Il Foglio Quotidiano

Sconcerto Mes

Il voto contro annunciato a ciel sereno dal Cav. è incomprens­ibile per gli europeisti di FI ma fa sorridere Salvini

- Valerio Valentini

Roma. All’ennesimo tentativo di giustifica­re la capriola alla luce di una supposta chiarezza, Gigi Casciello, deputato vicino a Mara Carfagna, scrive ai suoi colleghi: “A me l’unica cosa che pare chiara è la confusione. Nelle sue ragioni e nelle sue evoluzioni”. E del resto la svolta del Cav. sul Mes, come che la si osservi, è una mossa che lascia i parlamenta­ri di Forza Italia del tutto disorienta­ti. Alle undici di mattina, per dire, quando Matteo Salvini emana il suo diktat (“Chiunque nel centrodest­ra vota questo oltraggio, rompe con la Lega”), un manipolo di senatori del Pd mostra l’agenzia alla collega forzista Gabriella Giammanco, e lei si mette a ridere: “Ma figuratevi se il Cav. si fa piegare la testa dal capo della Lega”. Passa mezz’ora e Licia Ronzulli, ufficiale di collegamen­to tra Arcore e Via Bellerio, annuncia che Forza Italia non voterà la riforma del Mes. E allora il renziano Roberto Giachetti chiede lumi sulla chat dell’intergrupp­o “Mes subito”, trasversal­e e nato proprio a sostegno dell’attivazion­e dei prestiti del Fondo e in cui ci sono, tra deputati e senatori, quasi ottanta azzurri. E Renato Brunetta la liquida con uno sghignazzo, la sortita della Ronzulli. “Ma Licia parla a nome di Berlusconi o a nome di Salvini?”, la incalza Osvaldo Napoli. Un’ora dopo, la nota ufficiale del Cav. fuga evidenteme­nte ogni dubbio. E getta lo sconcerto tra i gruppi parlamenta­ri. La linea, suggerita da Antonio Tajani e Andrea Orsini, sarebbe questa: che sulla richiesta dei 37 miliardi del Mes sanitario, FI resta assolutame­nte favorevole, ma la riforma del trattato varata ieri dall’Eurogruppo invece no, non li convince. “Se ne desume quindi che gli entusiasti di questo niet di oggi – scuote il capo il senatore Andrea Cangini, ariete dell’antisovran­ismo nel gruppo – preferireb­bero il Mes per com’è stato fino ad oggi. Ma non mi sembra sia ragionevol­e, tanto più in virtù dell’ansia con cui tanti esponenti del Pdl di allora, che pure lo vararono, in questi ultimi tempi lo hanno disconosci­uto”.

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Sempre che poi contino davvero qualcosa, le questioni di merito. “E’ chiaro – prosegue Cangini – che il dato politico più generale sta nell’isolamento della nostra posizione all’interno del Ppe, visto che nessun governo a guida popolare si opporrà a questa riforma”. Che è poi quello che lamentano in tanti altri, nella pattuglia azzurra. Il gruppo alla Camera entra in fibrillazi­one. “E’davvero difficile far comprender­e le ragioni di questa svolta”, insorge Matilde Siracusano. “La posizione suona ondivaga, indecisa e poco difendibil­e”, insiste Andrea Ruggieri. “Così chi ci guarda fuori dal Palazzo non ci segue”, aggiunge la Milanato. A decine chiedono a Mariastell­a Gelmini di convocare subito una riunione, che viene rimandata all’indomani per evitare isterismi vari. Achi gli chiede un chiariment­o tecnico, Brunetta spiega che tutti i dubbi sollevati sulla riforma dal Mes da FI al Parlamento europeo sono stati recepiti dall’Eurogruppo di lunedì. E insomma “questo è masochismo puro”, prosegue. E per dimostrare che la svolta non fa altro che ribadire la sudditanza azzurra al giogo salviniano da cui ci s’era affrancati nel caso dello scostament­o di bilancio, mostra ai colleghi i compliment­i che Claudio Borghi, l’alfiere leghista antieuro, rivolge pubblicame­nte alla svolta di Tajani: “E mi sembra abbastanza indicativo”.

E in effetti Salvini se la ride: vive la giornata con la baldanza di chi sa di aver reso la pariglia per lo sgarbo subito. E forse, come si dice tra i leghisti, avrà fatto valere la minaccia di un esodo azzurro verso il Carroccio nel caso in cui il 9 dicembre, al momento della conta, i voti di FI sarebbero stati decisivi per salvare il governo. O forse ha paventato un’esclusione del Cav. dal tavolo per le amministra­tive. O magari, come gli ha suggerito Giorgetti, ha sempliceme­nte vestito i panni da leader della coalizione che un tempo indossava Berlusconi quando, dopo le bizze di prammatica di Bossi, parafrasav­a De Gaulle: “Suona la campanella, la ricreazion­e è finita”.

Potrebbe invece iniziare la festa, per la Lega, se davvero il 9 dicembre, quando Giuseppe Conte riferirà alle Camere alla vigilia del Consiglio europeo che varerà il nuovo Mes, la maggioranz­a dovesse saltare. Perché nel M5s il subbuglio è quello di sempre, quando si nominano quelle tre lettere in fila: e così sia alla Camera (con Raduzzi, Maniero, Cabras, Berti) sia al Senato (con Crucioli, Ferrara, Lannutti) sono partite le raccolte di firme carbonare per presentare una risoluzion­e contro il Mes, che di fatto, almeno a Palazzo Madama, manderebbe in frantumi la maggioranz­a. E a quel punto perfino le assenze tattiche di qualche azzurro, pronto a manifestar­e la sua infedeltà alla linea, potrebbero essere superflue. Di chiaro, appunto, c’è solo la confusione.

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