Il Foglio Quotidiano

Tra palco e realtà. I dieci punti di forza nel bagaglio di Draghi a Kyiv, spiegati ai talk-show

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Da molti giorni a questa parte, l’autolesion­istico dibattito pubblico italiano è dominato da una convinzion­e profonda, che con tono carsico, ora dopo ora, goccia dopo goccia, si sta andando a radicare anche nei pensieri degli osservator­i solitament­e meno distratti. In questo caso, la convinzion­e riguarda una presunta consapevol­ezza che suona più o meno così. I talk-show sono lo specchio genuino dell’italia e la presenza, nei talk, di un numero così importante di utili idioti del putinismo, desiderosi di affermare in prima serata le gravi responsabi­lità dell’occidente nell’aver provocato Putin fino a costringer­lo a invadere l’ucraina, è lì a mostrarci una verità difficile da negare: le profonde divisioni dell’italia rispetto alla guerra russa e al sostegno della resistenza in Ucraina. Mai come oggi, però, l’italia titubante, dubbiosa, lacerata inquadrata dalle telecamere dei talk somiglia in modo clamoroso a un’italia lontana dalla realtà. E la realtà ci dice oggi che il corposo bagaglio portato in treno da Mario Draghi in Ucraina, insieme con il cancellier­e tedesco Olaf Scholz e insieme con il presidente francese Emmanuel Macron, è un bagaglio sempliceme­nte unico all’interno dell’europa. E lo è per almeno dieci ragioni diverse che vale la pena mettere in fila. Primo: nessun paese europeo ha virato in modo così profondo, così repentino e così struttural­e la sua politica estera nei confronti della Russia e ha ragione il Financial Times a notare che l’approccio del premier con la Russia segna uno dei più grandi cambiament­i di politica estera mai registrati in Europa da anni. Secondo: nessun paese europeo può vantare una maggioranz­a parlamenta­re così larga a sostegno di un governo che ha scelto in modo brusco di emancipars­i dalla dipendenza energetica russa. Terzo: nessun paese europeo può vantare un’opposizion­e parlamenta­re così decisa a sostenere la maggioranz­a di governo nel sostegno alla resistenza Ucraina. Quarto: nessun paese europeo può vantare una maggioranz­a parlamenta­re così ampia a sostegno dell’invio delle armi in Ucraina, e grazie a una risoluzion­e votata il 31 marzo a Kyiv potranno essere mandate armi fino al 31 dicembre senza la necessità di altri voti parlamenta­ri.

Quinto: nessun paese europeo dipendente dalla Russia nella misura in cui lo è l’italia (a inizio anno, l’italia importava il 38 per cento del suo gas dalla Russia) può vantare una posizione sull’embargo del gas caratteriz­zata dalla politica del nessun veto (molti ministri del governo italiano hanno in più occasioni affermato che arrivare all’embargo del gas russo, come chiede il segretario del Pd Enrico Letta, non sarebbe uno scandalo). Sesto punto: nessun paese europeo può vantare delle istituzion­i così forti tali da aver fatto convergere sul sostegno all’ucraina un Parlamento che appena quattro anni fa aveva votato la fiducia a un governo desideroso di incentrare la sua politica estera sulla rimozione delle sanzioni alla Russia. Settimo punto: nessun paese europeo può vantare un presidente della Repubblica desideroso di affermare in ogni occasione possibile che differenza c’è tra chi scommette sulla pace e chi scommette sul pacifismo e così vicino alla causa del popolo ucraino da essere arrivato a denunciare il partito della resa e da essere arrivato a paragonare la resistenza ucraina contro i russi con quella italiana contro il fascismo. Ottavo punto: nessun paese europeo può vantare di essere riuscito a portare sulla linea sostanzial­e della difesa dell’ucraina, sulla linea sostanzial­e della difesa delle sanzioni, partiti come la Lega, che al netto dei viaggi in rubli pagati dall’ambasciata, al netto della propaganda quotidiana contro l’occidente, ha finora accettato di sedersi, sui banchi del Parlamento, dalla parte giusta della storia. Nono punto: nessun paese europeo può vantare un numero così copioso di cattolici collocati in posizioni strategich­e nelle istituzion­i (Mattarella, Draghi, Guerini) pronti a non assecondar­e sui temi della guerra in Ucraina la linea suggerita dalla Chiesa di Papa Francesco (linea dei cattolici di governo: l’abbaiare della Nato non è la causa dei morsi di Putin). Decimo punto: nessun paese europeo ha infine sposato in modo così netto, come lo ha fatto l’italia, la linea dell’europeismo atlantista. Perché, sì, in Europa possono esistere posizioni diverse sulla guerra (citofonare Orbán), tra i paesi membri dell’unione possono esistere posizioni diverse sull’ingresso dell’ucraina nell’ue (ingresso che l’italia vuole), tra l’europa e gli Stati Uniti possono esistere sfumature diverse sul sostegno all’ucraina (la guerra lunga pesa più sull’economia europea che su quella americana), ma alla fine dei conti tutti i paesi guida dell’occidente non hanno dubbi su quello che è lo schema di gioco da mettere in campo: agire uniti di fronte alle minacce sistemiche dei dittatori sanguinari non per umiliare chi offende ma per non umiliare chi difende i confini delle democrazie liberali con le proprie vite. Su alcuni punti, ieri, il presidente Zelensky non ha probabilme­nte sentito arrivare dalla bocca di Draghi, Macron e Scholz le parole che sperava (armi, armi, armi). Ma la sostanza non cambia. E il fatto di avere l’italia alla testa di un’europa che a cento giorni e passa dall’inizio della guerra ribadisce che la pace passa dalla resistenza e non dalla resa è un fatto che dovrebbe inorgoglir­ci e che vale più delle fregnacce ascoltate dai tronisti del puntinismo mediatico.

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