LA FI­NE DEL COR­RI­SPON­DEN­TE

La guer­ra tra Wa­shing­ton e Pe­chi­no è an­che gior­na­li­sti­ca. Così la rac­con­ta chi è sta­to cac­cia­to dal­la Ci­na

Il Foglio Quotidiano - - ALLELUIA, L’ITALIA S’E’ DESTA - Di Giu­lia Pom­pi­li

L’han­no so­pran­no­mi­na­ta la re­gi­na del­la qua­ran­te­na. E’ Amy Qin, cor­ri­spon­den­te dal­la Ci­na del New York Ti­mes, che in tre me­si è sta­ta in iso­la­men­to, co­me nor­ma pre­cau­zio­na­le per la Covid, in quat­tro cit­tà di­ver­se. Qin è sta­ta una del­le pri­me gior­na­li­ste ad ar­ri­va­re a Wu­han all’ini­zio dell’epi­de­mia. Ha rac­con­ta­to, sul Ti­mes e via so­cial network, la vi­ta nell’epi­cen­tro dei con­ta­gi. A me­tà feb­bra­io è sta­ta eva­cua­ta dai militari ame­ri­ca­ni ed è sta­ta tra­sfe­ri­ta a San Die­go, ma po­co do­po è tor­na­ta a Pe­chi­no, via Seul. Non era trascorso nean­che un me­se dal suo rien­tro quan­do la Ci­na ha de­ci­so di espel­le­re tre­di­ci, pra­ti­ca­men­te qua­si tut­ti i gior­na­li­sti del New York Ti­mes, Wall Street Jour­nal e Wa­shing­ton Po­st. Da ot­to anni Pe­chi­no era la sua ca­sa, ma Qin è sta­ta co­stret­ta nel gi­ro di po­chi gior­ni a tro­va­re un mo­do per tor­na­re a Los An­ge­les – e met­ter­si di nuo­vo in au­toi­so­la­men­to. Poi, a me­tà apri­le, si è tra­sfe­ri­ta nel­la ca­pi­ta­le di Tai­wan, Tai­pei, “la mia nuo­va ba­se per scri­ve­re di Ci­na”. Amy Qin ha scrit­to del­le sue qua­ran­te­ne nel mez­zo di una pan­de­mia, ma il suo rac­con­to è an­che un ri­trat­to del­le con­se­guen­ze più do­lo­ro­se e si­gni­fi­ca­ti­ve del­lo scon­tro tra Ame­ri­ca e Ci­na. Il 17 mar­zo scor­so, la de­ci­sio­ne di Pe­chi­no di espel­le­re un nu­me­ro im­pres­sio­nan­te di re­por­ter di me­dia ame­ri­ca­ni, so­spen­den­do op­pu­re non rin­no­van­do i visti gior­na­li­sti­ci, è sta­ta ac­col­ta nell’am­bien­te dei gior­na­li, so­prat­tut­to tra chi si oc­cu­pa di que­stio­ni asia­ti­che, co­me un cam­bio di pas­so no­te­vo­le nell’evo­lu­zio­ne di questa spe­cie di “nuo­va Guer­ra fred­da” tra Pe­chi­no e Wa­shing­ton. La de­ci­sio­ne ci­ne­se è di­ret­ta­men­te col­le­ga­ta al­la mos­sa pre­ce­den­te che ar­ri­va­va dall’Ame­ri­ca: il 18 feb­bra­io scor­so l’Am­mi­ni­stra­zio­ne Trump ha de­ci­so di elen­ca­re i cin­que me­dia sta­ta­li ci­ne­si che ope­ra­no sul ter­ri­to­rio ame­ri­ca­no – Xi­n­hua, Chi­na Ra­dio, Chi­na Daily, il Gior­na­le del po­po­lo e il Chi­na Global Te­le­vi­sion Network – nel­la lista del­le rap­pre­sen­tan­ze di go­ver­ni stra­nie­ri, e quin­di sog­get­ti a regole si­mi­li a quel­le dei di­plo­ma­ti­ci ne­gli Sta­ti Uni­ti. E’ un mo­do per di­re: sap­pia­mo che non fa­te la­vo­ro gior­na­li­sti­co, per­ché non siete indipenden­ti. E, di conseguenz­a, an­che un mo­do per li­mi­ta­re il nu­me­ro dei di­pen­den­ti dei gran­di me­dia ci­ne­si su suo­lo ame­ri­ca­no. Nel­le stes­se ore, Pe­chi­no ha de­ci­so di re­vo­ca­re il vi­sto gior­na­li­sti­co ai primi tre re­por­ter del Wall Street Jour­nal (uf­fi­cial­men­te a cau­sa del ti­to­lo a un ar­ti­co­lo d’opi­nio­ne pub­bli­ca­to sul gior­na­le e de­fi­ni­to “raz­zi­sta”. Il ti­to­lo era “Chi­na Is the Real Sick Man of Asia”). L’at­tri­to di­plo­ma­ti­co tra Wa­shing­ton e Pe­chi­no par­te an­che da qui, da una guer­ra di­plo­ma­ti­ca che si è tra­sfe­ri­ta nel set­to­re del gior­na­li­smo. Ma po­ne an­che un in­ter­ro­ga­ti­vo più pro­fon­do, sul sen­so stes­so del gior­na­li­smo, che non do­vreb­be es­se­re con­si­de­ra­to una rap­pre­sen­tan­za di­plo­ma­ti­ca, e che non do­vreb­be ri­spon­de­re a lo­gi­che po­li­ti­che. Né da una par­te (la pro­pa­gan­da), né dall’al­tra (i mes­sag­gi di­plo­ma­ti­ci). Per i gior­na­li­sti stra­nie­ri in Ci­na, rac­con­ta­re la Ci­na al di là di quel­lo che la Ci­na vor­reb­be che si di­ces­se di lei fuo­ri dai suoi confini è sem­pre sta­ta una sfida tut­to som­ma­to eleganteme­nte tol­le­ra­ta. Poi pe­rò è successo qual­co­sa.

