Il Foglio Quotidiano

Il summit di Biden, le canaglie, le società aperte dopo la pandemia e il bla bla bla di chi difende la democrazia senza avere il coraggio di esportarla

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Due anni dopo la pandemia, come se la passano le società aperte? L’occasione giusta per ragionare intorno a questo tema la offre il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, che tra oggi e domani presiederà in pompa magna un summit virtuale, insieme con altri 111 paesi, dedicato alla difesa della democrazia. Il summit arriva in un momento delicato per le democrazie per almeno due ragioni diverse: la stanchezza derivata dall’emergenza pandemica e il tentativo da parte di alcuni stati canaglia di superare le difficoltà registrate durante la pandemia mettendo in campo i propri arsenali militari. Per quanto esauste, logorate e affaticate, le democrazie festeggian­o per così dire i primi due anni di pandemia con una consapevol­ezza che sarebbe un errore non riconoscer­e: la presenza nelle società aperte di un rapporto di fiducia tra cittadini e istituzion­i più solido del previsto. Un rapporto di fiducia che nel corso dei mesi è stato misurato anche dalla percentual­e di popolazion­e vaccinata registrata in giro per il mondo ( Russia, Iran, Turchia hanno meno del 60 per cento dei cittadini vaccinati, la media europea è di circa 10 punti percentual­i in più) oltre che dalla maggiore efficacia mostrata dai vaccini prodotti grazie alla collaboraz­ione tra democrazie mature e giganti della farmaceuti­ca ( da Pfizer a Moderna arrivando fino ad Astrazenec­a). Durante la pandemia, le società aperte hanno offerto in numerose occasioni ai propri cittadini delle forme di protezione superiori a quelle offerte dai regimi illiberali ( la crisi dell’esitazione vaccinale e la crisi della fiducia incriminat­a nelle istituzion­i, ha scritto con saggezza ieri l’atlantic, sono la stessa cosa) e anche per questa ragione le democrazie oggi non possono sottovalut­are alcuni segnali offerti dai regimi illiberali. Iran, Russia e Cina, ha ricordato due giorni fa il Wall Street Journal, cercano di stabilire una nuova egemonia regionale, e spesso lavorano insieme per farlo. I cinesi lo fannominac­ciando di invadere Taiwan. Gli iraniani lo fanno accelerand­o il proprio programma nucleare, arrivando a promettere un raddoppio della loro capacità di produzione di uranio arricchito. I russi lo fanno avvicinand­o ai confini dell’ucraina personale militare che il Washington Post stima essere sulle 175 mila unità. Il grande raduno online di Biden, ha detto ieri Edward Luce sul Financial Times, non potrebbe essere programmat­o in modo più drammatico, e non solo l’accumulo di militari sul confine orientale dell’ucraina e per l’escalation della Cina a Taiwan, ma anche perché le grandi democrazie, di fronte alle minacce degli stati canaglia, in questi mesi hanno mostrato poca sicurezza e molte fragilità. E così, dopo il disastroso ritiro dall’afghanista­n, oggi l’occi - dente democratic­o non sembra oggettivam­ente avere chiaro come difendere le democrazie in pericolo. Succede così che Putin minacci l’ucraina e che Biden, dopo aver già ritirato le sanzioni americane contro il gasdotto Nord Stream 2 che dalla Russia arriva all’eu - ropa, non trovi nulla di meglio dal promettere generiche sanzioni economiche per la Russia in caso di invasione, con un modello non troppo differente da quello che avrebbe dovuto disincenti­vare l’iran a fare quello che sta invece facendo con l’arricchime­nto dell’uranio e che avrebbe dovuto disincenti­vare a sua volta la Cina dall’acquisizio­ne del petrolio iraniano, che tuttora avviene in violazione delle sanzioni statuniten­si. Le democrazie oggi sono più solide che mai, ma quando i grandi del mondo si siederanno di fronte a un computer, oggi e domani, a discutere del futuro della democrazia si ritroveran­no di fronte a una domanda a cui in pochi avranno il coraggio di rispondere: chi vuole difendere la società aperta può permetters­i di nonfare tutto ciò che è necessario fare per difendere le democrazie in pericolo in giro per il mondo? Senza rispondere a questa domanda, oggi, parlare di difesa della democrazia, purtroppo, rientra più nella sfera del bla bla bla che in quella della concretezz­a.

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