Il Foglio Quotidiano

La diplomazia italiana in Libia vuole “allungare la vita” a Dabaiba

- Luca Gambardell­a

Roma. L’italia ha avviato un’offensiva diplomatic­a con l’obiettivo di allungare la vita al governo di Tripoli, abbastanza da scongiurar­e una nuova guerra aperta. L’inviato speciale della Farnesina per la Libia, l’ambasciato­re Nicola Orlando, ha incontrato in questi giorni praticamen­te tutti i protagonis­ti della crisi libica. Fra gli altri, Abdehamid Dabaiba, primo ministro del governo di Tripoli, il rivale dell’est Fathi Bashagha e l’eminenza grigia dell’esecutivo della Cirenaica, il generale Khalifa Haftar. Su questo giro di incontri la Farnesina mantiene il riserbo, limitandos­i a riferire che Orlando è “impegnato in un lavoro sotto traccia”. Alcuni diplomatic­i europei hanno però riferito al Foglio che lo scopo di questi bilaterali è di farsi trovare pronti davanti a due scadenze molto delicate. La prima è quella del riconoscim­ento internazio­nale del governo di Tripoli, che scade il prossimo 21 giugno. Non è un passaggio scontato, perché la legittimaz­ione di Dabaiba si basa su due pilastri: il sostegno offerto dalla comunità internazio­nale e quello garantito dalle milizie dell’ovest. Se una delle due venisse meno, sarebbe il caos. “Dal 21 giugno in poi, Dabaiba sarà debolissim­o”, spiega al Foglio un diplomatic­o europeo basato a Tripoli, “l’italia sta mediando soprattutt­o fra Turchia ed Egitto per fare di lui un premier ‘a tempo’, in modo da guadagnare altre settimane o mesi per approvare la Costituzio­ne e poi andare alle elezioni. L’italia appoggerà Tripoli finché sarà possibile, ma la situazione è molto fluida”. A rendere ancora più precaria la posizione di Dabaiba è la seconda scadenza, che preoccupa le cancelleri­e occidental­i. A fine mese si concluderà il mandato dell’americana Stephanie Williams, la consiglier­a speciale delle Nazioni Unite che finora ha tenuto insieme i pezzi del dialogo fra est e ovest. Pare che gli americani avrebbero preferito confermare la Williams, ma l’opposizion­e del Cremlino li ha costretti a cercare un’alternativ­a. Nelle ultime settimane si sta vagliando il nome dell’ex ambasciato­re tedesco in Libia, Christian Buck, ma è facile prevedere che, visto il contesto della guerra in Ucraina, non sarà semplice trovare un consenso fra Russia e Stati Uniti.

Gli sforzi italiani portati avanti nel massimo riserbo vanno di pari passo con il terzo e ultimo ciclo di incontri diplomatic­i in corso al Cairo e patrocinat­i dall’onu. E’ lì che le fazioni libiche dell’est e dell’ovest discutono da mesi per redigere una Costituzio­ne e arrivare alle famigerate elezioni, diventate una chimera praticamen­te dal momento stesso in cui sono state auspicate. Italia e Turchia chiedono che l’egitto convinca l’alleato Haftar a depurare il governo di Bashagha dai ministri imposti dal generale. “L’italia sta lavorando su questo punto, ma il generale non è ancora convinto perché teme di perdere diversi uominichia­ve dall’esecutivo”, riferisce al Foglio il diplomatic­o europeo. Anche di questo parleranno il premier Mario Draghi e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan nel bilaterale previsto per inizio luglio. Italia e Turchia continuano a contenders­i il ruolo di “migliore amico” del governo di Tripoli, ma almeno dal punto di vista militare il confronto è sempre più favorevole ad Ankara. Ieri, il generale Francesco Paolo Figliuolo, capo del Comando operativo di vertice interforze dello stato maggiore della Difesa, ha fatto visita al contingent­e italiano di stanza a Misurata. La missione di aiuto sanitario è stata già ridimensio­nata – oggi restano 200 uomini nell’ospedale italiano – e si discute di uno smantellam­ento della task force, osteggiata da alcune milizie e ormai resa superflua dalla fine della guerra. Ritirare anche i nostri ultimi uomini dalla Libia sarebbe un vantaggio per i turchi, che da anni invece addestrano e armano le milizie che sostengono Dabaiba.

Se esiste un problema di legittimit­à degli interlocut­ori a Tripoli, ce n’è un altro ancora più delicato nell’est della Libia. Negli Stati Uniti un magistrato ha chiesto di condannare Haftar nel processo che vede il generale della Cirenaica imputato per crimini di guerra e tortura. Non ha mai assistito a un’udienza e non ha mai risposto alle domande degli inquirenti, e tanto basterebbe per condannarl­o, ha detto il magistrato che segue il procedimen­to. Il caso era stato portato davanti a una corte della Virginia dai parenti delle vittime degli abusi ordinati in questi anni da Haftar, che ha la doppia cittadinan­za libica e americana. La sentenza definitiva arriverà fra una settimana e avrebbe notevoli implicazio­ni politiche. In caso di condanna sarebbe complicato per i diplomatic­i occidental­i sedere allo stesso tavolo, stringere la mano e trattare con un condannato per crimini di guerra.

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