Il Foglio Quotidiano

L’escalation di Di Maio

Il ministro va alla guerra contro Conte: “Qualcosa accadrà”. L’ex premier: “Lo seguono in dieci”

- Simone Canettieri

Roma. “Sarà un’escalation”. Luigi Di Maio ce l’ha con Giuseppe Conte. Le bordate di ieri sul capo politico del M5s non sono state che un debutto, assicura il ministro degli Esteri. Così per i taccuini golosi che oggi lo seguiranno prima allo stabilimen­to Fincantier­i di Castellamm­are di Stabia e poi nella sede dei commercial­isti di Aversa si prevedono scorpaccia­te di titoli. Di Maio contro Conte, Conte contro Di Maio. Si andrà avanti così fino a fine mese. Riassunto della puntata di ieri: alle 12 il ministro degli Esteri è tornato sul luogo del delitto. Ha dato appuntamen­to ai cronisti in Piazza del Parlamento 24, dove la sera della rielezione del capo dello Stato disse che il capo del M5s non aveva dimostrato di essere un leader. Era il 29 gennaio. Ieri, dopo mesi di tregua dovuti allo scoppio della guerra, rieccolo qui, Di Maio. Quattro minuti di dichiarazi­oni. Al suo fianco il portavoce Giuseppe Marici, senza parlamenta­ri fedeli, come l’altra volta. Sventaglia­ta di accuse a Conte: “Basta inseguire Salvini sulla guerra; basta mettere in discussion­e la nostra posizione atlantista; basta attaccare il governo un giorno sì e l’altro pure; manca democrazia interna; alle amministra­tive siamo andati male come non mai perché i nostri elettori sono disorienta­ti; il capo è autorefere­nziale”. Conte, prima di partire per la festa di Repubblica a Bologna da dove picchierà come un fabbro, dice che “Di Maio dice stupidaggi­ni, è nervoso per la storia del secondo mandato”.

Come in uno stupendo scambio dei ruoli Conte afferma che è irrispetto­so per grammatica istituzion­ale sollevare polemiche politiche nel giorno del viaggio di Mario Draghi a Kyiv, “viaggio auspicato dal M5s: Luigi lo stava per sporcare”. Passi per la dichiarazi­one, ma Google corre in soccorso degli zelanti per ricordare che proprio l’ex premier tirò fuori la questione dello stop alle armi il giorno in cui il successore si trovava negli Usa al cospetto di Joe Biden. Dettagli. Perché ormai i protagonis­ti di questa pochade sono arrivati ai ferri corti. Ecco, Conte per esempio è convinto e, lo sussurra nelle riunioni private, che “Luigi voglia uscire dal M5s e portare avanti una scissione”. C’è la faccenda del secondo mandato che va decisa e Di Maio – insieme ad altri sessanta parlamenta­ri – ha terminato i giri di giostra. Nella lista c’è anche Paola Taverna che l’altra sera, raccontano le solite vipere grilline, si sarebbe messa a urlare con il capo per via del quesito che sarà sottoposto agli iscritti a fine mese. Ci sarà la solita ordalia online in cui tutto dipende da come è scritta la domanda, la quale a sua volta genera la risposta solitament­e abbastanza scontata. Ma qui insomma ci sono i due duellanti da tenere sott’occhio. Di Maio si tiene aperte tutte le porte. E dunque non esclude la valigia o magari la battaglia interna contando su insoliti alleati con le fregole di farsi ricandidar­e. “Luigi parla con tutti, anche con i sedicenti contiani”. L’ex premier però è convinto che tutti questi dimaiani in Parlamento siano al massimo buoni per riempire la tavolata di una pizzeria del centro storico. Dieci al massimo. C’è già una lista che fanno girare i pretoriani del capo M5s (Battelli, Castelli, Di Stasio, Manca, D’uva, Iovino, Serritella, Presutto, Di Nicola). Numeri sottostima­ti, secondo l’altra fazione. Mercoledì prossimo ci sarà un’assemblea congiunta dei parlamenta­ri, e allora sì che forse il pallottoli­ere potrà essere più affidabile. Nel frattempo tocca accontenta­rsi di questa guerra di spin incrociata. Il ministro degli Esteri prima di uscire così a gamba tesa contro il capo del suo partito, che è anche quello di maggioranz­a relativa, ha avvisato chi di dovere. E cioè i vertici del presidenza del Consiglio. Importanti esponenti M5s con ruoli di governo dicono che “ora Giggino è pronto a lanciarsi nel partito con Brunetta e Carfagna: auguri”. Fiumi di veleni, frasi a mezza bocca dal retrogusto di ricatto: sono ore di cordiale odio nel M5s. Niente di inedito. In molti invocano l’intervento di Beppe Grillo che sta in Sardegna, non ha votato alle amministra­tive a Genova per il partito che ha fondato, e che forse dirà qualcosa per tenere insieme i cocci. Il garante ha scelto Conte come leader alla fine, ma sa pure che il nuovo capo dei grillini è pronto a fare piazza pulita del passato. Di Maio spiega a chi lo interroga come se fosse l’oracolo di Delfi che “questa volta qualcosa accadrà di sicuro”. Come è ovvio che sia i tormenti pentastell­ati vengono osservati con una certa preoccupaz­ione dal Pd, l’alleato naturale. La sinistra dem si è schierata con l’avvocato del pueblo, Base riformista sta con il titolare della Farnesina. Letta sta in mezzo (con Area Dem). E osserva. La linea del segretario? No alle ingerenze negli affari interni, rispettiam­o il dibattito e le lacerazion­i (ne siamo esperti). Poi: l’interlocut­ore è Conte, ma con Di Maio i rapporti sono ottimi e alla luce del sole. Infine: “Auspico che il confronto non ingeneri fibrillazi­oni per il governo in un momento di massima delicatezz­a per il paese”. Insomma, il Nazareno è preoccupat­o. Ed è solo l’inizio. Fino a quando non si scioglierà la storia del secondo mandato i grillini sono pronti a stupire tutti. Popcorn?

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