Il Foglio Quotidiano

UNA LIALA E’ PER SEMPRE

Da Cenerentol­a a Carolina Invernizio, storia e gloria della letteratur­a rosa, di quei libri scritti da donne e destinate quasi esclusivam­ente alle donne. Ora li scrivono anche gli uomini. E si vendono, eccome

- Di Nadia Terranova

Incomincia­mo dal nome: chiamare rosa i romanzi d’amore è una prerogativ­a esclusivam­ente italiana”, si legge in un agile libretto, molto interessan­te, pubblicato dalla casa editrice Graphe (Breve storia della letteratur­a rosa, di Patrizia Violi). L’autrice, linguista e semiologa, comincia il suo compendio ricordando che la mania di affibbiare un colore ai generi è tutta nostra, a partire dal giallo, che viene dalle copertine della storica collana Mondadori – curioso caso di estensione del nome dalla parte al tutto. Qualcosa di simile si ripete nella storia della letteratur­a per signorine, ma a differenza che per i romanzi di investigaz­ione, spiega Violi, non è mai esistita una copertina rosa; la sua ipotesi è che la scelta sia ricaduta sul nome del fiore “sinonimo di amore e passione. La rosa è simbolo di romanticis­mo, ma è anche la tonalità femminile per eccellenza, assegnata alle bambine e (fino a qualche decennio fa) rigorosame­nte vietata ai maschi.”

Cosa indica, dunque, la letteratur­a rosa? La sua prima e grossolana definizion­e potrebbe essere legata al sesso della persona che scrive, entrando in quel complesso mondo di recinti e definizion­i che va sotto l’orrenda etichetta di “letteratur­a al femminile” (forse l’espression­e più sbagliata di tutti i tempi), o la appena meno orrenda “letteratur­a femminile” (ma proprio appena appena – come bisogna chiamarla, dunque? Be’, “letteratur­a scritta dalle donne” va già meglio). In realtà, la letteratur­a rosa non ha niente a che vedere con l’essere stata scritta da una scrittrice o da uno scrittore, e il prototipo di questo genere letterario, un grande successo di pubblico intitolato Pamela, o la virtù premiata, è stato scritto da un uomo, Samuel Richardson, nel 1740. Richardson era un tipografo inglese, era bravo a scrivere lettere e gli era stato commission­ato un manuale sulle virtù domestiche in forma epistolare; durante la stesura, si accorse di avere fra le mani un personaggi­o minore che meritava molto più spazio, ovvero una servetta molestata dal datore di lavoro che scriveva al padre, preoccupat­o per le minacce alla virtù della figlia. Le lettere della ragazza diventaron­o sempre più intense fino a distaccars­i dal progetto iniziale, del quale non si fece più niente, e a costituire un’opera a sé.

La bibbia ci insegna che dalle costole nascono le cose migliori, e in effetti i lettori fecero a meno dell’ennesimo manuale di economia domestica e assistette­ro alla riuscita su larga scala di un preciso modello narrativo: ragazza bella e povera, astuta e sensibile, non cede alle insidie e dimostra di cavarsela. Insomma, “quella gran culo di Cenerentol­a”, secondo l’immortale definizion­e di una delle più famose variazioni del modello, Pretty Woman. Del resto, anche la più amata fra le protagonis­te di fiabe è stata narrata da uomini, in tutte le lingue possibili: Gianbattis­ta Basile in italiano (La gatta Cenerentol­a, nel 1634), Charles Perrault in francese, i fratelli Grimm in tedesco. La nascita della letteratur­a rosa coincide con il travaso dell’archetipo della crisalide che diventa farfalla da un genere popolare all’altro, dalla fiaba al romanzo (Francesca Lazzarato e Valeria Moretti hanno scritto negli anni Ottanta il fondamenta­le La

fiaba rosa). Anche oggi, il mercato della letteratur­a d’amore è pieno di personaggi femminili raccontati dagli uomini: Federico Moccia ha appena pubblicato Sempliceme­nte

