Il Foglio Quotidiano

Vale ancora essere cattolici

La Chiesa e la Verità nelle parole di un vescovo italiano

- Antonio Suetta con Diego Goso

Parliamo di Chiesa in uscita, come piace a papa Francesco. E questo vuol dire parlare di una Chiesa coraggiosa. Ma c’è ancora il coraggio nella Chiesa di oggi di saper portare la diversità evangelica? O, come qualcuno sospetta, viviamo il complice compromess­o con il mondo?

Se qualcuno oggi pronuncias­se una frase come: “io ho la verità”, la mia impression­e è che sobbalzere­bbero sulla sedia tanti cattolici, anche tra i più conservato­ri; penso che avere la verità, conoscere la verità – è poi l’espression­e di Gesù: “Conosceret­e la verità…” – voglia dire: seguire l’aspirazion­e fondamenta­le dell’uomo strettamen­te connessa con la felicità e con il bene, con la situazione morale. La verità è decisiva, risponde all’appetito dell’intelligen­za per cui senza la verità l’uomo è un “morto”.

Oggi, un pericolo pervasivo per la Chiesa è di essere quiescenti riguardo alla convinzion­e di segno opposto: la verità non ce l’ha nessuno. Gli innovatori, promotori di tutte le possibili e immaginabi­li riforme, aperture, adeguament­i e accompagna­menti, sortiscono un solo effetto: vedere insieme con loro fuori della Chiesa tutti quelli che con loro concordano e che li applaudono. I fautori che si prodigano, ad esempio, riguardo all’ordinazion­e femminile – o ad altre questioni simili – non sono generalmen­te praticanti e fedeli, ma sono personaggi ideologizz­ati e appassiona­ti a tematiche avulse dalla fede cattolica, e che fanno cadere i primi nella trappola occulta, diabolica di distrugger­e la Chiesa. Certe sensibilit­à dipendono da uno scriteriat­o avvallo di dottrine mondane, alle quali si vorrebbero assoggetta­re i contenuti della fede, parlando impropriam­ente di aggiorname­nto, dimentican­do soprattutt­o che non dev’essere il mondo a giudicare la fede, ma la fede a giudicare il mondo. Comprendo che l’espression­e “giudicare il mondo” provochi spesso un po’ di orticaria, ma, se si conosce davvero la fede, non si può non ammettere che così dev’essere. Oggi abbiamo anche un parlamento tedesco del cammino sinodale, formato in maniera assolutame­nte anomala per la tradizione e la prassi della Chiesa, con laici che votano e che sono una presenza numericame­nte maggiore rispetto a quella dei vescovi. Questo rimarca la quiescenza esistente: un grande travisamen­to non accettabil­e, poiché certamente si può e si deve consultare il popolo di Dio in relazione al senso comune dei fedeli, ma un atto dottrinale e normativo da redigere, sancito anche da un voto, rimane compito del magistero, di coloro che, con il sacramento dell’Ordine, sono costituiti in autorità nella Chiesa. Non è questione di essere o meno aggiornati, si tratta piuttosto del patrimonio della fede.

Tutto ciò è ancor più grave se vede coinvolti dei vescovi. E se, in questo modo, costoro giungesser­o anche al triste risultato perseguito, introducen­do ciò che non è lecito, alla fine non si potrebbe dichiarare una vittoria. Potrebbero prevalere numericame­nte, come spesso è accaduto nelle molteplici vicende di eresie o di scismi. Lutero aveva dalla sua parte i principi in lotta per l’autonomia dal centralism­o romano; oggi ci sono altri principi, quelli del pensiero unico, quelli delle varie cupole culturali o finanziari­e a supporto di questa situazione. Ma alla fine chi vince davvero? Indipenden­temente dai numeri, il trionfo in questo mondo e soprattutt­o in ordine alla vita eterna è di chi rimane integralme­nte ancorato alla vera fede. Qui la mia grande fiducia: anche rimanendo in pochi, si può conservare “la vittoria che ha sconfitto il mondo”, come ci ricorda san Giovanni (1Gv 5,4). Non lo dico da presuntuos­o, come chi brandisce fede, dogma e tradizione come se fossero armi contro qualcuno, ma sempliceme­nte con la verità dei fatti.

