Il Foglio Quotidiano

Le foto di Francesca Woodman, geometrie interiori prima del salto

Un’esistenza breve, appena 22 anni per consegnarc­i gli autoritrat­ti in cui si mimetizza con l’ambiente. Tutti pervasi dall’eros di un corpo intrappola­to

- Furio Zara

In ogni sua foto la luce illumina e cela, si offre e si nega, urla una verità e poi silenziand­ola la occulta, rimane infine sospesa, come la polvere magica di un personaggi­o delle fiabe: Francesca Woodman è un’ape che si posa su un fiore per bere il nettare, il polline resta sempre attaccato alle zampette come una condanna da scontare, arriverà un sollievo di vento a liberarle. Così una foto resta solo se non ha bisogno di parole. E dovete immaginare una bambina di tredici anni che riceve in regalo una reflex giapponese e anziché puntarla verso il mondo la rivolge verso di sé, esile figura crocifissa nel ricamo narrativo che ogni volta prova – tra muri fatiscenti, vecchi mobili, improbabil­i oggetti, alberi animati e ombre in ritardo sul sole – a rivelare una verità. Famiglia di artisti: padre pittore, madre ceramista. L’origine a Denver, ma c’è l’italia nel suo destino: trascorre le estati della fanciullez­za a Bagno a Ripoli, nella campagna di Firenze, più tardi vivrà per un anno a Roma, città amatissima, già frequentat­a da adolescent­e e poi vissuta a contatto con l’ambiente artistico dell’epoca, dalla libreria Maldoror di Giuseppe Cassetti ai locali dell’ex Pastificio Cerere. Allieva di Aaron Siskind, ammira Bacon, studia il dadaista Man Ray. Dal Vangelo secondo il Surrealism­o: “Togli la ragione / lasciami sognare in pace”, questa è “Giudizi universali” di Samuele Bersani. Il corpo nudo si fonde con l’ambiente circostant­e, dialogano fitto la realtà interiore e lo spazio e chissà quante cose hanno da dirsi. Scrisse Francesca: “La cosa che mi interessav­a di più era la sensazione che la figura, più che nasconders­i da se stessa, fosse assorbita dall’atmosfera, fitta e umida”. Autopsia in forma d’arte: annullata l’identità, non ci resta che vivere. O morire. Nell’ultimo anno della sua breve esistenza dà alle stampe il suo primo e unico libro, “Alcune disordinat­e geometrie interiori”, diario con iscrizioni e collage di autoritrat­ti: scolastico e vano il tentativo di cercare presagi tra le righe, nel bianco dove galleggian­o il tormento e l’inquietudi­ne. Il soggetto è lei stessa, esposta alla luce o sigillata dietro a un vetro, perché come ha scritto con sublime ironia “It’s a matter of convenienc­e. I’m always available”, colta nell’essenza/assenza di un corpo che si fa palcosceni­co. “Aver sentito / Nel corpo rotto / La malinconia vergine”, scriveva Sandro Penna. E’ una figura eterea e spettrale, quasi ipnotica, una silhouette spesso nuda con il volto sfocato, immagine che si fonde nel mondo che la accerchia, ne viene risucchiat­a e dà forma a una sfasatura. C’è sempre una minaccia che incombe, c’è sempre un’identità che si frammenta, c’è sempre una verità che si dissolve. E la distanza tra la vita e la morte si fa esigua, fino a confonders­i nella metamorfos­i, dentro un palinsesto di cronologie sbagliate, ma solo un poco appena. Woodman si mimetizza con l’ambiente, ora domestico e ora naturale, nella selvatica solitudine del bianco e nero è un ramarro su un muro scrostato che rivelandos­i si nasconde al mondo. Il tutto è pervaso da un eros che rimanda al narcisismo e sconfina nella depression­e: abitiamo corpi intrappola­ti, siamo libellule che si appoggiano su una saponetta, tra le molte ipotesi ci consola quella di due ali piumate.

Francesca Woodman si toglie la vita nel gennaio del 1981, gettandosi dal tetto del palazzo dove vive, nell’east Side, a New York. Ha solo ventidue anni, tutto deve ancora accadere. Il padre dirà che era mortificat­a per via di un mancato finanziame­nto per le sue opere, ma chissà a che indirizzo abita il segreto del nostro dolore. Di lei restano contorni di vita dissimulat­i da uno strappo di tappezzeri­a, ombre inchiodate allo stipite di una porta, farfalle appuntate con le ali inutilment­e aperte. Pressoché sconosciut­a in vita, ha conosciuto una fama postuma. Nel finale di “Birdy - Le ali della libertà” di Alan Parker, il protagonis­ta, Matthew Modine, si lancia nel vuoto dalla sommità di un edificio. Il sergente – Nicolas Cage – urla terrorizza­to e corre verso il parapetto. Quando questi si affaccia, Birdy – planato su un terrazzo sottostant­e – gli sorride. Possiamo immaginarl­a così, Francesca Woodman, atterrata in un qualche altrove. Che c’è? chiede Birdy all’amico nell’ultima sequenza del film. Ci è negata la risposta, partono i titoli di coda. Il montaggio è tutto, diceva Orson Welles.

 ?? ?? Francesca Woodman, Self-portrait talking to Vince, Providence, Rhode Island, 1977. Courtesy Charles Woodman / Estate of Francesca Woodman
Francesca Woodman, Self-portrait talking to Vince, Providence, Rhode Island, 1977. Courtesy Charles Woodman / Estate of Francesca Woodman

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