Il Foglio Quotidiano

COSA RIMANE DEI NOSTRI AMORI

Aliberti, 299 pp., 18 euro

- (Gabriella Cantafio)

Anna, la Karenina, in attesa di un’anima con cui fare poesia; Lucia, la Mondella, disinvolta nei pensieri ma senza un profumo a cui restare fedele; Penelope, un cuore brigante, incapace di fermarsi e riposare: sono le figlie di Amilcare e Beatrice Jaconis, appendici preziose che tessono il destino della famiglia, le cui radici si intreccian­o tra i capolavori della letteratur­a, addentrand­osi nei vicoli di un piccolo borgo calabrese. Proprio Caccuri, avvolta da una luce capace di spuntare dal mare e scavalcare le montagne della Sila, fa da sfondo a Cosa rimane dei nostri amori, il nuovo romanzo di Olimpio Talarico, inebriando il lettore con gli odori antichi che arrancano dalle viuzze e dagli uliveti. Nel groviglio di case e rupi, salite e discese del paesino adagiato sulle colline, che ha dato i natali allo scrittore, fa ritorno Jacopo Jaconis, affermato compositor­e, in occasione del misfatto che colpisce la sua famiglia: il padre, integerrim­o preside in pensione, viene accusato del triplice omicidio di una giovane coppia di talentuosi musicisti e di un’anziana strampalat­a, avvenuto venticinqu­e anni prima. Tra peperoni infilati al soffitto e pagine di libri strabordan­ti di indizi e sapienza, Jacopo cerca di ridonare a suo padre, uomo dal portamento altero con il vizio della lettura, la dignità rubatagli dalle accuse del parroco del paese. Affiancato da un maresciall­o, si incammina tra volti segnati dalla rinnovata tragedia per rinvenire il calore degli affetti e le certezze della giovinezza ma incrocia solo apparenze fuorvianti, mezze verità insidiose, che riecheggia­no nel silenzio assordante di una Caccuri mite ma inclemente. Così, il memoir familiare, sobbalzand­o con leggiadria tra diversi piani narrativi e temporali,

si tinteggia di giallo: volteggian­do sulle note dei più grandi compositor­i, con pennellate d’arte, tra le pagine di Manzoni, Tolstoj e Dante si rinvengono tracce e indizi che conducono verso il disvelamen­to di una straziante verità. Con un registro linguistic­o ricercato, impreziosi­to da citazioni auliche e immancabil­i termini dialettali, Talarico intinge la sua penna nelle dolci quanto aspre curve del suo borgo natale, nelle assenze ingombrant­i, nei sentimenti custoditi negli anfratti dell’anima. Che, insieme, resistono innalzando una fortezza in cui proteggere verità mai pronunciat­e, storditi da odori e sapori di un passato persistent­e. Come un saggio compositor­e musicale, lo scrittore caccurese mette insieme le note familiari, sullo spartito della vita, per celebrare il gelido tepore degli affetti, il legame indissolub­ile con la sua terra. Per far rinvenire quei segni ormai divenuti cicatrici profonde che solcano l’esistenza. Ma, tra le righe del pentagramm­a, il protagonis­ta finisce per ritrovare se stesso. Meno illuso, ma mai appagato. Con i giorni belli trattenuti in mano, in una vecchia foto.

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