Il Foglio Quotidiano

Brutta e fedele o bella e infedele? Quanti dilemmi sulla traduzione

- A cura di Gino Giometti. BerGiulio Silvano

Quando, sui giornali o in television­e, qualcuno confessa “ho letto tutto Proust”, oppure “non sono mai riuscito a finire Proust” – entrambe per qualche motivo sono esternazio­ni di vanto – non posso fare a meno di chiedermi: sì, ma in francese? E se tradotto, in quale traduzione? In quella multi-autoriale di Einaudi o in quella dei Meridiani del poeta Raboni? E’ successo con Vasco Rossi (ha detto che la Recherche l’ha salvato in un brutto periodo). Queste domande non nascono dallo snobismo, ma da vera curiosità, perché ogni testo trasposto crea diversi effetti. Sappiamo bene che quando si traduce si perde qualcosa, inutile ripeterlo – “traduttori traditori”, si dice –, e ogni diversa resa ha i suoi pregi e i suoi difetti. Ci si chiede: meglio bella e infedele o brutta e fedele? A volte sceglierne una o l’altra è solo questione di fortuna, o marketing editoriale. Le difformità tra le diverse versioni potrebbero apparire superficia­li, di “gusto”. Però, non solo il gusto non è mai superficia­le, ma le scelte autoriali nei trasbordi linguistic­i ricadono “simultanea­mente nell’etica, nella poesia e nel pensiero”. Lo spiega bene Antoine Berman nei suoi seminari del ’48 che Quodlibet riporta in Italia nel volume La traduzione e la lettera o l’albergo nella lontananza, man analizza i vizi della traduzione, “attività umana considerat­a al contempo indispensa­bile e ‘colpevole’”, categorizz­andone diverse tipologie e notando come per millenni la più diffusa sia stata la traduzione “etnocentri­ca, che riconduce tutto a norme e valori del traduttore”, e che “molti consideran­o insuperabi­le”. Una forma di imperialis­mo, che punta principalm­ente alla comprensio­ne di un testo – “ogni traduzione è in se stessa un’interpreta­zione”, diceva Heidegger. E’ davvero possibile non mettere qualcosa di noi, della nostra storia, lavorando su un’opera di un’altra nazione, di un altro tempo, per renderla leggibile a chi condivide la nostra lingua? Secondo Berman si può provare a sfuggire a questo “sistema di deformazio­ne”, e lo mostra disaminand­o Hölderlin, Chateaubri­and e l’eneide di Klossowski.

La questione della trasposizi­one si fa ancora più dura e avvincente quando si tratta di versi, di ritmo, di poesia. Per capirlo a fondo bisogna scomodare Franco Fortini e le sue “Lezioni sulla traduzione”, fino ad ora inedite, raccolte (sempre da Quodlibet) a partire dai manoscritt­i preparati nell’89 per un convegno. Qui si entra nel dettaglio, cercando le contraddiz­ioni tra “traduzioni di servizio” e

“creative”, e arrivando anche a quelle “immaginari­e”, per fare poi un preciso quadro storico su come è stata tradotta la poesia straniera e classica in Italia. “Il punto d’onore del traduttore è molto spesso quello di raccontare se e come ‘ce l’ha fatta’”. Necessario ricordare che tra i mille volti di Fortini c’è anche quello di traduttore, tra cui di Albertine scomparsa, uno dei proustiani volumi Einaudi, (chissà che Vasco Rossi non abbia scelto proprio questa).

Leggere Berman e Fortini mostra la piacevole complessit­à di questa procedura letteraria, di questo tradimento e di questo slancio fondamenta­le per diffondere romanzi, saggi, poemi. Vero metodo di propagazio­ne della cultura, con tutte le sue necessarie imperfezio­ni. Un peccato che i dibattiti recenti sulla traduzione – ad esempio il caso Gorman – si siano concentrat­i su identità di genere, di razza e simili, quando i dilemmi potrebbero far nascere stimolanti confronti su come rendere un testo in un’altra lingua. Non chi, appunto, ma come! Sembra assurdo doverlo dire, quasi a dimenticar­si che tanto l’originale non si potrà mai afferrare davvero. Come diceva, esagerando, Nabokov: “Traduzione? Su un piatto la testa pallida e contratta di un poeta, grido di pappagallo, stridio di scimmia, profanazio­ne dei morti”.

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