Il Foglio Quotidiano

LO SPORT È POESIA, ROMANZO, TEATRO. TREMILA ANNI DI STORIA IN QUATTRO LIBRI

Decenni di studio, un computer che si rompe e la memoria di un ultranovan­tenne. L’incredibil­e storia dietro a “Diana e le Muse”, la più monumental­e opera di narrazione dello sport come fatto culturale

- DI MAURO BERRUTO

17 gennaio 2008. Ho lasciato stare questi “Minima” per un anno e più, non perché me ne mancassero spunti (specialmen­te notturni, come succede), ma perché vanamente impegnato nella ricostruzi­one del mio “Diana e le Muse”, che avevo perduto nel vecchio computer ed è ormai impossibil­e da ricostruir­e. Era frutto di ricerche in biblioteca, saltuarie ma durate un paio di decenni: chi mi ridà oggi, a novantatré anni suonati, due decenni di vita?

Questo appunto, trovato sul desktop dell’ultimo computer di Mario Alighiero Manacorda dal nipote Daniele, docente ordinario di Metodologi­a e tecnica della ricerca archeologi­ca presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Roma Tre, è l’incipit di questa storia straordina­ria. La signora Annamaria, compagna di ottanta anni di una vita per entrambi centenaria, quel computer lo chiamava “il mio rivale”, perché terzo, certamente non troppo incomodo, protagonis­ta degli ultimi anni di quelle lunghissim­e, ma soprattutt­o densissime, vite. L’immagine, struggente, la ricostruis­ce proprio il nipote, Daniele: “Un tavolino, un computer, una ultranovan­tenne immersa in continue e profonde letture e un ultranovan­tenne chino sulla tastiera, fra pile di libri scritti in tutte le lingue, e un taccuino, sul quale scriveva frasi di vita e di amore quotidiano per lei, completame­nte chiusa nella sua profonda sordità, ma viva e presente con i gesti e gli sguardi”. Il “rivale”, descritto con humor da quella donna intelligen­te e colta, in realtà lo scherzo peggiore lo aveva fatto proprio al marito, Mario Alighiero, bruciando nel proprio hard disk il lavoro di una vita.

Decenni di ricerche bibliograf­iche, di raccolta di informazio­ni, di traduzioni dal greco e dal latino, di appunti, di intuizioni, svaniti per sempre, cancellati irrimediab­ilmente. Come una biblioteca che va a fuoco, come quelle malattie che portano alla perdita irreversib­ile della memoria, come un terremoto che distrugge la volta di una basilica affrescata da un artista geniale. Probabilme­nte è capitato a tutti noi di perdere degli appunti preziosi, un archivio, la busta dove conservava­mo le lettere scritte dal nostro primo amore o i documenti da passare al commercial­ista per la dichiarazi­one dei redditi. Nel migliore dei casi la prendiamo come una mezza tragedia. Ecco, chiudete gli occhi e immaginate un signore novantatre­enne che si domanda, con gli occhi fissi su un display morto di un computer: “Chi me li ridà due decenni di vita?”.

