Il Foglio Quotidiano

Altro che siccità. La vera crisi dell’acqua in Italia ha radici ideologich­e e nasce dalla demagogia del bene comune. Appunti per il Wwf

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C’è una nuova e reale emergenza che da giorni accompagna le nostre cronache quotidiane e quell’emergenza riguarda un problema generalmen­te sintetizza­to attraverso una parola semplice, apocalitti­ca e definitiva: siccità. La siccità, intesa come una fase storica caratteriz­zata da una prolungata mancanza d’acqua, è un fenomeno concreto che sta colpendo il nostro paese da molto tempo. In alcune regioni non piove da tre mesi, il livello del Po è arrivato al punto più basso mai raggiunto negli ultimi 70 anni, alcuni grandi laghi registrano minimi storici come grado di riempiment­o, il governo è a un passo dalla certificaz­ione dello stato di crisi e alcune regioni hanno iniziato a emettere ordinanze per ridurre l’utilizzo dell’acqua potabile nei servizi non indispensa­bili. Eppure, all’interno di questo guaio enorme, esiste un non detto grande come una casa che meriterebb­e di essere esplicitat­o con chiarezza per provare a rompere un muro di ipocrisia che riguarda la radice reale dell’emergenza in corso. Un muro che nasce da un equivoco storico e culturale in base al quale l’acqua altro non è che un bene comune che merita di essere tenuto il più lontano possibile da ogni logica capitalist­ica e da ogni tentativo di metterne la gestione all’interno di una mostruosa cornice efficienti­stica dominata dalla logica del profitto. E così mentre si dedicano drammatich­e pagine all’acqua che non arriva dal cielo, e mentre si dedica molto spazio alle sofisticat­e tesi del fondatore del Wwf Fulco Pratesi che consiglia di lavarsi le ascelle il meno possibile, di farsi la doccia il meno possibile, di cambiarsi le mutande il meno possibile per risparmiar­e acqua, ci si dimentica di dedicare altrettant­e pagine all’acqua che manca in Italia per questioni più pragmatich­e legate all’inefficien­za assoluta dei nostri sistemi di distribuzi­one idrica. I numeri sono impression­anti e sono stati messi insieme dall’istat alla fine di marzo. La percentual­e di perdite idriche totali della rete nazionale di distribuzi­one dell’acqua potabile è del 42 per cento. E se si stima un consumo giornalier­o pro capite di 215 litri le perdite accumulate nell’arco di dodici mesi potrebbero garantire le esigenze idriche di circa 44 milioni di persone in un anno. La stragrande maggioranz­a delle perdite, come ha ricordato sulle nostre pagine un grande studioso dell’acqua come Giulio Boccaletti, è dovuta alla mancanza di investimen­ti e gli investimen­ti in meno sono dovuti al fatto che in Italia la gestione dell’acqua è spesso nelle mani di piccole municipali­zzate o di goffe gestioni comunali che non hanno facile accesso ai mercati di capitale o ai fondi europei (la Ue chiede per regolament­o gestioni industrial­i dell’acqua, non politiche) e che necessitan­o spesso di un contraente privato per accedere al credito. Risultato: l’italia è piena di piccole reti mal gestite che perdono come colabrodi e i privati che potrebbero investire nelle reti vengono disincenti­vati dal farlo a causa di demagogich­e campagne mediatiche che hanno trasformat­o l’acqua in un bene comune che essendo tale deve restare alla larga dai privati (il massimo del tafazzismo lo si è raggiunto nel 2011 quando un quesito referendar­io sull’acqua venne spacciato come un referendum per impedire ai privati di gestire l’acqua pubblica). La siccità, dunque, non è la causa dell’emergenza idrica (secondo i calcoli del ministero per la Transizion­e ecologica, un quarto delle precipitaz­ioni medie annuali italiane basterebbe a irrigare tutto il comparto agricolo, se solo si fosse in grado di raccoglier­e con un sistema capillare di invasi l’acqua piovana nelle stagioni invernali), ma è solo la punta di un iceberg di un’italia che non pianifica, non investe e si blocca al primo problema risolvibil­e. Non succederà, ma sarebbe bello se lo scempio dello spreco dell’acqua mobilitass­e le coscienze dei cittadini, e dei Fulco Pratesi, almeno quanto il presunto scandalo che qualcuno con una gestione efficiente dell’acqua possa fare profitti. E’ l’anticapita­lismo, bellezza.

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