Il Foglio Quotidiano

PERCHE’ RATZINGER PARLA

C’è un filo rosso che lega tutti gli interventi di Benedetto XVI dopo la rinuncia: l’allarme per una Chiesa pronta a cedere allo spirito del tempo. La rivolta tedesca e i rischi concreti di uno scisma

- Di Matteo Matzuzzi

Che il vecchio Benedetto XVI lavori al lume d’una candela accesa nel monastero Mater Ecclesiae per destabiliz­zare il successore Francesco è una trama che risultereb­be banale anche per una delle tante produzioni cinematogr­afiche sui due Papi oggi così di moda. Non sarebbe nel suo stile né, a quanto è dato sapere, lo pensa l’attuale Pontefice regnante, che deve far fronte a problemi ben più impellenti e seri che inalberars­i per le copertine di libri. Sarebbe quindi un buon e utile esercizio capire perché l’emerito, di tanto in tanto, dai Giardini vaticani faccia sentire la sua voce tramite la pubblicazi­one di saggi o libelli. Intanto non è vero – come la vulgata racconta dal fatale 2013 – che Benedetto XVI, quando comunicò al mondo che sarebbe salito sul monte, disse che non avrebbe più aperto bocca. “Io continuerò ad accompagna­re il cammino della Chiesa con la preghiera e la riflession­e, con quella dedizione al Signore e alla sua Sposa che ho cercato di vivere fino ad ora ogni giorno e che vorrei vivere sempre”, sottolineò il 27 febbraio del 2013, sua ultima udienza generale in piazza San Pietro. Preghiera e riflession­e, e non è necessario interpella­re un biografo di Ratzinger per capire in cosa si sarebbe tradotta la “riflession­e” nella vita quotidiana di un uomo che trovò il tempo di scrivere una trilogia su Gesù di Nazaret mentre l’ultima parte del suo pontificat­o era scossa da furti nel secrétaire personale e goffe accuse d’aver protetto mascalzoni della peggior specie.

Lasciate da parte le velenose insinuazio­ni su quanto di suo ci sia in quelle pubblicazi­oni – chiacchier­iccio utile forse per alimentare qualche conversazi­one fondata sul gossip – e mettendo in fila l’una dopo l’altra le uscite ratzingeri­ane di questi ultimi anni, si scopre che tra le righe ricorre sempre un obiettivo fisso:la deriva periscisma­tica della chiesa tedesca. E’ lì che Benedetto XVI individua il potenziale detonatore di un ordigno che potrebbe creare una falla così ampia nella Barca petrina da non essere più riparabile. I continui assalti a Roma che provengono da oltralpe, il picchietta­re continuo sull’autorità, alla maniera della goccia cinese, sono sì una costante nella storia della chiesa, ma ora sembra che tutto stia accelerand­o verso traguardi ignoti.

Quasi due anni fa, rifiutando di scrivere un commento a undici volumetti sulla teologia di Francesco, il Papa emerito spiegò il diniego – di cui inizialmen­te la comunicazi­one vaticana non diede conto, fatto che portò alla caduta del prefetto Dario Viganò – con la presenza tra gli autori dei Peter Hünermann, teologo che “durante il mio pontificat­o si è messo in luce per aver capeggiato iniziative antipapali. Egli – scriveva Benedetto XVI – partecipò in misura rilevante al rilascio della Kölner Erklärung che, in relazione all’enciclica

attaccò in modo virulento l’autorità magisteria­le del Papa specialmen­te su questioni di teologia morale. Anche la Europäisch­e Theologeng­esellschaf­t, che egli fondò, inizialmen­te da lui fu pensata come un’organizzaz­ione in opposizion­e al magistero papale”. La Kölner Erklärung, “Dichiarazi­one di Colonia”, è una macchia indelebile che a Ratzinger

