Il Foglio Quotidiano

L’abbraccio europeo a Zelensky è un gran colpo a Putin. Ora armi e soldi

L’UE arriva al Consiglio impreparat­a sulla Lehman del gas. Il price cap e gli attendisti

- David Carretta

Bruxelles. Il ministro tedesco dell’economia, Robert Habeck, ieri ha accusato la Russia di aver lanciato un “attacco economico” usando il taglio delle forniture di gas “come un’arma contro la Germania”, annunciand­o la decisione di passare alla fase due del piano d’emergenza per far fronte a una crisi energetica. La più grande economia dell’unione europea rischia di dover imporre il razionamen­to per le imprese e per le famiglie previsto dalla fase tre del piano d’emergenza. “Non posso escluderlo”, ha detto Habeck. L’invito per ora è a limitare al massimo il consumo perché “d’ora in poi il gas è una materia prima scarsa”. In ogni caso, i tedeschi devono prepararsi a ulteriori aumenti dei prezzi “che avranno un effetto sulla produzione industrial­e e peseranno sui consumator­i”, ha spiegato Habeck. Dieci giorni fa Gazprom ha ridotto del 60 per cento le sue forniture attraverso il gasdotto Nord Stream e ha rifiutato di aumentare i flussi attraverso altri gasdotti. Un altro gasdotto russo, Turkstream, è stato chiuso per manutenzio­ne. Oltre alla Germania, anche Italia, Austria, Slovacchia, Francia e Grecia hanno subìto riduzioni delle forniture. Dal 14 giugno il prezzo del gas all’ingrosso è passato da 85 euro a 135 euro megawattor­a. “A un certo punto l’intero mercato corre il pericolo di collassare”, ha detto Habeck, avvertendo che c’è il rischio di “un effetto Lehman nel sistema dell’energia”.

Il paragone con il fallimento di Lehman Brothers nel 2008, che aveva dato avvio alla grande crisi finanziari­a globale, non è casuale. Come 14 anni fa il pericolo è che l’ue e i suoi stati membri sottovalut­ino la gravità della minaccia e, di conseguenz­a, limitino la loro risposta collettiva. Nello stesso momento in cui Habeck annunciava le nuove misure d’emergenza, i capi di stato e di governo ieri erano riuniti a Bruxelles per un Consiglio europeo. E’ un vertice storico, che ha deciso la concession­e dello status di candidato all’ucraina in guerra (e alla Moldavia). Ma, se non fosse stato per l’insistenza di Mario Draghi e pochi altri, i leader europei avrebbero fatto volentieri a meno di discutere della guerra del gas che Vladimir Putin ha lanciato contro di loro. Su insistenza dell’italia, la bozza di conclusion­i denuncia “l’uso del gas come arma da parte della Russia”. Draghi ha chiesto la convocazio­ne di un vertice straordina­rio sull’energia. Uno degli obiettivi è che la Commission­e proponga un price cap sul gas importato dalla Russia, che funzionere­bbe come sanzione contro il Cremlino per la guerra contro l'ucraina. Ma altri leader sono più attendisti.

Il price cap è una scommessa. L’UE decide il prezzo a cui comprare il gas russo, riducendo le entrate per il Cremlino e le bollette degli europei. E’ un modo per anticipare le mosse di Putin, che si troverebbe di fronte a una scelta: accettare il prezzo dell’ue e incassare di meno oppure chiudere il rubinetto e non incassare nulla. Se la Commission­e facesse una proposta nell’ambito delle sanzioni, in caso di accordo degli stati membri, il price cap potrebbe essere attuato immediatam­ente. La proposta di Draghi ha il sostegno di Francia, Belgio e paesi dell’est. Ma Germania e Paesi Bassi frenano. C’è “grande cautela di alcuni leader”, secondo i quali “i mercati sono già perturbati e un tetto sui prezzi peggiorerà la situazione”, spiega una fonte dell’ue. L’UE si trova così sulla difensiva nella guerra del gas. Come ai tempi di Lehman, diversi leader europei pensano che lo scenario peggiore non li travolgerà anche se non faranno nulla. Finora l’emergenza è gestita come ordinaria amministra­zione.

La Commission­e ha presentato il piano Repowereu per accelerare sulle rinnovabil­i, ma ci vorranno anni. Ieri è stato firmato un memorandum di intesa per aumentare le forniture dalla Norvegia, ma gli acquisti comuni faticano a decollare. I piani di emergenza sono stati lasciati ai singoli governi. La Germania ha riattivato le centrali a carbone. I Paesi Bassi hanno tolto i limiti all’uso del carbone. Ma i grandi tabù rimangono: dal prolungame­nto del nucleare in Germania all’istituzion­e di un fondo di debito dell’ue per affrontare la crisi energetica. Più si aspetta più farà male.

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