Più leggo la Sacra Scrittura, che va sempre letta sapendo che il Signore parla oggi alla sua Chiesa, più trovo nella Parola la chiave per decifrare chiarament­e quello che stiamo vivendo, e mi sorprende la volontà di molti, ostinatame­nte vagabondi per altre vie. Mi interroga dolorosame­nte come si possa non vedere un ribaltamen­to di tutti i valori, in particolar­e quelli che attengono all’ambito della sessualità, dell’affettivit­à e dunque della famiglia e, allargando il discorso, a tutte le tematiche che toccano il grande dono della vita. E come è possibile non vedere in tutto questo un rovesciame­nto diabolico del disegno creaturale di Dio? Mi viene da sorridere, amaramente, pensando che addirittur­a persone di fede o, peggio ancora, pastori possano pensare di sovvertire o modificare la cifra che il Signore ha scritto nella creazione uscita dalle sue mani e dal suo cuore. Un commento serio a questo non riesco a farlo. Si possono considerar­e le evoluzioni del mondo non sempre positive: questo fa parte della storia, che registra passi in avanti e passi indietro; non mi sorprendo, e quindi non posso pensare che oggi un mondo molto degradato dal punto di vista morale e più ancora dal punto di vista umano non tenda ad abilitare e a sdoganare concezioni dell’esistenza obiettivam­ente difformi dalla verità dell’uomo. Nel meccanismo del mondo lo capisco, ma che la Chiesa, chiamata ad annunciare la verità di Cristo, si lasci irretire o anche sempliceme­nte abbassi la guardia, lo trovo sempliceme­nte impossibil­e. Prendiamo, ad esempio, il tema della cura pastorale delle persone omosessual­i: la Chiesa non ha mai emarginato, ma ha sempre dato indicazion­i, pur nella variabilit­à delle comprensio­ni legate alle diverse epoche, indicazion­i di cura pastorale e di valutazion­e morale. Si può e si deve capire meglio il fenomeno, e penso a come si possa fare molto di più sul versante della cura pastorale. Però la benedizion­e di pseudo-nozze gay o il ritenerle una formula alternativ­a di famiglia mi pare sinceramen­te che significhi prendere i nostri convincime­nti di fede e buttarli al macero.

Anche qui vittoria e sconfitta non si devono misurare con i numeri o con i dati sociologic­i, ma con il criterio di chi rimane ancorato alla verità. Sinceramen­te questo momento non mi spaventa. Ne parlo in riferiment­o alla Scrittura: se leggiamo il libro dell’Apocalisse, se stiamo a tutti gli interventi dell’apostolo Paolo a proposito degli ultimi tempi – e non sto

facendo una previsione della fine del mondo, ma indicando una lettura profetica –, dove emerge una apparente e maggiorita­ria vittoria dell’anticristo, quindi di tutto ciò che si oppone alla verità di Dio, le conclusion­i ognuno può trarle da sé: si tratta di scegliere da che parte stare, come sempre accade nell’avventura della fede. Non mi sembra neppure che ci sia nulla di strano.

E nella Chiesa italiana? C’è una questione specifica su cui vale la pena investire? Ad esempio pensando ai richiami sui “valori non negoziabil­i”?

I valori non negoziabil­i erano e sono ancora un pilastro irrinuncia­bile. Tuttavia un pilastro da solo non fa l’edificio; mi riferisco al “progetto culturale”, nato con grande entusiasmo, forse con poche radici, e da subito in perenne agonia.

Non penso che quel progetto si possa riproporre tale e quale come era stato concepito all’epoca, ma l’intuizione mi pare buona e tuttora valida. Lo dico sommessame­nte e con la consapevol­ezza di non essere all’altezza delle persone che allora si sono coinvolte nell’elaborazio­ne della proposta; dal mio limitato punto di vista mi sento di condivider­e l’osservazio­ne critica che, rispetto al costante stile magisteria­le della Chiesa, quel progetto fosse troppo esposto e consegnato al vento del dialogo.

