Il Foglio Quotidiano

Il rame ha creato un cortocircu­ito nella sinistra ambientali­sta in Cile

- Maurizio Stefanini

Roma. Il presidente cileno Gabriel Boric ordina la chiusura di una fonderia per ragioni ambientali, e in 50.000 si mettono contro di lui in sciopero a oltranza. Una Taranto alla massima potenza, che esemplific la contraddiz­ione tra una vecchia sinistra operaista e una nuova sinistra ambientali­sta che Boric ha cercato di mettere assieme.

“Centrale Unica del Cile / massiccia come l’acciaio / che vegli per le conquiste / del lavoratore cileno”, cantavano gli Inti Illimani nella “Cueca de la Cut”: ritmo di danza tradiziona­le dedicato alla centrale Unica dei Lavoratori, che stava in quel loro primo album italiano il cui successo ne fece un fenomeno di costume. “Perché questa volta non si tratta / di cambiare un presidente / sarà il popolo che costruirà / un Cile ben differente”, era il testo di una “Canzone del Potere Popolare” presente nello stesso album, da loro scritta per la campagna elettorale di Salvador Allende. Di Allende, Boric si propone come erede, anche col gesto altamente simbolico di aver messo sua nipote al ministero della Difesa. E la Cut si è presentata come suo sostegno, esattament­e come lo si era presentata di Allende. Ma adesso non digerisce la decisione di smantellar­e la fonderia Ventanas, che dipende dalla Codelco. Il Cile da solo produce un terzo di tutto il rame del mondo, e la Corporacio­n Nacional del Cobre de Chile è una società di stato la cui origine è proprio nella nazionaliz­zazione decisa da Allende l’11 luglio 1971.

Un particolar­e interessan­te è che Pinochet privatizzò a tutto spiano, ma il rame lo lasciò in mani pubbliche. Anzi, fu lui, nel 1976, a creare la Codelco, mettendo assieme le cinque società di stato lasciate da Allende. E fu stabilito che il 10 per cento degli utili della Codelco dovessero andare alle Forze armate, una disposizio­ne abolita solo nel 2019.

Nel 2020 il rame ha rappresent­ato l’11,5 per cento del Pil in Cile, e il 13.1 per cento delle entrate dello stato. Solo un quarto di questo rame è però processato nel paese. Troppo poco secondo il nazionalis­mo economico che negli anni Settanta era uno dei capisaldi della sinistra di Allende, e secondo cui tutto il valore aggiunto avrebbe dovuto essere creato in Cile, piuttosto che esportato. Troppo secondo l’ambientali­smo che mezzo secolo dopo è uno dei capisaldi della sinistra di Boric, e che ha rilanciato la definizion­e di Greenpeace di “Chernobil cilena” a proposito di quella fonderia Ventanas che è situata nella baia di Quintero y Puchuncaví, a circa 140 chilometri a ovest di Santiago.

Essendo impresa pubblica, la dirigenza di Codelco ha subito obbedito ai desiderata del presidente e della ministro dell’ambiente Maisa Rojas. Essendo preoccupat­i per i loro posti di lavoro, i dipendenti si sono subito inferociti, e da mercoledì sono entrati in agitazione. Tutta la Codelco. Non contestano che la zona sia la più inquinata del paese, ma dicono a Boric che allora può investire un po’ dei proventi che il rame assicura al Cile, per rendere la fonderia ambientalm­ente compatibil­e. Secondo loro basterebbe­ro 54 milioni di dollari, e lo sciopero ne costa 20 al giorno. In teoria, in base alle normative locali, sarebbe fuori legge, visto che l’interruzio­ne del lavoro sarebbe consentita solo nell’ambito di negoziazio­ni collettive per il contratto. Ma i sindacati avvertono: se anche uno solo degli scioperant­i è perseguito penalmente, “la protesta è destinata a radicalizz­arsi”. La chiusura dello stabilimen­to richiede anche di cambiare la legge che obbliga la Codelco a fondere minerali solo a Ventanas e nell’altra fonderia pure statale Enami.

Non si sa come andrà a finire, ma uno scenario simile potrebbe presto ripetersi in Colombia, dove è stato appena eletto presidente Gustavo Petro, alla testa di una coalizione di sinistra abbastanza simile a quella di Boric. E quel che Boric sta facendo con il rame Petro, in nome della “transizion­e ecologica”, dice di volerlo fare con gas e petrolio, salvo che punterebbe a utilizzare al posto del gas colombiano quello venezuelan­o. Da cui una durissima avvertenza lanciata dal presidente uscente Iván Duque: “Le idee di creare una dipendenza del gas dal Venezuela sono sbagliate, perché vediamo quello che sta succedendo in Europa. Non si può dare il controllo della sovranità energetica a un regime autoritari­o che, in qualunque momento per una decisione improvvisa, può sospendere la fornitura del gas”.

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