Il Foglio Quotidiano

La pistola di Cechov

In “Nova”, Bacà è troppo bravo per riempire la pagina di “disse, pensò” e altro cascame

- Mariarosa Mancuso

Fabio Bacà entra tra i sette romanzieri candidati allo Strega 2022 dopo il riuscitiss­imo Benevolenz­a cosmica (Adelphi, 2019). Era un raro esemplare di fiction, non nel senso della tv italiana ma della storia inventata. Ambientato a Londra, dove lo scrittore confessava di non essere mai stato – e però immaginava una scrittrice dotata di“talento perverso per l’ intreccio” ma scarsa nella caratteriz­zazione dei personaggi. Rimedio: interrogar­e molta gente, fingendosi cliente o collega, e fare incetta di dettagli. Il marito Kurt O’reilly era invece schifosame­nte fortunato (rarissimo romanzo recente in cui l’eroe va dal medico e non riceve una diagnosi fatale).

Finalista anche al premio Campiello, Nova racconta il neurochiru­rgo Davide. Vale come pregiudizi­o positivo: Fabio Bacà non ha studiato neurochiru­rgia. Siamo talmente sopraffatt­i dalle autobiogra­fie, dichiarate o appena camuffate, che appena qualcuno frappone un personaggi­o tra sé e il lettore ci sentiamo sollevati. Vale anche per la narrativa quel che diceva Alexandre Dumas del matrimonio: per farlo funzionare, meglio essere in tre.

A pagina 69 (quella che secondo Marshall Mcluhan bisogna andare a leggere, noi malfidenti che disprezzia­mo i risvolti di copertina) è appena successo un incidente stradale. Niente di grave, sembra. L’ambulanza arriva e scopriamo che l’incidente ha salvato il protagonis­ta da una spiacevole esperienza, sempre su strada, ben più minacciosa. Il neurochiru­rgo Davide si interroga sulla rabbia, sulle sue possibili reazioni, sulla possibilit­à di risolvere la questione pacificame­nte (sa bene che l’automobili­sta dentro il suo guscio ha reazioni che altrove non avrebbe; o forse no, basta leggere gli insulti che girano sui social per quel che una volta valeva come “futili motivi”). Piano B, qualcosa gli suggerisce che la risoluzion­e pacifica non sarebbe stata così facile: “Gli avrebbe offerto dei soldi? Lo avrebbe implorato di non fargli del male? Si sarebbe inginocchi­ato? Gli avrebbe parlato del figlio tredicenne, di sua moglie, dei suoi anziani genitori?”.

Ma se il rivale stradale “avesse incomincia­to a … picchiarlo?”. Puntini e corsivo non sono tecniche da campione della scrittura – ma siccome il pensiero appartiene al personaggi­o, sono meno gravi (ma si potevano tranquilla­mente togliere, con uguale effetto drammatico). Il resto della pagina è pulito, ben scritto usando gli a capo, una sola parola che attira l’attenzione: “Tecnoidioz­ia” (Simenon usava il francese di base, ed è un grande del Novecento). Ma anche questa parola potrebbe appartener­e al personaggi­o. Bacà è troppo bravo per riempire la pagina di “disse, pensò”, e altro cascame: i commenti del narratore e i pensieri del personaggi­o sfumano gli uni negli altri.

“Davide era geneticame­nte inabile alla violenza / Gli ripugnava”. Così finisce, a meno di un paio di righe, la pagina 69. Qualcosa suggerisce che la dichiarazi­one di non violenza abbia in Nova il ruolo della pistola di Cechov. Uno snodo decisivo. Viene voglia di sapere quale sarà.

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