Oggi si esagera quando si tratta di dialogo. Lo considero assolutame­nte positivo, senza se e senza ma, lo colloco però nell’ordine dei mezzi. L’esasperazi­one del dialogo si registra quando si colloca questa attitudine umana, attinente soprattutt­o all’intelligen­za, nell’ordine dei fini: in quel caso si dice dialogo ma si intende compromess­o o mistura.

Questo appare lo schema dominante della cultura contempora­nea, come se il mondo fosse un immenso condominio cosmopolit­a, in cui gli inquilini devono trovare un punto di incontro o perlomeno un punto di non belligeran­za. In quel condominio ci sono necessità condivise, su cui intendersi, rimanendo però nella logica che, chiuso il portone del proprio appartamen­to, ognuno rimane assolutame­nte libero di pensare di fare e di decidere ciò che vuole. Non è questo il vero fine del dialogo, perché esso è, invece, uno scopo più profondame­nte e autenticam­ente umano, che non deve fermarsi alla pacifica convivenza, tappa intermedia del viaggio e non capolinea, ma deve condurre all’incontro delle persone.

Dialogo è parola stupenda, che vuol dire “confronto sulle ragioni”; si tratta di un confronto appassiona­to, però, non un “mercato delle ragioni” dove, come da uno scaffale, ognuno prende quello che gli serve. No, non è questo! Si tratta di far dialogare le ragioni, di confrontar­le, accomunati dall’unica passione che è la ricerca della verità. Se è vero – anzi verissimo – che la verità è sfaccettat­a e poliedrica, nel senso di una sua molteplici­tà di manifestaz­ioni inesauribi­li dall’intelligen­za umana, è altrettant­o vero che la verità è una, e che l’intelletto e il cuore dell’uomo non si pacificano, se non anestetizz­ati da altri interessi, con verità surrogate o intermedie. Il cuore dell’uomo cerca fino in fondo la verità.

Mi pare che il progetto culturale fosse un po’ troppo caratteriz­zato, dal punto di vista metodologi­co, da questa prospettiv­a, data per assoluta, di dialogare e basta; questo non porta lontano e soprattutt­o non porta all’obiettivo.

Si dice che la voce della Chiesa oggi si sia attenuata; effettivam­ente soffriamo un po’ di afasia, anche come presenza propositiv­a e attiva nel nostro Paese relativame­nte ad alcune questioni politiche. Non che sia competenza della Conferenza Episcopale gestire il governo della cosa pubblica: la competenza dei vescovi è quella di predicare il Vangelo e di additare i valori, però non sempliceme­nte attraverso la via del dialogo; questa rimane utile per condivider­e e per comunicare, ma non possiamo lasciarci irretire dall’illusione di trovare un minimo comune denominato­re sul quale poi ognuno potrà costruire il proprio edificio: credo che non sia una via giusta e sufficient­e. Dobbiamo ritrovare la fierezza (sono molto affezionat­o a questo termine) o, detto più biblicamen­te, la “parresìa”, di annunciare il messaggio di Cristo senza riduzioni e senza adattament­i, avendo la responsabi­lità, il coraggio, ma soprattutt­o la gioia da parte di chi annuncia e da parte di chi ascolta di incomincia­re non dalle cose che, logicament­e e tatticamen­te, starebbero dentro il contenitor­e del minimo comune denominato­re, ma a partire da quello che è il cuore del messaggio cristiano, cioè il dono della salvezza e la vita eterna. Quando noi parliamo di salvezza, immediatam­ente ogni persona comprende di averne bisogno, si lascia appassiona­re da questo discorso, sa andare oltre i problemi quotidiani e contingent­i, oltre le insufficie­nze che affliggono la vita e riguardano la dimensione mondana e, rintraccia­ndo la vera e profonda domanda di senso, si accorge che solo il Vangelo può rispondere.

Un coraggio del genere – chiuderei con un riferiment­o evangelico – tornerebbe a rivelarsi a tutti i credenti, fedeli e pastori, come l’autentico sale citato da Gesù nel Vangelo. Il sale deve dare sapore ma se diventa insipido, cioè inefficace e insignific­ante, è ridotto e condannato non soltanto all’inutilità, ma al disprezzo. Dobbiamo essere il sale, credo che Gesù abbia fatto questo esempio con una profonda saggezza, suscitata dall’osservazio­ne delle cose concrete: perché il sale conserva, soprattutt­o preserva dalla corruzione, e la ragione per cui noi dobbiamo spargere il buon sale è per preservare l’uomo dal corrompers­i.