Fa­re il cor­ri­spon­den­te in Ci­na è co­me col­ti­va­re un amo­re non cor­ri­spo­sto. Ci vuole im­pe­gno, te­na­cia, ca­pa­ci­tà di in­cas­sa­re i col­pi. Bi­so­gna mi­glio­rar­si sem­pre per es­se­re ac­cet­ta­ti, per­ché l’Asia è un luo­go osti­le per un gior­na­li­sta oc­ci­den­ta­le, e pro­prio co­me l’amo­re sa sba­raz­zar­si dei cor­pi estra­nei. Bi­so­gna ac­con­ten­tar­si dei pic­co­li ri­sul­ta­ti, dei ge­sti quo­ti­dia­ni, an­che quan­do sai che mai e poi mai quell’amo­re sa­rà ri­cam­bia­to. E’ un equi­li­brio dif­fi­ci­le. Me lo rac­con­ta­va così, un po’ di tem­po fa, un vec­chio cor­ri­spon­den­te au­stra­lia­no che ave­va vis­su­to qua­rant’anni a Pe­chi­no: la Ci­na è co­me l’amo­re, non vuole sve­lar­si mai del tut­to, a vol­te sa es­se­re ven­di­ca­ti­va, ma basta far­ci i con­ti. Per que­sto mo­ti­vo forse, tra i gior­na­li­sti stra­nie­ri che ope­ra­no su ter­ri­to­rio ci­ne­se, esi­sto­no fi­gu­re epiche, fa­mo­se co­me rock­star. Tra lo­ro c’è Ch­ris Buc­kley, gior­na­li­sta del New York Ti­mes, che per ventiquatt­ro anni ha stu­dia­to il ci­ne­se, il Par­ti­to co­mu­ni­sta, la so­cie­tà ci­ne­se dal bu­reau di Pe­chi­no. Buc­kley ha trascorso più gior­ni di tut­ti a Wu­han, è sta­to spes­so pre­so di mi­ra dal Global Ti­mes, il ta­bloid del Par­ti­to, e quan­do è sta­to co­stret­to a la­scia­re il pae­se per­ché a Pe­chi­no han­no de­ci­so di non rin­no­var­gli il vi­sto è sta­ta la fi­ne di un’èra. Fi­gu­re si­mi­li so­no quel­le dei gior­na­li­sti che rac­con­ta­ro­no il mas­sa­cro di piaz­za Tien’an­men nel giu­gno del 1989. E’ quel­lo l’an­no in cui la Ci­na ini­zia a in­di­vi­dua­re i gior­na­li­sti sco­mo­di, quel­li cioè che han­no “esa­ge­ra­to” nel rac­con­to del­le pro­te­ste. Nel 1989 al­cu­ni re­por­ter ven­go­no cac­cia­ti, in­di­vi­dual­men­te, in de­ro­ga all’aper­tu­ra al gior­na­li­smo stra­nie­ro sul cam­po che ave­va so­ste­nu­to il pre­si­den­te Deng Xiao­ping. E in­fat­ti, do­po Tien’an­men, per tut­ti gli anni No­van­ta e Due­mi­la i re­por­ter di me­dia este­ri tor­na­no a es­se­re os­ser­va­ti, con­trol­la­ti, ma dif­fi­cil­men­te cac­cia­ti (con tre ec­ce­zio­ni nel 1995 e nel 1998, con un gior­na­li­sta giap­po­ne­se e due te­de­schi). Tut­to cam­bia nel 2012, men­tre Xi Jin­ping si pre­pa­ra­va al­la sua de­fi­ni­ti­va asce­sa a pre­si­den­te. La pri­ma a es­se­re espul­sa dal­la Ci­na, quell’an­no, è Me­lis­sa Chan, americana e ca­po dell’uf­fi­cio di Pe­chi­no di Al Ja­zee­ra. L’ir­ri­ta­zio­ne era forse do­vu­ta a un do­cu­men­ta­rio sui la­vo­ri for­za­ti in Ci­na man­da­to in on­da dall’emit­ten­te del Qa­tar. Tre anni do­po è la vol­ta del­la si­no­lo­ga e gior­na­li­sta Ur­su­la Gau­thier, cor­ri­spon­den­te del fran­ce­se L’Obs, che si oc­cu­pa del­le con­di­zio­ni del­la mi­no­ran­za ui­gu­ra in Ci­na. Al­la Gau­thier vie­ne chie­sto di scu­sar­si per i suoi ar­ti­co­li, op­pu­re di la­scia­re il pae­se. Il te­ma de­gli ui­gu­ri, del ter­ro­ri­smo isla­mi­co e del­la regione del­lo Xi­n­jiang, in se­gui­to, di­ven­ta così sen­si­bi­le per Pe­chi­no che nel 2018 ar­ri­va il ri­ti­ro del vi­sto gior­na­li­sti­co al ca­po dell’uf­fi­cio ci­ne­se di Buz­z­feed, Me­gha Ra­ja­go­pa­lan, che ha scrit­to il pri­mo, fa­mo­sis­si­mo re­por­ta­ge sul­la sor­ve­glian­za di sta­to nel­lo Xi­n­jiang.

