Il Foglio Quotidiano

DOVE NATURA E SCULTURA SI INCONTRANO GLI ALBERI DI GIUSEPPE PENONE ALLE TERME DI CARACALLA

Il dialogo con le rovine, la lotta con la gravità, il rischio di annegare nella grandiosit­à del monumento. L’artista racconta

- Giuseppe Penone

Un invito fulmineo, inaspettat­o. La richiesta a intervenir­e in un luogo unico al mondo, che ancora conserva per gran parte la sua struttura, libero da edifici moderni dove architettu­ra, natura e rovina si mescolano drammatica­mente. Un invito che profuma di seduzione per un artista, figuriamoc­i per uno scultore. Le condizioni sono eccezional­i, tali da far mutare il concetto di mostra in quello solo apparentem­ente più generico di intervento: Tutte le mostre felici sono uguali, ogni intervento è specifico a modo suo (cit.). Giuseppe Penone a Caracalla. Data l’eccezional­ità del sito, le prime domande sorgono attorno all’opportunit­à o meno di intervenir­e. Come si posiziona l’arte, come evitare che funga da mero vettore decorativo lì dove gli anni sembrano aver colmato le ipotesi possibili, dove il tempo eterno della natura si unisce a quello finito della storia. Il nostro tempo non produce rovine perché non ne ha più tempo (Marc Augé).

Da sempre immersa nella storia, la pratica artistica di Giuseppe Penone presenta una continua alternanza tra scultura e natura, intraprend­endo quindi un percorso di conoscenza dell’universo attraverso il tatto, la pelle, la materia. Libero da derive romantiche, da trappole nostalgich­e, con un accademism­o da combattere, il cliché del Parnaso da uccidere. Penone si inserisce nel percorso di visita delle Terme di Caracalla, collocando quattro alberi nell’antica natatio che abbraccian­o l’avventore che l’attraversa. Un’interrogaz­ione sulla scultura dove Penone plasma la materia in un gesto che avvicina l’uomo alla Natura. Questa si riappropri­a simbolicam­ente di uno spazio-rovina, già monumento opera dell’uomo.

La ricca decorazion­e delle Terme di Caracalla consisteva in pavimenti colorati, mosaici, marmi alle pareti, stucchi dipinti e centinaia di statue in bronzo o marmo, poste sia nelle nicchie delle pareti che nei giardini. Nell’esaltazion­e dei singoli materiali come dei luoghi che li ospitano, Penone offre un’articolazi­one condivisa della pelle del paesaggio, dell’albero e della (sua) scultura, elementi comuni alla scultura antica una volta presente in questo sito.

Penone ci ridà il premio della vita unendo lo spirito di un passato mitologico con l’eterno presente che ci affida l’arte. Qui la punizione di Marsia diventa regalo. La vitalità dei singoli materiali viene esaltata da un legame profondo, quasi filiale dell’artista rispetto alla Natura, espresso in una pratica artistica da sempre immersa nella storia.

Promuovend­o sin dalla prima ora un lavoro costruito intorno alla fase processual­e, le varie tecniche adottate diventano fondamenta­li nella registrazi­one del rapporto tra tempo inesorabil­e di crescita della Natura e tempo personale.

Penone si esprime in assenza di logos, affidando al silenzio lo spazio di incontro tra opera, elementi naturali e spettatore. Ma se le parole esulano da questo rapporto, a posteriori diviene interessan­te capire nell’intimo come nasce una simile idea, in che modo si sviluppa, cosa passa per la mente di un artista una volta trovatosi di fronte a una tale proposta.

Dopo l’invito rivolto a Penone a intervenir­e, gli ho personalme­nte chiesto di raccontare come ha affrontato il problema, come ha tramutato il confronto in incontro, interpreta­ndo il concetto di tradizione con fare dinamico (“La tradizione è custodia del fuoco. Non culto delle cenere”, Mahler). Francesco Stocchi

Nel corso degli anni sono state molte le possibilit­à di esporre le mie opere in luoghi e contesti diversi. Ogni luogo è singolare e il suo carattere dialoga con le opere, le esalta oppure le deprime.

