Il Foglio Quotidiano

La virtù degli imbecilli che condannano l’incoerenza di Di Maio

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Al direttore - Condivido spesso i suoi interventi ai talk-show in tv, ma è mai possibile che, in merito alla ridicola questione “armi non armi”, nessuno informa che l’italia è il fanalino di coda per l’invio delle armi (0,18 per cento di tutte quelle inviate), dando quindi un contributo insignific­ante. Gli italiani credono a tutte le fandonie? Federico Russo

La classifica a cui lei fa riferiment­o, come raccontato già qualche giorno fa dal nostro Valerio Valentini, è quella prodotta dal Kiel Institute for the World Economy, un centro studi tedesco. Da quella graduatori­a, in effetti, l’italia risulta avere contribuit­o per soli 150 milioni in armamenti e munizioni e risulta essere undicesima dietro non solo ad America e Gran Bretagna ma anche a Estonia, Norvegia e Lettonia. In verità, quella graduatori­a tiene conto solo del materiale non coperto da segreto. Se invece si consideras­se il totale, il contributo effettivo dell’italia salirebbe a più di mezzo miliardo di euro. Al vertice della Nato di Madrid si capirà se gli aiuti aumenteran­no ancora oppure no (spoiler: la risposta è sì, aumenteran­no ancora). Grazie.

Al direttore - La storia è piena di traditori, per avidità o per amor di patria, per ambizione o per vendetta, per fanatismo o per viltà, per mille ragioni e per mille passioni. Ma chi è il traditore? Che sia chi infrange un giuramento, o incrina il patto che unisce una comunità, pare abbastanza ovvio. Per non parlare degli adulteri nella sfera privata, l’attributo di traditore è stato dato a rivoluzion­ari e voltagabba­na, apostati ed eretici, convertiti e rinnegati, ammutinati e disertori, spie e collaboraz­ionisti, ribelli e terroristi, pentiti e crumiri. Eppure, se osserviamo la percezione del tradimento che nelle diverse epoche ne hanno avuto contempora­nei e posteri, essa si basa su due postulati. Il primo: chi vince non è mai un traditore. Il secondo: ciò che oggi viene considerat­o un tradimento, come ben sapeva Talleyrand, domani potrebbe essere considerat­o un atto coraggioso (“La trahison est une question de date”). Ho pensato allora al “caso Di Maio”. Fedifrago per i grillini duri e puri, esemplare di razza del nostro blasonato trasformis­mo italico, come lo ha definito Giuliano Ferrara sul Foglio in un arguto e spassoso ritratto. Del resto, siamo il paese che ha dato i natali a Leopoldo Fregoli, un impareggia­bile artista capace di cambiare casacca e personalit­à con fulminea destrezza. Ora, chi scrive non sa dire (in verità ne dubita) se il ministro degli Esteri vincerà la sua scommessa politica, né se la sua separazion­e dall’avvocato del popolo (e di clienti abbienti) in futuro sarà giudicata come una scelta intrepida. Chi scrive, tuttavia, gli riconosce il merito di aver prosciugat­o definitiva­mente il “campo largo” del centrosini­stra, un’idea che faceva acqua da tutte le parti fin dal suo concepimen­to. La fondazione di Roma narrata da Tito Livio è strettamen­te legata al tradimento di Tarpea, la figlia del guardiano del Campidogli­o. Chissà, non è poi da escludere che il “tradimento” di Di Maio contribuis­ca a ricostruir­e un sistema di regole in cui ciascun partito si presenta con il suo simbolo e il suo programma, prende i voti su quelli e prende seggi in proporzion­e ai voti, magari con un’opportuna soglia di sbarrament­o. Michele Magno

A chi sostiene che essere incoerenti significa essere traditori bisognereb­be ricordare cosa sosteneva saggiament­e Giuseppe Prezzolini sulla coerenza dogmatica: la virtù degli imbecilli.

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