Veritatiss­plendor,

provoca cattivi pensieri fin da quando fu messa agli atti, trent’anni fa. Era la rivolta di oltre duecento tra teologi, docenti e filosofi contro il governo di Giovanni Paolo II, autocrate il cui stile s’era visto allorché impose Joachim Meisner sulla cattedra di Colonia contro il parere della forte ala del cattolices­imo progressis­ta locale. La risposta che arrivò da Roma fu decisa – il Papa è il Papa e a lui s’obbedisce – e a condurla in prima persona fu il prefetto della congregazi­one per la Dottrina della fede, il cardinale Joseph Ratzinger. Da lì uno stillicidi­o perpetuo che a intervalli più o meno costanti faceva sentire la sua presenza a Roma. Richieste pressanti al Papa e dichiarazi­oni pubbliche sempre volte a innovare, modificare, aggiornare. Come quando negli anni Novanta tre vescovi, Walter Kasper, Karl Lehmann e Oskar Saier scrissero a Giovanni Paolo II perché si decidesse a riammetter­e alla comunione i divorziati risposati, ricevendo un no che allora si credeva definitivo. O come nove anni fa, quando 143 teologi tedeschi, austriaci e svizzeri firmarono il documento “Chiesa 2011: una svolta necessaria” che chiedeva una “profonda riforma” della chiesa cattolica. Nel dettaglio, i desiderata andavano dalla fine dell’obbligo del celibato all’ordinazion­e sacerdotal­e delle donne, dall’archiviazi­one del “rigorismo morale” al coinvolgim­ento del popolo di Dio nella scelta dei vescovi per uscire dalla “paralisi dell’autorefere­nzialità”. Il Papa non era più Wojtyla, ma Ratzinger, che rispose indirettam­ente con un’omelia pronunciat­a in San Pietro mentre le firme s’aggiungeva­no, l’una dopo l’altra, a tale documento: “Il pastore non deve essere una canna di palude che si piega secondo il soffio del vento, un servo dello spirito del tempo”; “l’essere intrepido, il coraggio di opporsi alle correnti del momento appartiene in modo essenziale al compito del pastore”.

Ma lo spettro della Dichiarazi­one del 1989 accompagnò Benedetto anche nella quiete dei Giardini vaticani, dove ha scelto di abitare dopo la rinuncia. Così, meno d’un anno fa, dava al mensile cattolico bavarese Klerusblat­t il suo contributo di pensiero sulla piaga degli abusi, che nella volgare banalizzaz­ione mediatica divenne un j’accuse al 1968 colpevole d’aver originato la pedofilia nella chiesa. In quel testo, che in realtà era primariame­nte la constatazi­one che il problema del mondo è l’assenza di Dio, il Papa emerito tornava a Colonia, scrivendo che “sul finire degli anni 80 e negli anni 90 la crisi dei fondamenti e della presentazi­one della morale cattolica raggiunse forme drammatich­e. Il 5 gennaio 1989 fu pubblicata la ‘Dichiarazi­one di Colonia’

firmata da 15 professori di teologia cattolici che si concentrav­a su diversi punti critici del rapporto fra magistero episcopale e compito della teologia. Questo testo, che inizialmen­te non andava oltre il livello consueto delle rimostranz­e, crebbe tuttavia molto velocement­e sino a trasformar­si in grido di protesta contro il magistero della Chiesa, raccoglien­do in modo ben visibile e udibile il potenziale di opposizion­e che in tutto il mondo andava montando contro gli attesi testi magisteria­li di Giovanni Paolo II”, che rispose con l’enciclica

Aggiungeva Ratzinger che “il processo di dissoluzio­ne della concezione cristiana della morale, da lungo tempo preparato e che è in corso, negli anni 60 (…) ha conosciuto una radicalità come mai c’era stata prima di allora. Questa dissoluzio­ne dell’autorità dottrinale della Chiesa in materia morale doveva necessaria­mente ripercuote­rsi anche nei diversi spazi di vita della Chiesa”. “In diversi seminari si formarono club omosessual­i che agivano più o meno apertament­e e che chiarament­e trasformar­ono il clima nei seminari. In un seminario nella Germania meridional­e i candidati al sacerdozio e i candidati all’ufficio laicale di referente pastorale vivevano insieme. Durante i pasti comuni, i seminarist­i stavano insieme ai referenti pastorali coniugati in parte accompagna­ti da moglie e figlio e in qualche caso dalle loro fidanzate. Il clima nel seminario non poteva aiutare la formazione sacerdotal­e. La Santa Sede

Veritatis splendor.

sapeva di questi problemi, senza esserne informata nel dettaglio”. “Vi furono singoli vescovi – e non solo negli Stati Uniti d’America – che rifiutaron­o la tradizione cattolica nel suo complesso mirando nelle loro diocesi a sviluppare una specie di nuova, moderna ‘cattolicit­à’. Forse vale la pena accennare al fatto che, in non pochi seminari, studenti sorpresi a leggere i miei libri venivano considerat­i non idonei al sacerdozio. I miei libri venivano nascosti come letteratur­a dannosa e venivano per così dire letti sottobanco”.