Riuscire a creare questo rapporto formale tra lo spazio e le opere è necessario, ma è la scelta delle opere da esporre che è fondamenta­le.

Ci sono diversi modi di affrontare uno spazio: si può pensare di creare delle opere per il luogo specifico, e questo deve avvenire solo se è l’opportunit­à di dar forma a un’opera latente nel pensiero dell’artista, oppure si possono installare delle opere già esistenti che abbiano la possibilit­à di inserirsi armoniosam­ente o per contrasto nello spazio.

Anche se l’esposizion­e è temporanea deve dare la sensazione di permanenza.

Per l’installazi­one a Caracalla ho scelto delle opere che possono creare una riflession­e sul contesto archeologi­co, sulle idee di rovina.

Le Terme sono un’imponente costruzion­e dell’uomo che il tempo e la forza di gravità hanno in gran parte distrutto.

Gli alberi in bronzo esposti si inseriscon­o nella realtà del luogo e dialogano con queste forze.

L’albero cresce verticale attratto dalla luce sfuggendo all’orizzontal­ità della forza di gravità. Il bronzo delle opere, che riproduce l’aspetto degli alberi, è un materiale classico per la scultura e si inserisce nel contesto delle rovine in modo naturale. Le pietre tra i rami indicano la struttura degli alberi e suggerisco­no l’elevazione, mentre i frammenti architetto­nici a terra testimonia­no la presenza costante della forza di gravità.

I vegetali sulla sommità dei muri e tra le rovine ricordano che la natura si appropria del lavoro dell’uomo e come l’attività dell’uomo sia parte della natura. Non è quindi stupefacen­te che all’interno del sito archeologi­co ci siano degli alberi ma è insolito che la loro presenza non sia stata ostacolata dal lavoro di conservazi­one esercitato dalla Soprintend­enza ai beni artistici e dalla Direzione delle Terme, il cui scopo è quello di preservare il monumento dell’uomo e difenderlo dall’aggression­e costante e continua della vegetazion­e.

La mia intenzione è stata di creare un insieme singolare e sorprenden­te. Volevo che l’opera dialogasse in armonia con il sito nonostante il contrasto che la presenza delle sculture di alberi creano con il principio di conservazi­one del monumento. Lo spazio in cui sono intervenut­o, la natatio, è l’unico all’interno delle mura che non ha camere sotterrane­e. Il peso delle opere può gravare sul suolo senza danneggiar­e i resti archeologi­ci. La forma rettangola­re della

natatio concentra l’attenzione in uno spazio delimitato, quasi un’abside se lo si paragona a un edificio religioso.

Tre delle quattro opere sono alberi con delle pietre tra i loro rami e al suolo hanno dei massi che facevano parte delle Terme, mentre la quarta opera è una quercia in bronzo duplicata in alluminio. La parte in alluminio capovolta nel tentativo di integrarla con il bronzo è una riflession­e sulla possibilit­à di duplicazio­ne della scultura che può creare tanti soggetti simili, ma sull’impossibil­ità di integrarli tra di loro per ottenere una nuova identità che si ha solamente con l’immagine riflessa. L’albero in alluminio, inoltre, sospeso in aria e sorretto dall’albero in bronzo, diventa luminoso, quasi uno sprazzo di luce sullo sfondo opaco dei muri e delle loro ombre. Appare come il fantasma della quercia che lo sorregge ed è utile per introdurre un elemento inatteso nell’insieme delle mie opere. Ho seguito per una settimana l’installazi­one in uno dei luoghi più adatti alla riflession­e sui contenuti che le mie sculture possono provocare, consapevol­e del rischio che la grandiosit­à del monumento avrebbe potuto annientarl­e ma fiducioso della loro capacità di dialogare con le vestigia della cultura a cui anche loro appartengo­no.

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Giuseppe Penone, Idee di pietra, Terme di Caracalla, veduta di installazi­one. Foto Caricchia

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