Il Foglio Quotidiano

L’artista performati­vo contro l’uso primario del sé

- Scott Burton

La performanc­e è come medium una forma di teatro e come categoria una forma di scultura. Questa innovazion­e estetica non è meramente formale ma indica un nuovo valore culturale, almeno metaforica­mente. L’artista della performanc­e avvia una relazione transazion­ale o situaziona­le con lo spettatore. Lo spettatore diventa membro di un pubblico, in una situazione estetica collettiva piuttosto che privata. E nella mutata situazione della performanc­e art, l’artista – come la sua opera – non è più separato dallo spettatore da un abisso concettual­e e fisico, ma è direttamen­te vulnerabil­e alla reazione dello spettatore. [...] L’opera performati­va, tuttavia, non è collaborat­iva più di quanto lo sia un dipinto. Nella performanc­e la paternità è singolare, e se l’agente è diverso dall’autore del suo surrogato, è di solito trattato come materiale o mezzo piuttosto che come partner indipenden­te e paritario. Quasi tutte le performanc­e tendono all’uso primario dell’essere, del sé dell’artista.

Dell’attuale gruppo di giovani artisti performati­vi, solo uno ha cercato di andare oltre tale attività auto-diretta, anche se esemplare. Il suo maggior risultato nella performanc­e è stata l’introduzio­ne di uno stile rappresent­ativo, di elementi mimetici e figurativi – sia in oggetti mobili che in forma di tableaux vivants. All’interno di contesti non illusionis­tici, presenta contenuti quasi fittizi, persino narrativi. Le sue sono le più teatrali delle performanc­e attuali, spesso si svolgono effettivam­ente su palcosceni­ci di proscenio in un modo che suggerisce le loro relative componenti di arte visiva: il piedistall­o e la cornice. [...] I suoi tableaux vivants e i suoi oggetti formano due serie recenti di opere fatte con materiali diversi ma con preoccupaz­ioni sovrappost­e – con la figura umana, con gli stati di sogno, con le relazioni sociali, con la sessualità, con l’arte – sia con le arti decorative o applicate che con le belle arti. I pezzi-oggetto espongono le radici della performanc­e in stili moderni precedenti – assemblagg­io, scultura cinetica, ambienti, pezziogget­to trovati, la temporalit­à – cioè la teatralità – è spesso esplicitam­ente introdotta.

Un lavoro chiamato “Behavior Tableaux”, in cui il materiale emotivamen­te carico (questa volta di transazion­e sociale piuttosto che di isolamento) è anche presente e anche distanziat­o. Questa volta non ci sono episodi uniformeme­nte distanziat­i. Gli episodi o tableaux sono determinat­i nella lunghezza e nell’ordine da esigenze puramente interne, narrative o tematiche. Lo spostament­o è stato realizzato in questa performanc­e distanzian­do letteralme­nte lo spettatore di 15 metri dallo spazio degli interpreti e dallo stile di movimento estremamen­te rallentato e semplifica­to – sempre neutro, mai espressivo – usato da tutti gli interpreti.

Questo tema include scontri tra i membri del gruppo, che si oppongono a tableaux simili del precedente tema dell’armonia tra pari. Un terzo tema di questi “Behavior Tableaux” è quello dell’autoritari­smo. Il gruppo si divide in un rapporto uno a quattro, con l’individuo dominante sul gruppo. Che lui stia davanti a loro o loro davanti a lui, l’interpreta­zione psicosocia­le della loro relazione spaziale deve rivelare la sua dominanza. L’inverso di questo tema è fornito in un quarto tema che mantiene la dispersion­e da uno a quattro del gruppo, ma rende l’individuo in una classe sub-dominante di uno – molto diversa da una classe sub-dominante di quattro. L’isolamento, è implicito, raffigura la posizione di status basso come intollerab­ile e schiaccian­te, in contrasto con l’auto-assertivit­à dell’individuo che è dominante. [...] Il posizionam­ento, la postura e la gestualità del Behavior Tableaux e le sue osservazio­ni e violazioni dello spazio personale e dei territori che circondano il corpo rivelano gli atteggiame­nti inconsci che letteralme­nte modellano e utilizzano il linguaggio del corpo. [...]

Il nome dell’artista è Scott Burton.

Tratto da Lecture on Self, testo della lecture performanc­e, 1973. Il testo è

parte del libro Scott Burton. Collecting writings on Art & Performanc­e 1965-1975, a cura di David J. Getsy, Soberscove Press, Chicago, 2012

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