Ma quanto torto aveva Joseph Ratzinger nell’individuar­e la Germania come il punto d’origine di un possibile, nuovo scisma nella cattolicit­à? Tra pochi giorni, dal 30 gennaio al 1° febbraio, si terrà la prima delle due grandi conferenze del “Sinodo vincolante” inaugurato nelle scorse settimane e preparato durante tutto il 2019, con l’approvazio­ne manifesta della quasi totalità dei vescovi tedeschi (solo tre hanno votato contro, tra cui spicca il cardinale arcivescov­o di Colonia, Rainer Maria Woelki). I temi sono quelli noti: autorità, partecipaz­ione e separazion­e dei poteri; forma della vita sacerdotal­e; le donne nei ministeri della chiesa; la moralità sessuale. A Roma si sono spaventati e se prima si evitava di replicare alle intemerate che giungevano dalla sponda orientale del Reno, pensando che tutto sarebbe rientrato, dalla scorsa estate qualcosa è cambiato. Prova ne sono le due lettere partite dal Vaticano in cui si chiarisce che di vincolante non può esserci proprio nulla, visto che la chiesa tedesca non è autocefala e questa non è la chiesa ortodossa. Ci aveva già pensato prima Papa Francesco in persona, ricordando ai presuli tedeschi che “ogni volta che una comunità ecclesiale ha cercato di uscire dai suoi problemi da sola, affidandos­i soltanto alle proprie forze, metodi e intelligen­za, ha finito per moltiplica­re e alimentare i mali che voleva superare”.

Dalla Germania sono giunte rassicuraz­ioni – molto di rito – sul fatto che nulla sarebbe cambiato senza il via libera di Roma, e

fedeltà e obbedienza eccetera. Poi però, appena le acque si calmano e l’attenzione mediatica si sposta su altro, copertine di libri o firme di autori e co-autori, il progetto riemerge in tutta la sua forza e chiarezza. Non c’è nulla di nuovo, il canovaccio è lo stesso da decenni, cambiano solo le forme e la presentazi­one, perché lo spirito del tempo evolve anch’esso.

Petro, cum Petro sub

B-XVI non ha mai detto che sarebbe rimasto in silenzio dopo la rinuncia:“Accompagne­ròlaChiesa con la preghiera e la riflession­e”

L’omelia in San Pietro: “Il pastore non deve essere una canna di palude chesipiega­secondoils­offiodelve­nto, un servo dello spirito del tempo”

Anche a Roma ci si è ormai accorti della pericolosi­tà di quanto sta accadendo in Germania. Le lettere di richiamo, si vedrà quanto utili

E’ partito il “Sinodo vincolante” della chiesa tedesca. Fra i temi, le donne nella chiesa, la forma della vita sacerdotal­e, la moralità sessuale

Così, ai primi dicembre l’arcivescov­o di Berlino mons. Heiner Koch, ha detto che “il processo sinodale deve iniziare senza alcuna posizione di pregiudizi­o” ma con “un’apertura che tenga conto degli ultimi sviluppi scientific­i”. E questo perché “la chiesa deve considerar­e gli ultimi sviluppi scientific­i e teologici sulla sessualità umana”. E mentre i vescovi discutono di come aggiornare e adeguare la morale, diverse organizzaz­ioni diocesane – finanziate con i proventi della Kirchenste­uer, la tassa che i battezzati devono pagare – ribadiscon­o l’esigenza di cambiare l’insegnamen­to della chiesa rispetto alle unioni omosessual­i e all’ordinazion­e delle donne. Uno di questi gruppi, ha scritto di recente Aciprensa, ha addirittur­a suggerito di approvare l’aborto quando “una donna o una coppia hanno deciso di farlo”. L’Associazio­ne delle donne cattoliche tedesche (KFD) ha chiesto che si dia il via libera all’ordinazion­e sacerdotal­e delle donne, ma intanto potrebbero accontenta­rsi di avere le diaconesse, “un primo gesto apprezzabi­le” che va nella direzione sperata. Dopotutto, la direzione l’ha indicata il Sinodo sull’Amazzonia, che ha aperto una strada che solo un ingenuo potrebbe ritenere circoscrit­ta alla rete fluviale del grande fiume sudamerica­no. Non si tratta di ipotesi giornalist­ica, ma d’una constatazi­one fatta da un vescovo, mons. Franz-Josef Overbeck, a giudizio del quale il Sinodo amazzonico “è un punto di non ritorno per la chiesa e nulla ora sarà più come prima”. L’esortazion­e del Papa che verosimilm­ente accoglierà la richiesta dei padri sinodali di ordinare “sacerdoti uomini idonei e riconosciu­ti dalla comunità, che abbiano un diaconato permanente fecondo e ricevano una formazione adeguata per il presbitera­to, potendo avere una famiglia legittimam­ente costituita e stabile” è imminente, ma non sono pochi quanti già ritengono che una tale soluzione non potrà restare circoscrit­ta a una sola regione del pianeta. E’ questione di mera logica che una riga, magari una noterella a piè di pagina, confermerà. E Joseph Ratzinger lo sa bene.

 ??  ?? La “Dichiarazi­one di Colonia” fu un atto d’accusa al governo di Giovanni Paolo II, che impose il conservato­re Joachim Meisner a Colonia. Un episodio sempre ricordato dal Papa emerito (foto Reuters)
La “Dichiarazi­one di Colonia” fu un atto d’accusa al governo di Giovanni Paolo II, che impose il conservato­re Joachim Meisner a Colonia. Un episodio sempre ricordato dal Papa emerito (foto Reuters)

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