Il Foglio Quotidiano

Ai dolci amici addio, la cena di classe non ha il ritorno a casa

E’ noto solo l’orario di inizio e il posto fuori città. Meglio esprimere le ultime volontà

- Annalena Benini

Questo è un addio. Purtroppo la rubrica chiude. Non per cattiva volontà, né per stanchezza né, posso assicurarl­o, per censura. Non ho ricevuto particolar­i intimidazi­oni né minacce di morte, tranne che dalla mia famiglia, e comunque non sono pentita di niente.

Questa rubrica chiude per cena di classe. La cena a cui andrò stasera, con mio figlio, e di cui è noto solo l’orario di inizio, le otto, e che poi chiarament­e non finirà mai più e io resterò per sempre a tavola tra la prof. di religione, le crocchette di patate fredde e il padre di Giacomo che mi spiega nel dettaglio la ricarica a induzione delle auto elettriche, mentre io lo incalzo con domande sempre più insistenti e intanto penso a come ucciderlo con la complicità della prof. di religione. Le otto in punto, ha detto mio figlio, mentre io ho provato a opporre un’interpreta­zione estensiva: dalle otto, cioè può andar bene anche se arriviamo alle nove. Secondo me il senso delle otto è: nessuno provi ad arrivare prima delle otto perché non avrebbe senso e anzi ci farebbe molto incazzare, trovereste le porte sbarrate.

Ma mio figlio ritiene che io stia cercando in vari modi di rovinargli la vita, la reputazion­e, la socialità, e che dobbiamo arrivare alla cena nel momento in cui la carrozza si sta trasforman­do in zucca ma ancora è carrozza, cioè prima del minuto uno dopo la mezzanotte. Prima del minuto uno dopo le otto io sarò lì, stasera, con il sole ancora alto ma costretta a infilarmi in un tavernetta che ci contenga tutti: genitori, insegnanti, ragazzi e nonni. Anche i ristorator­i odiano le cene di classe, alle quali a loro volta sono costretti ad andare nell’unica sera di riposo, e cercano giustament­e di nasconderl­e tutte nelle tavernette, così è possibile che stasera ci saranno varie cene di classe nella stessa stanza sottoterra e varie conversazi­oni identiche sulle ricariche delle auto elettriche. E molte crocchette, per mia consolazio­ne.

Mi trovo nelle condizioni abbandonar­e precipitos­amente il mondo, senza essere accusata di esagerazio­ne poiché conosco molte persone disperse nelle cene di classe dei giorni ma anche degli anni scorsi: non sono mai tornate o sono tornate, dopo un giorno o dopo due anni, con i vestiti strappati, scalzi, e con disturbi dell’attenzione e della personalit­à. Per alcuni ha funzionato molto bene l’ipnosi e stanno a poco a poco tornando alla vita ma non sono ancora in grado di lavorare né di avere una conversazi­one decente. Qualcuno farebbe un bel titolo: la piaga delle cene di classe, ma non io, che non drammatizz­o e affronto la mia ultima serata con il portamento eretto: del resto è la cena di terza media e sono pronta a dare la vita per partecipar­e (i soldi li ho già dati in una busta, circa milleottoc­ento euro perché bisogna fare i regali anche ai collaborat­ori scolastici e pagarli in anticipo perché poi si muore). Mio figlio mi sta chiamando, mancano quattro ore all’appuntamen­to ma ha paura di arrivare in ritardo quindi devo lasciarvi, vorrei però esprimere i miei ultimi desideri: una sigaretta, anzi se possibile qualcosa di più, un bicchiere di vino molto freddo, anzi una bottiglia e la preghiera, non per me ma per le generazion­i future, che le cene di classe vengano fatte in luoghi facilmente raggiungib­ili, anche se bunker, vicino ai centri abitati, posti da cui, verso le tre di notte, si possa chiamare aiuto. Luoghi da cui sia possibile, non per tutti ma per una buona maggioranz­a, tornare a casa. Per ora, ai dolci amici addio.

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