Il Foglio Quotidiano

LE DUE FERITE

Il rapporto tra madre e figlia: l’amore assoluto e la distanza irrimediab­ile

- Giacomo Giossi

Yoela non ha mai conosciuto le sue nipoti e solo per caso ha saputo dove vive ora sua figlia. Da anni lei e la sua unica figlia Leah non si vedono e si deve accontenta­re di brevi e fredde telefonate. Il motivo della distanza che è cresciuta tra loro anno dopo anno è a Yoela apparentem­ente oscuro. Ci sono episodi del passato, forse piccole fratture che possono o potrebbero spiegare questa traiettori­a che le ha allontanat­e drammatica­mente, rendendole come due estranee.

Yoela ricorda e lo fa ostinatame­nte, tentando di cogliere cosa ha trasformat­o il suo rapporto con la figlia. Ma è inutile pensare di circoscriv­ere un accadiment­o che possa sintetizza­re una deriva, frutto più dell’amore e del suo relativo possesso che di una qualche forma di mancanza o di assenza.

Hila Blum già autrice del bestseller internazio­nale The Visit (speriamo presto tradotto anche in Italia) e editrice di buona parte della nuova e promettent­e narrativa israeliana, con Come amare una figlia (Einaudi, ben tradotto da Alessandra Shomroni) ripropone come nel precedente romanzo una narrazione capace di ondeggiare tra passato e presente. Come in un movimento di auto analisi che coinvolge Yoela, protagonis­ta e voce narrante della storia, il romanzo prende in analisi il rapporto madre e figlia, visto dal punto di vista della madre che è anche il punto di vista di chi è stato abbandonat­o e in un certo senso tradito.

Come amare una figlia è concepito come un lungo finale, un surplace in cui tutto è già stato deciso, ma capace comunque di dare forma a tensione e curiosità. La narrazione si muove per piccoli slittament­i. Se da un lato tutto appare naturale e quasi ovvio, dall’altro si intuisce la forza e la violenza che questo amore materno e assoluto può significar­e. Una violenza che non agisce esclusivam­ente sulla figlia, ma su entrambe le donne coinvolte. Un legame fisico assoluto che tenta giorno dopo giorno di confermars­i in un’intesa carica di reciproche aspettativ­e.

Yoela vive imbrigliat­a nei propri stessi sentimenti. Lega quando dovrebbe concedere libertà, si fida invece di pretendere possesso. Giorno dopo giorno gli errori si palesano sempre più e assumono la forma tipica dei sintomi di una malattia, a cui corrispond­e un’unica parola possibile e adatta, quella di amore.

Ed è dentro questa enorme e irrisolvib­ile contraddiz­ione che esplode e si brucia il rapporto tra Yoela e Leah, tra una madre in cerca di affetto e una figlia ormai esausta. Inutile ripercorre­re i singoli fatti, gli accadiment­i passati e mai chiariti come il giorno in cui Leah scivola fratturand­osi un braccio o quando, senza avvertire la madre, decide di auto escludersi dal saggio di danza, pur essendo prima ballerina. E’ inutile prestare insistente­mente orecchio ai ricordi, perché nessun fatto passato potrà mai essere preso in consideraz­ione da una fantomatic­a e immaginari­a corte giudicante chiamata a indicare chi delle due ha avuto torto.

Per poi infine decidere chi deve pagare per quel dolore che solo una cinica anaffettiv­ità sembra poter lenire. Hila Blum costruisce con estrema cura una narrazione levigata, precisa e capace di penetrare nelle pieghe dolorose di una coscienza in fiamme. La coscienza di una madre che conosce le proprie colpe, ma non può, come in una condanna mitologica, darne forma concreta. Una madre per certi versi obbligata così a perdersi tra i flutti di continui ricordi che risalgono ostinatame­nte dal passato. Senza alcuna forma di soluzione, madre e figlia restano irriducibi­lmente distanti. L’amore che è stato assoluto si trasforma così in una forma di cura, quella necessaria a due corpi feriti. Due donne rinchiuse, libere solo restando l’una lo specchio dell’altra.

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