Ste­ven Lee Myers è il ca­po dell’uf­fi­cio di Pe­chi­no del New York Ti­mes. An­che lui è sta­to espul­so, e ades­so la sua nuo­va ca­sa è a Seul: “Su dieci gior­na­li­sti che ave­va­mo in Ci­na ne ab­bia­mo persi ot­to”, spie­ga al Fo­glio. “Due, un gior­na­li­sta di Sin­ga­po­re e un ame­ri­ca­no, so­no an­co­ra a Pe­chi­no e Shan­ghai. Stia­mo cer­can­do di rac­con­ta­re la Ci­na an­che ora, ma non è fa­ci­le in que­ste con­di­zio­ni, e con la pan­de­mia”. Ad al­cu­ni di lo­ro il vi­sto è sta­to an­nul­la­to, ad al­tri, co­me Buc­kley, non è sta­to rin­no­va­to: “E’ successo do­po che Wa­shing­ton ha pre­so dei prov­ve­di­men­ti con­tro i gior­na­li­sti ci­ne­si in Ame­ri­ca. E’ sta­ta una pre­sa di po­si­zio­ne re­ci­pro­ca. Ma la gran­de differenza tra noi e lo­ro è che ov­via­men­te noi ab­bia­mo mol­te re­stri­zio­ni nel no­stro la­vo­ro quotidiano in Ci­na, e lo­ro no. Poi bi­so­gna an­che in­ten­der­si su co­sa si­gni­fi­ca fa­re spio­nag­gio, ci so­no mol­te sfu­ma­tu­re. Mol­ti gior­na­li­sti scri­vo­no report non de­sti­na­ti al pub­bli­co, e per me, co­me gior­na­li­sta, va be­ne. L’uni­ca co­sa che non pos­so giu­sti­fi­ca­re è quan­do un go­ver­no in­ter­fe­ri­sce con il no­stro la­vo­ro”, di­ce Myers al Fo­glio. E’ an­che mol­to or­go­glio­so del­la sua squa­dra: “Il no­stro obiet­ti­vo non è so­lo par­la­re del­le re­la­zio­ni con l’Ame­ri­ca, di Hong Kong o del­lo Xi­n­jiang, dei di­rit­ti uma­ni. Par­lia­mo di tut­ti gli aspetti del­la so­cie­tà ci­ne­se. Si trat­ta di sa­pe­re com’è la Ci­na di og­gi, e quan­do man­ca­no que­sto ti­po di re­por­ta­ge e di ar­ti­co­li, il mon­do è più igno­ran­te. E in un cer­to sen­so lo so­no an­che mol­te per­so­ne all’in­ter­no del­la Ci­na. Ci so­no gran­di ec­ce­zio­ni di ec­cel­len­te gior­na­li­smo indipenden­te den­tro la Ci­na, ma mol­ti me­dia di­pen­do­no dal go­ver­no. E per esem­pio sul­lo Xi­n­jiang, do­po che la stampa este­ra ha in­si­sti­to, il go­ver­no di Pe­chi­no è sta­to co­stret­to a ri­spon­de­re”. Myers è sta­to per mol­to tem­po cor­ri­spon­den­te da Mo­sca, e quin­di gli chie­dia­mo se è giu­sto par­la­re di nuo­va Guer­ra fred­da? “Di si­cu­ro è una re­mi­ne­scen­za, ma sia­mo an­da­ti ol­tre lo scon­tro tra due si­ste­mi, ca­pi­ta­li­smo con­tro co­mu­ni­smo. Non c’è una guer­ra, non è un con­flit­to aperto, ma di­plo­ma­ti­co, politico: il go­ver­no di Xi ha as­sun­to un at­teg­gia­men­to ag­gres­si­vo e na­zio­na­li­sta, e lo stes­so ha fat­to Do­nald Trump”.