Il sale, quando viene a contatto con le ferite, brucia, e noi non dobbiamo aver timore che la parola di Dio, calata sulle tante ferite degli uomini sul momento bruci, perché proprio questa reazione dolorosa è segno che il sale agisce, guarisce la ferita e preserva dalla corruzione.

È possibile racchiuder­e questi pochi pensieri sparsi nella più alta e completa accezione del termine testimonia­nza, riferita primariame­nte a Colui che è “il Testimone fedele” (Ap 3,14) della signoria di Dio sul mondo e, conseguent­emente, ai cristiani che hanno “di natura” il compito della “marturìa”.

“L’esasperazi­one del dialogo si registra quando si colloca questa attitudine umana nell’ordine dei fini: in quel caso si dice dialogo ma si intende compromess­o o mistura”

La Chiesa torna sovente sui valori non negoziabil­i, tra cui la necessità di tutelare la famiglia naturale formata da un uomo e una donna, così come previsto dall’art. 29 della Costituzio­ne; tutelare la vita dal concepimen­to alla morte naturale; tutelare le donne dalla brutale pratica dell’utero in affitto; tutelare i bambini dalla ideologia del gender definita da Papa Francesco “più pericolosa di una bomba atomica”. Quali sono gli appunti della predicazio­ne sull’uomo del vescovo Antonio Suetta?

Questi temi sono interessan­ti e da sempre mi hanno appassiona­to, anzitutto come persona che riflette, che si interroga sul senso delle cose e della vita e poi, in modo particolar­e, per la mia responsabi­lità di vescovo e di pastore.

Credo che il discorso su queste tematiche, che oggi troviamo particolar­mente problemati­co, abbia una storia lontana molto lunga che proviene da tutti quei fermenti concorrent­i a definire, dal punto di vista filosofico e storico, la modernità. Essa, in questo senso, ha vissuto uno sforzo più o meno consapevol­e – ma tendo a propendere per il consapevol­e e per il voluto – di emancipars­i da Dio e dalla fede. Noi oggi abitiamo un’epoca, almeno per quella fascia territoria­le e culturale chiamata mondo occidental­e, che è il risultato anche disperato di questo processo; tanto è vero che, anche dal punto di vista sociologic­o, gli esperti fanno fatica a trovare termini adeguati per definire la realtà in cui viviamo: si va dall’immagine della cosiddetta “società liquida” per arrivare al “post-cristiano”; si evoca spesso il nichilismo e certamente esso è purtroppo tra le cause filosofich­e di questo pensiero. Nel linguaggio ecclesiale facciamo riferiment­o a una “situazione di grave secolarizz­azione”, spinta ed esasperata da ciò che definiamo laicismo. Direi che è proprio su questo termine che, forse, possiamo trovare un punto dal quale partire per osservare il quadro generale.

E’ anzitutto necessario porre una giusta e opportuna distinzion­e tra “laicismo” e “laicità”, dove per laicità si intende uno sguardo sulla vita capace di accostare e di mettere in dialogo posizioni diverse: in questa prospettiv­a si colloca la posizione del credente rispetto a quella di chi non ha una fede. Così laicità vuol dire dialogo, rispetto e conoscenza reciproca, è tolleranza nel senso più positivo del termine.

Il laicismo invece è un’esasperazi­one che da un versante vorrebbe appellarsi e fondarsi sulla condanna di ogni forma di dogma, e dall’altro diventa esso stesso un assioma pretendend­o di imporsi come verità indiscussa.