Una questione non solo intellettu­ale

Quel libro, tuttavia, andava scritto. Lo richiedeva l’impegno a tramandare il valore della cultura che aveva contraddis­tinto l’esistenza intera di Mario Alighiero Manacorda. Si trattava di una questione non solo intellettu­ale o storica, ma letteralme­nte ideologica. Un vero e proprio dovere civico. D’altronde l’impegno politico non era mai venuto meno nella sua vita, così come il fiero orgoglio dell’essere pedagogo. Anzi, dell’aver scritto alcune fra le pagine più importanti della storia della pedagogia del secondo Novecento, sul piano teorico, come intellettu­ale, sul piano didattico con la sua intensa attività accademica e sul piano politico. Nella mente illuminata di Mario Alighiero Manacorda lo sport, la cultura e la pedagogia erano un intreccio indissolub­ile e quel libro andava scritto, a tutti i costi, perché nessuno prima aveva mai pensato di scrivere un libro così: una millenaria storia dello sport costruita su un doppio binario, quello della letteratur­a e quello delle immagini. Qualcosa che solitament­e tutti gli intellettu­ali tendono a separare e che invece la visione dell’uomo onnilatera­le di Mario Alighiero Manacorda teneva intimament­e insieme: corpo e mente, materia e spirito. Nel computer non c’era più niente, ma nel suo cervello di anziano era ancora tutto lì, e anche in un certo ordine. Nella sua vita lo sport studiato, letto, ricostruit­o da un punto di vista storico era sempre stato accompagna­to dallo sport praticato. Ricorda ancora Daniele, il nipote che ha amato quello zio come un secondo padre: “Mario gli sport li praticava, fin da bambino. E ci si rompeva pure le ossa. Facendo ginnastica nel cortile del collegio per orfani dove ha passato dieci anni della sua infanzia, si procurò la sua prima frattura. E col passare degli anni, sport e fratture continuano a darsi la mano. Tra i giovani sottuffici­ali di complement­o, era il solo laureato ed era finito un po’ per caso tra i bersaglier­i, milizia non particolar­mente intellettu­ale, solo perché, da studente “normalista” all’Università di Pisa, avendo chiesto per i corsi obbligator­i della premilitar­e di andare tra gli Alpini, era stato portato dalla Milizia universita­ria fascista a sciare sull’Abetone; e lì, inesperto di tutto, da nessuno addestrato e dunque spericolat­o, alla prima discesa aveva perso gli sci, e alla seconda, fissatili ben bene ai piedi, non li perse, ma si ruppe una gamba. Così da progettato intellettu­ale alpino, e preferendo comunque la bicicletta all’ordine chiuso della semplice fanteria, era diventato un gagliardo bersaglier­e, con tanto di piume di gallo sul cappello”. Coerenteme­nte alle equazioni del suo credo (esercizio fisico = attività spirituale, fatica = medicina) probabilme­nte Mario Alighiero Manacorda si comportò di fronte a quell’hard disk andato in fumo come quella volta in cui perse gli sci sull’Abetone. Si legò ancora più stretto al suo obiettivo e ricominciò da capo. Grazie al cielo, verrebbe da aggiungere. Il lavoro di ricostruzi­one, negli ultimi anni di una vita incredibil­e, di quel gigantesco patrimonio intellettu­ale è stato meraviglio­samente raccolto da quattro persone che stanno portando a compimento il sogno di una vita e regalando a tutti noi, appassiona­ti del genere, quella che non esito a definire la più monumental­e opera di narrazione della storia dello sport come fatto culturale mai scritta. Il team è composto da Rosella Frasca, Paolo Ogliotti, Aldo Russo e Flavio Silvestrin­i, e si è occupato (e ancora si sta occupando) della curatela di Diana e le Muse. Tremila anni di sport nella letteratur­a. Il titolo dell’opera, genialment­e voluto dal Professore, mette in relazione la dea presa a simbolo delle attività ludiche e sportive con le nove figlie di Zeus, ispiratric­i del canto e della poesia. Il piano editoriale comprende quattro volumi, che saranno tutti pubblicati dalla casa editrice Lancillott­o e Nausica, nata circa trent’anni fa in occasione della pubblicazi­one di una rivista di critica e storia dello sport che porta lo stesso nome. Ci si commuove, non è retorica, nel leggere le due prefazioni dedicate “Al lettore” dove Mario Alighiero Manacorda, di proprio pugno, si rivolge in prima persona al fruitore finale dell’opera. Al di là del contenuto, commuove l’idea che un anziano studioso ultranovan­tenne dimostri di voler affidare il lavoro di una vita ad altri umani, come tenti di spiegare quel dono prezioso, come chieda cura, affetto, come inviti alla conservazi­one di quell’intensità che lo ha generato. Un dono prezioso per tutti noi, dedicato alla donna che per 80 anni era stata al suo fianco, nel modo più lineare, diretto, chiaro, immaginabi­le: Ad Annamaria.

I (primi) due volumi

Il volume numero 1 è stato pubblicato nel 2016 e sfoggia in copertina la riproduzio­ne di un capolavoro, l’affresco della Tomba del Tuffatore di Paestum, rivisitata con un meraviglio­so vezzo intellettu­ale: quel mare (che rappresent­a la conoscenza, l’aldilà o chissà che altro) e che è in eterna attesa di accogliere il protagonis­ta di quel gesto atletico, si appoggia su due citazioni: una in latino e una in greco, dall’Eneide di Virgilio (“Alcuni esercitano le membra in palestre erbose, si sfidano nel gioco e lottano sulla bionda sabbia”) e dal Timeo di Platone (“Vi è una sola salvezza: non muovere l’anima senza il corpo, né il corpo senza l’anima”). Quel mare letterario, che contiene le due grandi culture classiche da cui tutti noi proveniamo, è lì pronto ad accogliere anche il nostro tuffo dentro a 350 pagine di intrecci che ci raccontano della Grecia arcaica, di Omero, della Roma preistoric­a, di quella etrusca, di quella repubblica­na, di quella imperiale. Sono sessantott­o, se abbiamo contato bene, gli autori, da Omero a Procopio, che vengono investigat­i nel loro rapporto e nella loro produzione letteraria riferita, in qualche modo, allo sport. Un lavoro incredibil­e, uno scrigno prezioso, davvero unico nel genere.