Tra i gior­na­li­sti cac­cia­ti dal­la Ci­na c’è un’al­tra leg­gen­da­ria re­por­ter: An­na Fi­field, ca­po del bu­reau di Pe­chi­no del Wa­shing­ton Po­st. La Fi­field è una ve­te­ra­na dell’Asia orien­ta­le, dal 2014 al 2018 ca­po dell’uf­fi­cio di To­kyo, e au­tri­ce dell’uni­ca bio­gra­fia at­ten­di­bi­le del lea­der nor­d­co­rea­no Kim Jong Un (da po­co tra­dot­ta in ita­lia­no da Blac­kie

Edi­zio­ni). Quan­do è ar­ri­va­ta la no­ti­zia dei visti re­vo­ca­ti, Fi­field era a ca­sa sua, in Nuo­va Ze­lan­da, e quin­di tec­ni­camen­te non è sta­ta espul­sa: “Spe­ro di po­ter tor­na­re in Ci­na que­st’esta­te”, spie­ga al Fo­glio. “Ma so che sa­rà an­co­ra più dif­fi­ci­le fa­re gior­na­li­smo da lì”. Il Par­ti­to co­mu­ni­sta ci­ne­se sta di­ven­tan­do sem­pre più de­ter­mi­na­to nel tra­smet­te­re il suo mes­sag­gio al mon­do ester­no: “Lo ab­bia­mo vi­sto con l’emer­ge­re dei di­plo­ma­ti­ci chia­ma­ti ‘Wolf Warrior’, che so­no mol­to ef­fi­ca­ci sia nel­le lo­ro di­chia­ra­zio­ni pub­bli­che sia nell’uso di Twit­ter, che è vietato in Ci­na. In que­sto con­te­sto, il Par­ti­to cer­ca di ri­dur­re o met­te­re a ta­ce­re le vo­ci che con­trad­di­co­no la sua ver­sio­ne de­gli even­ti”. Que­sto ha un im­pat­to su tut­ti i gior­na­li­sti indipenden­ti ci­ne­si che han­no cer­ca­to di rac­con­ta­re l’epi­de­mia di co­ro­na­vi­rus, per esem­pio, e su­gli in­tel­let­tua­li dis­si­den­ti che so­no sta­ti mes­si a ta­ce­re, “ma si­gni­fi­ca an­che che è di­ven­ta­to mol­to più dif­fi­ci­le il la­vo­ro dei cor­ri­spon­den­ti stra­nie­ri in Ci­na. Sia­mo re­go­lar­men­te se­gui­ti e osta­co­la­ti, a vol­te fer­ma­ti, men­tre fac­cia­mo il no­stro la­vo­ro. Men­tre si co­pro­no no­ti­zie fuo­ri dal­le cit­tà di Pe­chi­no o Shan­ghai, non è ra­ro es­se­re cir­con­da­ti dal­la po­li­zia e co­stret­ti a la­scia­re la cit­tà. Ma an­che a Pe­chi­no, du­ran­te l’epi­de­mia, ho avu­to pro­ble­mi a fa­re re­por­ting per stra­da. E’ successo che tep­pi­sti o po­li­ziot­ti lo­ca­li mi fer­mas­se­ro men­tre par­la­vo con le per­so­ne”. E’ in que­sto con­te­sto, spie­ga Fi­field, che è av­ve­nu­ta la più am­pia e si­gni­fi­ca­ti­va espulsione di gior­na­li­sti ame­ri­ca­ni dal­la Ci­na. Ma an­che