gia del­la li­be­ra­zio­ne, il Con­ci­lio, la ri­si­ste­ma­zio­ne sto­ri­ca e teo­lo­gi­ca del­la fi­gu­ra di Ge­sù con­tro al­cu­ne in­ter­pre­ta­zio­ni fuor­vian­ti. Ma ha mo­stra­to per l’in­ver­so un pol­so me­no fer­mo, o me­no acri­bia, in al­tre vi­cen­de poi do­lo­ro­sa­men­te esplo­se. Que­sto è sta­to il suo sti­le di go­ver­no, ma poi si è di­mes­so. I mo­ti­vi del­la ri­nun­cia so­no sol­tan­to quel­li cui lui per­so­nal­men­te ha ac­cen­na­to, ma tra le in­ter­pre­ta­zio­ni, al­cu­ne mol­to acu­te, che ne so­no sta­te da­te se ne può for­se ag­giun­ge­re una le­ga­ta al­la spe­ci­fi­ci­tà del suo sti­le di Pa­pa: non vo­le­va go­ver­na­re co­me un au­to­cra­te, o non lo sa­pe­va fa­re. Pe­rò com­piu­to quel pas­so, per­pe­tua­re quel­lo sti­le pun­tua­liz­zan­te e si­ste­ma­to­rio, nel re­cin­to di Pie­tro in cui ora vi­ve la di­men­sio­ne più emi­nen­te­men­te spi­ri­tua­le del mu­nus pe­tri­no, è fac­cen­da che cor­re il ri­schio di crea­re con­fu­sio­ni. Se vo­le­va re­gna­re – cioè pro­nun­cia­re pa­ro­le che sor­ti­sco­no un le­git­ti­mo ef­fet­to di leg­ge – ne ha avu­to il tem­po, pri­ma. Non è nep­pu­re pen­sa­bi­le im­pu­tar­gli di vo­ler get­ta­re ziz­za­nia: Jo­se­ph Ra­tzin­ger-Be­ne­det­to XVI ol­tre a es­se­re uno dei mas­si­mi in­tel­let­tua­li del suo se­co­lo è an­che un uo­mo mi­te e che ama con sem­pli­ci­tà di­sar­ma­ta e il­lu­mi­nan­te la chie­sa. Pe­rò al­tri for­se me­no, al­tri pron­ti a in­si­nuar­si nel­le pie­ghe sot­ti­li tra go­ver­no e gui­da spi­ri­tua­le. E non sem­pre è un agi­re in­ge­nuo, a fin di be­ne.

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