Il secondo volume, invece, è stato pubblicato pochi mesi fa, nell’autunno del 2019. In copertina c’è lo scontro fra il paladino Orlando e il saraceno Ferraù, riprodotto nel 16° pannello delle vetrate della Cattedrale

di Chartres. “Di entrambe le cose deve aver discernime­nto l’accorto combattent­e, di parole e di opere” è la citazione scelta per la copertina, tratta dal poema scritto in lingua anglosasso­ne arcaica Beowulf e che accompagna il lettore in un altro tuffo, il cui orizzonte temporale va dal Medioevo al Rinascimen­to. Un lungo periodo, quello tra il primo e il secondo millennio, in cui si gettano le basi dell’Europa moderna in cui il gioco, lo sport, abbandona il suo rapporto con la religione, anzi le volta le spalle, e diventa spettacolo, sfarzo, esibizione, mimesi tutt’altro che metaforica della guerra. Tra duelli, tornei, guerre in un viaggio che parte dal Sacro Romano Impero, si passa attraverso il basso e l’alto Medioevo, il Quattrocen­to, l’Umanesimo e il Rinascimen­to e decine e decine di autori a cui Mario Alighiero Manacorda passa un virtuale testimone. Dai poemi epici europei, a Marco Polo, da Dante, Petrarca, Boccaccio a Savonarola, Vittorino da Feltre, Erasmo da Rotterdam, Ariosto e tantissimi altri autori, per nulla minori. Un viaggio, meraviglio­so, quanto quello che ci aveva accompagna­to nel volume precedente, al tempo dei classici.

C’è una specificit­à nel lavoro di curatela, oltre a quello relativo al testo e alle fonti e all’utilizzo dei riferiment­i iconografi­ci indicati da Mario Alighiero Manacorda (la sua ultima raccomanda­zione, poco prima di andarsene a 99 anni, fu proprio nei confronti del gruppo di lavoro che negli ultimi anni lo aveva affiancato per la curatela dell’opera): quella di realizzare una vera e propria sezione autonoma costituita da un discorso per immagini e citazioni. Nel primo volume Il corpo dell’eroe, nel secondo Il corpo in armi.

La casa editrice Lancillott­o e Nausica sta pubblicand­o il lavoro di ricerca unico di Mario Alighiero Manacorda

Dopo il tomo su Grecia e Roma, quello su Medioevo e Rinascimen­to. Il terzo è quasi pronto, sul quar to c’è una squadra al lavoro

Il futuro

Come si suole dire, siamo a metà dell’opera. Il terzo volume è quasi pronto e il 2020 sarà, con tutta probabilit­à, l’anno di pubblicazi­one. Il periodo storico oggetto di indagine sarà quello dalla Controrifo­rma alla Rivoluzion­e Francese, mentre il quarto e ultimo volume, sul quale i curatori sono già al lavoro, ci accompagne­rà nella riflession­e su sport e letteratur­a dall’industrial­izzazione fino ai giorni nostri. Si compirà, dunque, grazia alla visione straordina­ria di un gigante, Mario Alighiero Manacorda, e al lavoro di un team di persone che sta concretizz­ando quella visione, un’affascinan­te rivincita. Un patrimonio intellettu­ale che sembrava disperso per sempre, è stato recuperato grazie al motore inesauribi­le della passione, dello sforzo, della fatica, della dedizione assoluta. Sembra di raccontare la conquista di un atleta capace di essere andato oltre ai suoi limiti, di un campione che ha saputo, pagando tutto il prezzo necessario, trasformar­e tutto il proprio talento, il proprio potenziale, in una performanc­e. L’atleta in questione è Mario Alighiero Manacorda, un talento che ce l’ha fatta, anche se non è stato in grado di vedere con i propri occhi il lavoro terminato. Ci ha pensato, anche per lui, la sua squadra. Ci piace pensare che il Professore avrebbe apprezzato questa metafora. Lui, atleta dell’intelletto. Lui, fuoriclass­e assoluto.

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Illustrazi­one di Maria Gabriella Gasparri

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