pri­ma del­le espul­sio­ni, “la Ci­na ave­va fat­to dei visti un’ar­ma, con­ce­den­do per esem­pio dei per­mes­si mol­to bre­vi, a vol­te sol­tan­to di un me­se, a quei re­por­ter che ave­va­no af­fron­ta­to que­stio­ni de­li­ca­te co­me lo Xi­n­jiang. Usa­no i visti bre­vi pro­prio per cer­ca­re di in­ti­mi­di­re i cor­ri­spon­den­ti stra­nie­ri a non scri­ve­re cer­te sto­rie”. Se ho bi­so­gno di un vi­sto per la­vo­ra­re, cer­che­rò di es­se­re più ce­de­vo­le su cer­ti ar­go­men­ti. La fa­se di passaggio di og­gi, pe­rò, se­con­do Fi­field, co­me pu­re per Myers, ha a che fa­re an­che con la po­li­ti­ca del­la Ca­sa Bian­ca: “L’espulsione dei gior­na­li­sti fa chia­ra­men­te par­te del­le cre­scen­ti osti­li­tà tra Ci­na e Sta­ti Uni­ti, che non ri­guar­da­no so­lo la guer­ra com­mer­cia­le o la tec­no­lo­gia di Hua­wei, ma una enor­me lot­ta di po­te­re. I me­dia so­no di­ven­ta­ti l’ul­ti­mo cam­po di bat­ta­glia”. La Ci­na ha cac­cia­to i gior­na­li­sti ame­ri­ca­ni e l’Ame­ri­ca ha co­stret­to a la­scia­re de­ci­ne di gior­na­li­sti ci­ne­si: “Men­tre esi­sto­no dub­bi sul fat­to che i gior­na­li­sti ci­ne­si che la­vo­ra­no per i me­dia sta­ta­li sia­no ef­fet­ti­va­men­te dei gior­na­li­sti, la ri­tor­sio­ne del­la Ci­na è estre­ma­men­te ne­ga­ti­va per gli Sta­ti Uni­ti. Per­ché in que­sto mo­do si sta li­mi­tan­do l’ac­ces­so dei let­to­ri ame­ri­ca­ni a in­for­ma­zio­ni non fil­tra­te sul­la Ci­na. E’ sta­to gra­zie ai cor­ri­spon­den­ti stra­nie­ri che il mon­do ha sco­per­to la ve­ri­tà su ciò che ac­ca­de nel­lo Xi­n­jiang. Se non ci so­no più cor­ri­spon­den­ti

A feb­bra­io la Ci­na ha de­ci­so di espel­le­re tre­di­ci gior­na­li­sti del New York Ti­mes, Wall Street Jour­nal e Wa­shing­ton Po­st

Ste­ven Lee Myers, ca­po dell’uf­fi­cio di Pe­chi­no del New York Ti­mes: “Su dieci gior­na­li­sti in Ci­na ne ab­bia­mo persi ot­to”

An­na Fi­field, ca­po del bu­reau di Pe­chi­no del Wa­shing­ton Po­st: “Così si li­mi­ta l’ac­ces­so a in­for­ma­zio­ni non fil­tra­te dal­la Ci­na”

Be­tha­ny Al­len-Ebra­hi­mian, Chi­na re­por­ter di Axios: “A Xi Jin­ping non in­te­res­sa più com­pia­ce­re l’oc­ci­den­te e i suoi me­dia”

sul cam­po in Ci­na, è un ma­le per tut­ti”.

