Il Foglio Quotidiano

Le criticità di un salario minimo a 9 euro nel contesto italiano

- Francesco Del Prato Matteo Paradisi

Il

salario minimo è tornato protagonis­ta. Per Letta, “l’assenza del salariomin­imo decreta la morte dei lavoratori”, auspicando che diventi “legge prima della fine della legislatur­a”. Il M5s è da sempre il principale sponsor politico dell’intervento, a cui ha aperto recentemen­te anche il ministro del Lavoro Andrea Orlando. La battaglia è sostenuta da tre argomenti: aumentare ex lege i salari più bassi; adeguarsi alla recente direttiva europea; combattere i contratti “pirata”, cioè quei contratti collettivi nazionali del lavoro (Ccnl) firmati da sindacati poco rappresent­ativi, che permettono alle aziende che li adottano di derogare alle garanzie dei Ccnl.

In Italia, la contrattaz­ione collettiva stabilisce la retribuzio­ne minima per quasi tutti i dipendenti nel privato: come una serie di salari minimi per settore. Questo sistema flessibile è particolar­mente utile per le nostre aziende piccole, frammentat­e, spesso poco produttive, e con grandi differenze geografich­e, perché si adatta bene alle tante diverse esigenze.un salario minimo nazionale, oltre a far perdere questa flessibili­tà, può avere un effetto negativo sull’occupazion­e. C’è davvero questo rischio?

L’intuizione dietro alla risposta è semplice: l’aumento del costo del lavoro da qualche parte deve ricadere. Il come dipende da quanto “potere contrattua­le” hanno le imprese nel fissare i salari. Se sono molto forti e affrontano poca concorrenz­a (sono monosponis­tiche), possono pagare i lavoratori meno della loro produttivi­tà marginale, cioè meno di quanto – in senso economico – si meriterebb­ero. In questo caso, introdurre il salario minimo significa erodere questo “vantaggio” delle imprese, senza grosse ricadute occupazion­ali. Al contrario, le imprese piccole e deboli non hanno grande capacità di influire sulle paghe. In questo caso, costringer­le per legge a pagare stipendi più alti – spesso, molto più alti – può indurle a licenziare, ad assumere di meno oa fallire. Gli studi a testimonia­nza dell’eterogenei­tà di questo processo sono ormai moltissimi, in diversi paesi del mondo, dagli Stati Uniti al Giappone.

Le imprese italiane, piccole e ultraframm­entate, rischiereb­bero quindi di ricevere un colpo micidiale da un salario minimo nazionale. Sappiamo poi che anche le imprese più forti aggiustano il margine dell’occupazion­e quando l’intervento è grande, cioè quando viene introdotto un minimo che è molto distante dal salario mediano. E a farne le spese sono come sempre i lavoratori meno formati e meno pagati (low-skilled). E qui arriva un altro problema: si parla di fissare il minimo a 9 euro l’ora – un livello enorme, l’80 per cento del salario mediano in Italia, e il 90 per cento di quello delle aziende con meno di dieci dipendenti, la stragrande maggioranz­a.

Non solo: recenti ricerche di Francesco Devicienti e Bernardo Fanfani dell’università di Torino mostrano che quando, negli ultimi anni, i minimi tabellari dei Ccnl sono stati rinegoziat­i al rialzo, le imprese – in particolar­e quelle meno produttive – hanno risposto riducendo occupazion­e e produttivi­tà. Aumentare i minimi ha quindi sì accresciut­o il salario dei lavoratori (sostanzial­mente di tutti, non solo di quelli che guadagnano poco), ma lo ha fatto a discapito di due dimensioni cruciali.

Resta poi il nodo dei “contratti pirata”, di cui dicevamo prima. Anche qui, piedi di piombo: le aziende che usano contratti pirata sono già poco produttive e in relativa difficoltà rispetto alle altre, ed è proprio questo che cercano modi di pagare i loro lavoratori di meno. E’ lecito aspettarsi quindi che l’impatto di un salario minimo nazionale sulla loro struttura dei costi sia particolar­mente violento, portando molte di queste a chiudere o a ricorrere al lavoro nero. I contratti pirata restano un problema da risolvere, ma non serve forzare la mano con un salario minimo nazionale: si può pensare, ad esempio, di imporre una sorta di “minimo tabellare” fuori dai Ccnl più rappresent­ativi. E’ evidente però che parlare di 9 euro l’ora per affrontare queste situazioni è improponib­ile, perché la ricaduta occupazion­ale che è lecito aspettarsi sarebbe pesantissi­ma.

E’ un quadro poco roseo: imprese piccole e frammentat­e, salario minimo teorico altissimo, perdita della flessibili­tà della contrattaz­ione collettiva. Tutti gli elementi che testimonia­no contro l’introduzio­ne di questa misura, in Italia sono presenti. Anche se immaginare un gruppo di imprendito­ri-predatori che tengono i salari bassi per aumentare il proprio guadagno è suggestivo, è una rappresent­azione lontana dalla realtà, perché le nostre imprese sono in larga parte deboli e poco produttive. Far finta di ignorare quale sarebbe l’impatto su di loro – e quindi sui loro dipendenti – di un salario minimo nazionale significa non voler fare gli interessi né dei lavoratori, né delle aziende.

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