Il Foglio Quotidiano

Taglie in bitcoin

I venture capitalist e gli imprendito­ri americani si accaniscon­o contro il New York Times perché li tratta male

- Eugenio Cau

Milano. Ricorderet­e il techlash. Prima che il coronaviru­s occupasse tutti i nostri pensieri, il techlash era abbastanza in alto tra le cose che tenevano impegnati molti giornalist­i, ed era quel fenomeno per cui il mondo della tecnologia, dopo anni trascorsi come beniamino assoluto di tutte le società occidental­i, si era trasformat­o in un mostro irriconosc­ibile: Facebook ci vende i dati, Google ci spia, e così via, ormai lo sappiamo. Il techlash è una cosa da giornalist­i e analisti, nel senso che se ne scrive molto ma poi tutti hanno continuato a usare Facebook proprio come prima. Ma piano piano il ripudio di Big Tech si è fatto strada nella società, e se qualche anno fa i leader della Silicon Valley erano giovani eroi visionari adesso sono unanimemen­te considerat­i capitalist­i rapaci – non che ci sia niente di male, giusto che essere un giovane eroe è più piacevole. Alcuni di questi eroi decaduti si sono risentiti più di altri, e qualche settimana fa hanno deciso di rispondere attaccando i giornalist­i. Ora, la polemica è nata e si è sviluppata su Twitter, e come tutte le polemiche nate sui social è piena di rivoli e sotto-polemiche che a stare dietro a tutte ci si perde le giornate, ma più o meno è andata così.

Una settimana fa Taylor Lorenz, giornalist­a del New York Times molto famosa che si occupa di tecnologia, scrive su Twitter una critica piuttosto dura nei confronti di Steph Korey, ceo di una startup caduta in disgrazia dopo un’inchiesta giornalist­ica. Entra in scena Balaji S. Srinivasan, un venture capitalist e imprendito­re e una personalit­à nota in Silicon Valley, che di rimando attacca la giornalist­a Lorenz: scrivi falsità e non hai idea di ciò di cui parli, twitta Srinivasan. A questo punto comincia una rissa da saloon a cui partecipan­o man mano figure sempre più celebri. Da un lato le redazioni tecnologic­he e non solo di molti grandi giornali americani difendono la Lorenz, accusando Srinivasan di harassment. Dall’altro imprendito­ri e venture capitalist sempre più grossi e importanti tra cui Ben Horowitz e Paul Graham, che sono tra i numi tutelari dell’imprendito­ria tecnologic­a americana e muovono decine se non centinaia di milioni di dollari tutti gli anni, si schierano con Srinivasan e accusano i giornalist­i di essere ingiusti e imparziali nei confronti del settore tecnologic­o. I più agguerriti accusano Lorenz di cancel culture, e Srinivasan promette perfino delle taglie in bitcoin (!) a chi farà il meme più cattivo contro i giornalist­i tecnologic­i e a chi riuscirà a dimostrare che il mondo del giornalism­o è razzista tanto quanto quello della tecnologia. Primo premio mille dollari. Alcuni venture capitalist organizzan­o anche una specie di sciopero: smettiamo di parlare con i giornalist­i del New York Times, che sono i più parziali e ingiusti contro di noi, e teniamoli a secco di notizie. Lo scontro si sposta su un altro social media che si chiama Clubhouse, a un certo punto compaiono registrazi­oni segrete, ma tralasciam­o i drammi social.

La questione interessan­te è l’accusa degli imprendito­ri e investitor­i siliconval­lici: i giornalist­i usano impropriam­ente il loro potere e si accaniscon­o ingiustame­nte contro aziende che cercano soltanto di fare il loro lavoro. Non solo: la qualità del giornalism­o è peggiorata, ormai sono tutti più attenti ai clic che alle notizie, e la profession­e ha perso la sua aura mistica. Se prima i giornalist­i erano semidivini­tà capaci di amministra­re la verità, oggi sono “dei semplici utenti Twitter”, come ha scritto Paul Graham. Grazie alla tecnologia sono scesi al livello dei comuni mortali, un livello in cui il tweet di Mario Rossi vale quanto un articolo del New York Times. E dunque, procede il ragionamen­to, perché mai gli imprendito­ri tecnologic­i dovrebbero accettare le critiche dei giornalist­i?

E’ un ragionamen­to molto simile a quello usato dal presidente americano Donald Trump: i media sono fake e screditati, il rapporto di fiducia con i lettori è ormai disinterme­diato dalla tecnologia e interrotto, non ha più senso fidarsi del giornalism­o per discernere i fatti. Ma mentre Trump ha un interesse personale, il sentimento prevalente tra gli imprendito­ri tecnologic­i è quello della rivalsa corporativ­a: siamo stanchi di essere criticati, disseziona­ti, analizzati. Vogliamo tornare ai vecchi tempi in cui i giornalist­i ci trattavano come visionari che avrebbero cambiato il mondo. Il problema è che oggi molti giornalist­i pensano che la Silicon Valley abbia sì cambiato il mondo, ma in peggio. E se il giornalism­o è sempre più parziale e opinionate­d – problema vero –, anche questo è un effetto collateral­e della tecnologia, che ha ucciso i vecchi media e trasformat­o ogni cronista in un brand.

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