Be­tha­ny Al­len-Ebra­hi­mian, Chi­na re­por­ter di Axios, sa­reb­be do­vu­ta di­ven­ta­re cor­ri­spon­den­te da Pe­chi­no dell’Agen­ce France Pres­se. Ha fat­to do­man­da di vi­sto nel no­vem­bre del 2018, ma a mag­gio dell’an­no do­po le han­no det­to che non lo avreb­be mai avu­to. An­che la Al­len-Ebra­hi­mian fa par­te di una clas­se di gior­na­li­sti mol­to at­ten­ti alle que­stio­ni ci­ne­si. Di­ce al Fo­glio: “A par­ti­re dal 1978, con l’aper­tu­ra al mon­do del­la Ci­na, i lea­der ci­ne­si era­no mol­to cau­ti con l’oc­ci­den­te. Vo­le­va­no es­se­re ac­cet­ta­ti co­me mem­bri a pie­no ti­to­lo del­la so­cie­tà glo­ba­le; non vo­le­va­no più es­se­re con­si­de­ra­ti un re­gi­me ca­na­glia. E que­sto si­gni­fi­ca­va an­che ave­re un cor­po di cor­ri­spon­den­ti stra­nie­ri”. La li­nea era quel­la di an­dar­ci cau­ti con i gior­na­li­sti dei me­dia este­ri, un po’ ba­sto­ne e un po’ ca­ro­ta, “ma dan­do sem­pre lo­ro la pos­si­bi­li­tà di re­sta­re, an­che se il Par­ti­to ave­va spes­so un rap­por­to con­flit­tua­le con lo­ro”. Se­con­do Al­len-Ebra­hi­mian quei gior­ni stan­no per fi­ni­re. Per­ché al­la Ci­na di Xi Jin­ping non in­te­res­sa più com­pia­ce­re l’oc­ci­den­te, non ne ha più bi­so­gno. Le regole han­no ca­rat­te­ri­sti­che ci­ne­si. “Pen­so che le nuo­ve re­stri­zio­ni del di­par­ti­men­to di sta­to sui di­pen­den­ti dei me­dia ci­ne­si sia­no sta­te vi­ste co­me un’op­por­tu­ni­tà d’oro per sven­tra­re la pre­sen­za del­la stampa este­ra. I lea­der del Par­ti­to non cre­do­no di aver più bi­so­gno dei gior­na­li­sti stra­nie­ri per rag­giun­ge­re la le­git­ti­mi­tà agli oc­chi del mon­do”. “E pos­so qua­si ga­ran­tir­ti che que­sto è so­lo l’ini­zio, non la fi­ne. Vi­ste le nuo­ve e ter­ri­bil­men­te mal con­ce­pi­te re­stri­zio­ni del di­par­ti­men­to di Si­cu­rez­za ame­ri­ca­no nei con­fron­ti dei gior­na­li­sti ci­ne­si, pen­so che la prossima mos­sa del go­ver­no ci­ne­se po­treb­be es­se­re quel­la di espel­le­re tut­ti i gior­na­li­sti ame­ri­ca­ni o im­por­re re­stri­zio­ni così du­re da smet­te­re di fa­re que­sto la­vo­ro”. Per Al­len-Ebra­hi­mian stia­mo an­dan­do ver­so la fi­ne di una ge­ne­ra­zio­ne di cor­ri­spon­den­ti ame­ri­ca­ni in Ci­na. “E non so an­co­ra se questa sa­rà una conseguenz­a dif­fu­sa con gli al­tri pae­si oc­ci­den­ta­li. I gior­na­li­sti ita­lia­ni, in­gle­si, po­lac­chi, con­ti­nue­ran­no a es­se­re au­to­riz­za­ti a la­vo­ra­re in Ci­na? Ve­dre­mo”.

Un vo­lon­ta­rio di pub­bli­ca si­cu­rez­za leg­ge un gior­na­le in vi­sta del­la Dop­pia ses­sio­ne dei due ra­mi del Parlamento ci­ne­se nel 2018 (fo­to Reu­ters/Tho­mas Pe­ter)

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