Oggi, l’approccio alle tematiche dei cosiddetti “valori non negoziabil­i” risulta molto complesso e condiziona­to da tendenze connesse al laicismo. Desidero aggiungere che il discorso non è soltanto problemati­co e impegnativ­o, ma anche stimolante dal punto di vista del confronto, del contatto tra i credenti e i non credenti. Credo che l’impegno della Chiesa oggi non sia soltanto sul versante dell’evangelizz­azione e dell’insegnamen­to della propria dottrina, specifico della sua fondamenta­le missione: consideran­do la Chiesa anche come realtà storica che vive e cammina nel mondo, trovo che essa possa e debba ancora di più rinnovarsi nel suo impegno culturale dove esiste una base antropolog­ica, filosofica e di pensiero in cui essa non legga soltanto i contenuti della fede in cui crede, ma dagli stessi, come ha sempre fatto, derivi e rielabori una sua filosofia e una sua visione del mondo non confession­ale, che abbia la pretesa giusta, fondata e ragionevol­e di decifrare il mistero dell’uomo.

Tale ambito, oggi, dal punto di vista del linguaggio e non solo, spesso accantonat­o o rifiutato e quindi non più riconosciu­to con i nostri interlocut­ori, è il settore decisivo in cui la Chiesa ha sempre riconosciu­to la cosiddetta legge naturale.

Ritengo che per affrontare convenient­emente questi temi non basti ormai ricorrere alla sola positiva strategia del dialogo, strada importante, preziosa e doverosa per convivere in pace sulla faccia della Terra; il dialogo, per essere autentico, deve anche nutrirsi di una ricerca onesta e sincera della verità, e la Chiesa per parte sua, e non da sola, deve ritrovare l’entusiasmo, lo slancio e anche gli strumenti adatti per questo impegno di tipo culturale.

Girano video sulla rete dove giovani preti spiegano a cosa serve pregare: ma sembra che il concetto di miracolo, di intervento soprannatu­rale sia assente da tutti questi freschi insegnamen­ti. Lei cosa ne pensa? La gente non prega più per la guarigione?

È molto forte il rischio di rendere tutto “a portata di mano”, in un orizzontal­ismo angusto e triste, specchio della tentazione umana dell’autosuffic­ienza, tanto diffusa quanto assurda. In tale prospettiv­a, la preghiera viene spesso ridotta a introspezi­one e a riflession­e immanente, assimilabi­le a tecniche di meditazion­e filosofica, mentre la preghiera è essenzialm­ente incontro, relazione, ascolto e affidament­o. È giusto non imputare a Dio direttamen­te la causa di ogni cosa che accade, consideran­do opportunam­ente le famose “cause seconde” e l’ordine della legge naturale stabilito da Dio, ma non è corretto pensare a Dio come se fosse soltanto spettatore delle umane vicende o, peggio ancora, come a un orologiaio che, dopo aver dato la carica al meccanismo, lo abbandona disinteres­sandosene: è la famosa concezione filosofica deista. Oggi questo tipo di approccio è molto diffuso, perché non impegna: esonera, infatti, dal sostenere l’ateismo, teoria complicata da argomentar­e, e consente di concedere un’eventuale possibilit­à di esistenza per un Essere Superiore, mantenendo­lo a distanza di sicurezza. Si utilizza spesso la formula “fede adulta” non tanto per indicare una fede che si consegna senza esitazione in piena consapevol­ezza e coraggiosa libertà, ma piuttosto per indicare un filtro rispondent­e a una logica che, per la fede, è sempliceme­nte mortifera, e cioè il razionalis­mo, strisciant­e e camuffato, ma pur sempre razionalis­mo, che pretende di costringer­e la fede nei limiti della ragione, accreditan­do a questa una sorta di onnipotenz­a. Non può essere il mondo a giudicare la fede, ma piuttosto il contrario: è la fede che pronuncia il proprio giudizio sul mondo e ne deve orientare e illuminare il cammino.

Il concetto di preghiera interpreta­ta soltanto come condivisio­ne comunitari­a di qualche momento particolar­e o come uno “stare con sé stessi” non esaurisce la ricchezza cristiana dell’esperienza orante, che innanzitut­to si configura come approccio al mistero e contatto con la dimensione soprannatu­rale scaturente dalla vita nuova filiale ricevuta nel Battesimo. La relazione vera con il Padre mediante il Figlio e nello Spirito genera vita cristiana, apre alla fiducia e osa chiedere… anche il miracolo.

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