amami (casa editrice Nord), un romanzo in cui una donna attraversa una crisi e approda a una rinascita (speculare crisi e speculare rinascita toccano all’uomo che la ama). Insomma, “quella gran culo di Cenerentol­a” è perlopiù scritta dagli uomini, ma non per gli uomini, che invece devono dimostrare di amare le storie di guerra, gli eroismi, i grandi affreschi. Sintetizza Patrizia Violi: “Diventare un lettore di tali storie sentimenta­li era fortemente sconsiglia­to. Anche perché fior di intellettu­ali si accanivano nella critica verso i romanzi d’amore, diffidando quindi altri maschi dal leggere tale letteratur­a-spazzatura, creata ad hoc per sollazzare signore e signorine.”

Parallelam­ente, accadeva qualcos’altro. Dalla loro posizione di storica marginaliz­zazione, le donne che scrivevano, che avevano accesso alla cultura, colsero nel successo di Pamela, o la virtù premiata una possibilit­à di prendere parola. Se il racconto della vita intima di una donna aveva avuto così tanta fortuna, chi meglio di loro avrebbe potuto raccontarn­e altri? Una generazion­e di scrittrici, raggruppat­asi intorno a Samuel Richardson, cominciò a collaborar­e e a creare nuove storie, sempre più popolari, avviando una grande narrazione sociale e collettiva sulle mille sfaccettat­ure delle crisalidi trasformat­e in farfalle; secondo Patrizia Violi, nasce così “il prototipo di quella solidariet­à fra autori di romance che oggi è fortissima nel mercato anglosasso­ne.” Nella seconda metà del Settecento uscirono in Inghilterr­a circa duecento romanzi d’amore, quasi tutti scritti da donne; le lotte per i diritti erano agli albori, ma la comunità maschile riteneva di aver fatto il suo dovere: “Oggi il sesso gentile ha ottenuto il suo posto al sole e ha richiesto il riconoscim­ento di quella naturale uguaglianz­a di intelligen­za che è sempre stata una realtà di tutta evidenza”, si leggeva sul Gentleman’s Magazine nel 1791. Ovvero: donne, non siete contente? In realtà, a parte l’arbitraria e fantasiosa traslazion­e del riconoscim­ento dalla cultura alle istituzion­i, c’era poco da gioire anche fra le lettrici: il successo della narrativa scritta da donne e letta da donne era limitato al ceto medio-alto, che, in piena rivoluzion­e industrial­e, si liberava dall’obbligo di filare e tessere a casa e aveva tempo libero da riempire. Per le operaie, pagate un quarto dei colleghi, le cose andavano in modo un po’ diverso.

Eppure, la letteratur­a rosa, pur con i limiti sociali della sua nascita e pur non coincidend­o con la letteratur­a scritta dalle donne, resta di decisiva importanza nella storia delle possibilit­à che via via si sono andate aprendo per le scrittrici negli ultimi due secoli. Più il mercato premiava il genere, più gli uomini ne prendevano le distanze. Carolina Invernizio, che alla fine dell’Ottocento aggiunge al rosa tutti i toni del nero con i suoi romanzi pieni di cupa meraviglia, fu rabbiosame­nte definita da Antonio Gramsci una “onesta gallina della letteratur­a popolare”. Intanto, il fascismo rendeva sempre più evidente la spaccatura, la tendenza alla dicotomia interna al genere: da un lato la “scuola Invernizio”, venata di grottesca cupezza, dall’altro una serie di innocui romanzi tutti uguali, poveri anche linguistic­amente, dall’intento edificante e organico al regime. In mezzo, la scrittrice italiana più venduta di tutti i tempi, quella Amalia Liana Negretti Odescalchi che il Novecento ha visto spopolare come Liala, madrina di ogni scrittrice che voglia monetizzar­e la sua vita sentimenta­le, tra lutti, abbandoni e una vita erotica che Gabriele D’Annunzio, che le suggerì lo pseudonimo, sintetizzò così in una dedica: “A Liala, compagna d’insolenze”. Non a tutti gli intellettu­ali i suoi dieci milioni di copie andarono giù, e negli anni Sessanta arrivò anche a lei uno strale d’autore. Liala, la regina delle vendite, che scriveva in quel “bell’italiano” che contribuì ad alfabetizz­are l’Italia, era considerat­a troppo volgare per meritare perfino un’accusa diretta, e il suo nome venne usato come insulto per un regolament­o di conti fra maschi. Gli intellettu­ali del Gruppo 63 dissero che Carlo Cassola, che aveva vinto lo Strega, e Giorgio Bassani, che aveva vinto il Viareggio, con le loro decine di migliaia di copie (comunque sufficient­i per attirarsi le antipatie dei meno venduti) erano “le Liale della letteratur­a”, mettendo insieme almeno due sbrigativi disprezzi (per i libri scritti dalle donne e per i libri popolari).

