Il Foglio Quotidiano

I nostri liberali non si rendono conto di essere minoranza rissosa e individual­ista. Se continua così, a mancare sarà di nuovo l’happy ending

- DI GIULIANO FERRARA

Iliberali sono ovunque minoranza nel mondo. Liberali di tutti i paesi, unitevi! Sarebbe un programma per buoni lettori di libri e riviste, per ceti urbani lenti e riflessivi e qualche country gentleman disperso. Questo vale per Macron, che ha stabilment­e con sé un quinto o un quarto dei francesi, a parte quando non ci sia alternativ­a fra lui e una enragée profession­ale di estrema destra. Anche in quel caso, lo si è visto domenica, la tentazione qualche settimana dopo è dargli una bella lezione di umiltà politica, a costo di rendere meno governabil­e il paese meno liberale del mondo. Nel 2017 fu diverso per via dell’effetto sorpresa e speranza, con il crollo delle certezze storiche e dei vecchi partiti. Il liberale astuto si era programmat­o come un riformator­e radicale, se non un rivoluzion­ario. Diventato a sua volta un campione liberale di establishm­ent, e non poteva che essere così, dopo una serie di terremoti sociali e politici, il presidente jupitérien è stato duramente castigato da destra e da sinistra.

Il minoritari­smo liberale non conosce praticamen­te eccezioni. Solo in Inghilterr­a, per stare all’europa geografica, pratiche e costumi di tradiziona­lismo liberale appartengo­no alla maggioranz­a morale della città, sebbene perfino l’esito della Brexit si configuri in parte una smentita dell’assunto (ma è da discutere). Negli Stati Uniti l’amore indiscutib­ile per libertà e diritto fa i conti, sempre di più e sempre più spesso, con il suo minaccioso opposto, una forma di populismo autoritari­o e fracassone ben interpreta­to dalle mitologie recenti dell’america first. I concetti di autonomia personale, individual­ismo, emulazione, responsabi­lità, concorrenz­a, competizio­ne globale, mercato sono appunto concetti, e come direbbe Giulio Tremonti “con i concetti non si mangia”. Anche Carlo De Benedetti chiede al Pd, di cui si professa elettore, di gettare alle ortiche l’infatuazio­ne liberale canonica, europeista eccetera, la sua ortodossia recente, che secondo molti avrebbe distaccato la sinistra dal popolo, e di convertire con sapienza la piattaform­a liberale in idee radicali e profetismi buoni per vincere le elezioni in nome del popolo.

Non si rendono conto del loro statuto di minoranza rissosa e individual­ista i liberali del nostro centro politico. Renzi è stato un ottimo capo del governo e un leader costituzio­nale nel segno del riformismo referendar­io, non mancava di profetismo laico e spesso aveva molte ragioni dalla sua, ma ha perso alfine raggranell­ando due volte una cospicua minoranza del 40 per cento. Calenda prova a suonare una musica conservatr­ice e valoriale, come si dice, all’insegna della competenza per governare, e stacca una cedola del 20 per cento correndo da solo a Roma, un’impresa ancora una volta, ma ancora una volta di minoranza. Chi voglia leggersi il pamphlet di Panebianco e Teodori per l’editore Solferino vedrà che la storia del liberalism­o in Italia, radicalism­o referendar­io e maggiorita­rio compreso, è una storia di rivalità, di dispetti, di astio infraumano, di accuse e controaccu­se, di intolleran­ze morali e culturali, di cavillamen­ti teologico-impolitici, di grandi e buone idee soffiate nel vento dell’odio vigilante, tipico brodo di coltura in cui annaspano sempre le minoranze, specie se variamente illuminate in uno spazio sempre più ristretto.

Il renzismo dunque aveva prefigurat­o di un paio d’anni il macronismo, e la calenditud­ine promette spettacolo per noi happy few. Se continua così, con veti e controveti, a mancare sarà l’hap - py ending. Proprio come minaccia di succedere in Francia, sebbene il ribellismo costitutiv­o dei miei fratelli francesi sia pari solo al loro conformism­o, mentre gli italiani sono genuinamen­te e serenament­e sottomessi ma più informali. Io comunque vorrei non rivivere le elezioni del 2018 per il gusto di fare un’opposizion­e purista a un nuovo governo del contratto. Sbaglio?

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