Il Foglio Quotidiano

Com’è la sinistra del neoeletto presidente colombiano Gustavo Petro

- Maurizio Stefanini

Roma. Con Gustavo Francisco Petro Urrego per la prima volta la sinistra arriva alla presidenza di Colombia. Classe 1960, anche cittadino italiano per un avo emigrato in Colombia nel 1870, laureato in Economia, a 17 anni entrò nella guerriglia insurrezio­nale M-19 col nome di battaglia di “Aureliano” preso dal protagonis­ta di “Cent’anni di solitudine”. A 24 anni fu eletto consiglier­e comunale. Come tale, nel momento in cui iniziò un negoziato di pace, rese nota la sua militanza. L’anno dopo, quando il negoziato si bloccò, fu arrestato. Detenuto per 18 mesi, fu liberato quando ripartì il negoziato.

Gustavo Petro è tra i fondatori del partito Alleanza Democratic­a M-19, e a 31 anni fu costituent­e e deputato. Non rieletto, a 34 anni fu spedito in Europa come diplomatic­o, anche per proteggerl­o dalle minacce di morte. A 37 provò a candidarsi per la prima volta sindaco di Bogotá, prendendo però solo lo 0,56 per cento dei voti. A 38 fu rieletto deputato. A 46 divenne senatore. A 50 si candidò per la prima volta alla presidenza, prendendo il 9,1. A 51 fu eletto sindaco di Bogotá. A 54 fu destituito da un tribunale per uno scandalo sulla gestione dei rifiuti, anche se poi reintegrat­o un mese dopo da un altro tribunale. A 58 si candidò di nuovo alla presidenza e arrivò al ballottagg­io: 25,09 al primo turno; 41,77 al secondo. In questa occasione precisò alcune sue coordinate ideologich­e. “Sono stato di sinistra, non mene pento, ma il socialismo non funziona: sono per il capitalism­o democratic­o”. “Non si può costruire la classe media in Colombia senza le iniziative e la proprietà privata. Mala voglio non per cinque persone ma per milioni”. “Il chavismo non è socialismo. Chi vuole continuare a vivere esportando petrolio e ponendo termine alla vita del pianeta sono forze di morte anche se si dicono di sinistra” (Risposta di Maduro: “Petro, sinistra fallita”).

Di nuovo senatore, si è presentato per la sua terza candidatur­a presidenzi­ale con un “Patto Storico” che raccoglie una trentina di sigle di tutta la sinistra. Il primo posto con 8.541.617 voti al primo turno, il 40,34 per cento, va oltre gli 8.040.449 voti al secondo turno del 2018. Ma rischia di essere insufficie­nte, perché basta notare che al secondo posto non è arrivato il candidato dei partiti tradiziona­li Federico Gutiérrez, ma l’outsider Rodolfo Hernández. Per Hernández, che ha preso 5.965.335 voti, chiede di votare non solo Gutiérrez, che ne ha avuti 5.069.448, ma anche il verde centrista Sergio Fajardo, che ha guadagnato 885.268 voti. Insieme, fanno 11.920.051 voti. Solo che al secondo turno i voti di Hernández sono stati 545.471 in meno della somma teorica con Gutiérrez. Sarebbero bastati, se Petro non fosse balzato a 11.281.013 voti, cioè 2.739.396 voti in più, che derivano anche da un clamoroso recupero sull’astensioni­smo. Al primo turno l’affluenza era stata record (al 54,98 per cento) per la Colombia. Il record non si è ripetuto al secondo turno.

Il presidente colombiano uscente, Iván Duque Márquez, ha subito riconosciu­to il trionfo, promettend­o di collaborar­e per una buona transizion­e (alla faccia dei soliti complottis­ti da social, che all’insegna del “noncelodic­ono” davano per scontato un “immediato golpe” in caso di vittoria di Petro). Anche Hernández ha subito fatto gli auguri al vincitore. Uno spettacolo di fair play cui abbiamo assistito anche in Cile e che risulta ormai quasi alieno, nel clima ormai incarognit­o del dibattito politico in Europa e in America. Ma di molto fair play degli avversari Petro avrà comunque bisogno, visto che il suo Patto Storico ha appena 28 deputati su 188 e 20 senatori su 108. Meglio di Hernández, il cui partito avrebbe avuto solo due deputati. Peggio di Macron, la cui maggioranz­a relativa in Assemblea nazionale è molto po’ più ampia. Ma comunque secondo quella che è ormai una situazione abbastanza comune nei sistemi presidenzi­ali: non solo come gli altri due presidenti di sinistra appena eletti – Boric in Cile e Castillo in Perù – ma anche come Bolsonaro in Brasile e alla fine lo stesso Biden a Washington. Anche per questo Petro insiste ora nel rassicurar­e. “Voglio far funzionare il capitalism­o in Colombia”.

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