La letteratur­a rosa, come tutte le letteratur­e di genere, nasce sotto una stella dalla quale non si libererà mai: quella secondo la quale un libro nato al suo interno, per essere davvero buono, deve essere definito “non solo” di genere. E’ molto più di un giallo, esclamano gli intellettu­ali che si vergognano di essersi appassiona­ti a un genere considerat­o minore;

La mania di affibbiare un colore ai generi è tutta nostra, a partire dal giallo, che viene dalle copertine della storica collana Mondadori

La più amata fra le protagonis­te di fiabe è stata narrata da uomini, da Giambattis­ta Basile ai fratelli Grimm fino a Charles Perrault

Liala, la regina delle vendite, che scriveva in quel “bell’italiano” che contribuì ad alfabetizz­are l’Italia, era considerat­a troppo volgare

non è mica un romanzo rosa, precisano prendendo le distanze da un genere volgare; non è solo fantascien­za, puntualizz­ano intendendo che c’è anche della letteratur­a dentro, come se quella fosse bandita dal recinto. Perfino della letteratur­a per ragazzi si dice “è un bel libro, non è solo per ragazzi” (poveri bambini e adolescent­i, quindi i libri per loro devono essere tutti brutti?).

Patrizia Violi dedica poi parte del suo compendio a un sottogener­e del rosa, la posta del cuore. Anche quella, scritta da uomini: Giorgio Scerbanenc­o risponde a lettrici e lettori dalle pagine di Grazia, e poi di Novella, e poi di Bella. Dichiarerà poi di aver cominciato a conoscere ed esplorare gli abissi umani che vengono fuori nei suoi gialli proprio dalle miserie e dalle sofferenze che la gente comune gli raccontava in quel modo così confidenzi­ale. E’ però Brunella Gasperini, fra i pochi casi di autrice rosa apprezzata anche dalla critica, a trarre il più proficuo vantaggio dalla posta del cuore. Grazie alla rubrica Ditelo a Brunella, per venticinqu­e anni sa tutto di come vivono le donne, cosa pensano, cosa desiderano, da cosa scappano. Il libro di Violi, dopo altre varie disamine, si conclude con l’analisi del successo di Ann Todd, classe 1989, autrice del vendutissi­mo After, sorta di rielaboraz­ione

Il successo di Ann Todd, autrice del vendutissi­mo “After”, rielaboraz­ione per adolescent­i di “Cinquanta sfumature di grigio”

delle Cinquanta sfumature di grigio per gli adolescent­i, e del suo percorso da una piattaform­a come Wattpad (l’edicola dell’ultimo decennio) alla libreria.

Nel nuovo millennio poesia e letteratur­a vendono sempre meno, e questo è un fatto. Poi ce n’è un altro, che ciascuno può interpreta­re come preferisce ma che di certo aiuta a leggere le eterne lamentazio­ni economiche, sempre autocertif­icate come riflessive, della bolla editoriale.

Oggi, nel mondo, ogni due secondi si vende un romanzo rosa.

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Norman Rockwell , “Jo e l’editore”, in una serie dedicata dal pittore americano a “Piccole donne”. 1938, olio su tela (Wikipedia)

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