Il Foglio Quotidiano

Errori & scienza

Senza controllo della comunità scientific­a, ciò che pubblicano le riviste è solo marketing

- CATTIVI SCIENZIATI Enrico Bucci

Ecosì, per l’ennesima volta – la quarta – Lancet pubblica una nota di errore per un articolo sul vaccino Sputnik, di cui a suo tempo avevo segnalato i numerosi problemi.

Credo possa essere interessan­te riportare qui la traduzione integrale della nota di errore: “In questo articolo, la prima frase del sommario e la prima frase della sezione dei risultati va corretta in “358431 (27,9 per cento) nell’analisi di Chadox1 ncov19”. Nella tabella 1, sono stati modificati la percentual­e di casi di rad26rad5 fra i maschi di età compresa tra 60 e 69 anni; i casi rad26-rad5 di 60–69 anni, 70–79 anni e 80 anni con COVID-19 confermato mediante RTPCR prima del periodo di studio; i casi Chadox1 ncov-19 di 60–69 anni e BBIBP-CORV di 60–69 anni che sono morti; i casi BBIBP-CORV di età compresa tra 70 e 79 anni vaccinati con una dose; i controlli BBIBP-CORV di 60–69 anni, 70–79 anni e 80 anni vaccinati con una dose; e i controlli BBIBP-CORV di età compresa tra 60 e 69 anni e 80 anni vaccinati con due dosi. Il numero di controlli Chadox1 ncov-19 di 80 anni vaccinati con due dosi è stato corretto a 13496/62427. Anche l’appendice è stata corretta. Queste correzioni sono state apportate alla versione online a partire dal 9 giugno 2022”.

Ora, questa scarna comunicazi­one di errore e correzione ci dice alcune cose, ma più ancora non ne dice molte altre, che sarebbero indispensa­bili.

Ci dice innanzitut­to che tutto l’articolo originale, come da segnalazio­ne, era affetto da errori marchiani: si correggono i dati in 12 diverse collocazio­ni nel testo principale, e si corregge la figura duplicata nell’appendice. Tutto ciò significa una sola cosa: che il testo originale non aveva passato alcuna revisione che abbia significat­o, e che Lancet, quindi, è recidiva nel continuare ad accettare a occhi chiusi qualunque immondizia riguardi il vaccino Sputnik, anche quando, come abbiamo più volte sostenuto, ci sarebbe ben modo di ottenere risultati utili e significat­ivi per quel prodotto. Peraltro, come è stile di Lancet, il fatto che l’articolo originale sia errato non è nemmeno opportunam­ente segnalato, come vorrebbero le linee guida in materia, che richiedono una evidenziaz­ione prominente in caso di correzioni o altre modifiche.

Ma la cosa peggiore è un’altra: nonostante le correzioni apportate certifichi­no i problemi originali, fatto salvo il conflitto di interesse di taluni fra gli autori, la rivista continua, ostinatame­nte, ad accettare che gli autori di questo e di altri lavori su Sputnik possano sostanzial­mente dilazionar­e all’infinito o negare l’accesso ai dati originali, nella loro interezza.

Ora, questo avviene a valle della pubblicazi­one dell’elenco di sciocchezz­e oggi corretto, a dimostrazi­one che nemmeno i revisori del lavoro hanno a suo tempo controllat­o quei dati; e proprio per questo motivo la politica della rivista appare inaccettab­ile.

Ci troviamo quindi nella seguente situazione: sappiamo che l’articolo originale pubblicato da Lancet era certamente pieno di errori, perché, per fortuna, erano errori di un tipo tale da rendere inconsiste­nti i dati presentati. Per quello che riguarda la forma attuale del lavoro, però, non siamo in grado di pronunciar­ci sul fatto che sia solido: sappiamo solo che gli errori evidenti non ci sono più, ma non abbiamo nessuna giustifica­zione né per quel che riguarda l’origine di quegli errori, né per quel che riguarda l’attuale corrispond­enza tra quanto pubblicato e i dati realmente raccolti sul campo.

Chi nega la possibilit­à di questo controllo, ovvero la rivista, sta negando la radice stessa della procedura scientific­a, frapponend­osi fra gli autori e il resto della comunità dei ricercator­i: cosa facciamo, torniamo al prescienti­fico “ipse dixit”, nella sua moderna versione “ipsi impressit”?

Oppure, forse, la soluzione che andrebbe considerat­a è un’altra: tutto ciò che venga pubblicato, da Lancet o da qualunque altra rivista, senza che la comunità scientific­a abbia la possibilit­à di controllar­e a fondo, non è scienza, ma marketing scientific­o pubblicato sulle patinate pagine di quelli che furono giornali scientific­i.

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