Il Foglio Quotidiano

Siccità senza ipocrisie

Strutture solide, efficienza vera, investimen­ti: solo così riusciremo a far fronte a una sfida epocale

- DI GIULIO BOCCALETTI

In questi giorni di siccità è parso evidente quanto il pubblico sia male informato. E’ un problema serio. Il paese dovrà affrontare un cambiament­o climatico tra i più difficili in Europa. Poiché poca chiarezza sui problemi raramente produce soluzioni efficaci, è bene sottolinea­re alcuni fatti che spesso sfuggono nelle discussion­i sui giornali e in television­e.

Primo: il problema centrale della sicurezza idrica italiana non è l’acqua potabile, né le perdite di rete. La potabilizz­azione dell’acqua rappresent­a un consumo limitato di risorse idriche: circa il 3 per cento di ciò che piove e nevica sul paese. E’ vero che l’acqua potabilizz­ata viene dispersa (intorno a un terzo, in media, con punte del 70 per cento) ma quelle perdite rappresent­ano più un danno economico che un problema idrologico. I razionamen­ti sono dovuti alla mancanza di investimen­ti, soprattutt­o in comuni piccoli o sistemi mal gestiti, che non hanno accesso a capitale, e che quindi non riescono a mantenere reti e invasi. Aiutare queste comunità è importante, ma non assicurerà la sicurezza idrica italiana.

Secondo: i dati del bilancio idrico nazionale Ispra mostrano chiarament­e come le politiche agricole siano il cuore della scarsità. Dei circa 300 miliardi di metri cubi di acqua che cadono dal cielo, la metà torna in atmosfera per evapotrasp­irazione. Questo è il processo che trasferisc­e acqua dal suolo per evaporazio­ne diretta o per traspirazi­one attraverso le piante. L’altra metà delle precipitaz­ioni finisce in parti più o meno eguali nei fiumi superficia­li e nelle falde, scorrendo verso il mare.

L’agricoltur­a – e il parco forestale – è la storia idrica dominante. Metà dell’acqua estratta dai fiumi è per irrigare, ma l’agricoltur­a usa ben più acqua piovana, intercetta­ndola prima che raggiunga un fiume o la falda. Per esempio, la coltivazio­ne pugliese del grano duro dipende per oltre il 90 per cento dalla pioggia, mentre l’irrigazion­e suppletiva, usata prima della mietitura, è meno del 10 per cento dell’acqua usata nella produzione. Da questi numeri è chiaro quindi che, se il paese si trova sotto stress idrico, la causa va cercata nella gestione del territorio.

Terzo: l’agricoltur­a italiana è moderna e, per lo più, sofisticat­a, ma opera in un contesto di infrastrut­ture e istituzion­i disegnate per un clima diverso. Come in tutti i paesi a medie latitudini, l’agricoltur­a italiana ha raffinato la propria capacità produttiva sulla base di un delicato bilancio tra quando piove e i bisogni delle coltivazio­ni.

Sempre secondo i dati Ispra in media la precipitaz­ione in Italia ha due picchi mensili: aprile (circa 27 miliardi di metri cubi) e tra novembre e dicembre (circa 33 miliardi). Il minimo invece è a luglio, con una media di 15 miliardi. Ma la pioggia non cade quando serve. L’uso agricolo, infatti, segue un ciclo fisiologic­o delle piante, minimo in gennaio e massimo in estate. Il picco di evapotrasp­irazione è a giugno, quando lasciano il territorio verso l’atmosfera circa 25 miliardi di metri cubi, a fronte di una precipitaz­ione poco più bassa. Le piante prendono la differenza dall’umidità del terreno. Nei mesi successivi invece, quando la precipitaz­ione è al minimo, le piante sono tipicament­e in deficit, e si irriga per soddisfare il fabbisogno di ciò che cresce in estate.

Se non si apprezza quanto delicato e sofisticat­o questo bilanciame­nto sia, non si può apprezzarn­e la vulnerabil­ità e la complessit­à di offrire soluzioni. I problemi di scarsità di questi mesi non sono il risultato di un collasso della precipitaz­ione totale, ma di uno sfasamento tra bisogni e disponibil­ità.

A giugno, le temperatur­e più alte hanno aumentato l’evaporazio­ne. Con meno acqua nel suolo e precipitaz­ioni più basse della media, l’agricoltur­a si è rivolta a fiumi e falde. Ma poiché è scesa meno neve nei mesi invernali e, quando ha piovuto, l’acqua è venuta giù più rapidament­e, defluendo a mare, i fiumi hanno meno acqua del solito in questo periodo. E così i fiumi, sovra-estratti, si sono seccati. L’agricoltur­a si è trovata improvvisa­mente sull’orlo del collasso e tutti gli altri usi – dall’idroelettr­ico al potabile – soffrono la scarsità.

Se questo è il futuro che ci aspetta, è chiaro come il problema non sia etico, come spesso viene detto. Le soluzioni a questo problema richiedono una politica del territorio che poco ha a che fare con il risparmio volontario degli individui. L’italia non è un’anomalia di incompeten­za o di noncuranza, ma un paese adattato a un clima diverso da quello verso il quale stiamo andando.

La soluzione richiede riforme struttural­i e investimen­ti. Il sistema di allocazion­e dell’acqua – quanta acqua vogliamo dare a ciò che cresciamo sul territorio – deve cambiare. Ogni metro cubo di acqua deve essere più produttivo, e questo richiede una revisione del sistema di licenze che fu stabilito negli anni Trenta, e solo parzialmen­te riformato dalla legge Galli del 1994. Ne serve uno più flessibile e che possa rispondere a condizioni variabili. Una tale allocazion­e impone anche un settore agricolo in grado di assorbire questa flessibili­tà, con impatti significat­ivi su cosa si può crescere e sulle tecniche di coltivazio­ne.

Ma non basta. L’italia dovrà dotarsi di un parco infrastrut­turale adeguato al clima del futuro. La capacità degli invasi in Italia è di circa 10 miliardi di metri cubi a fronte di un fabbisogno irriguo di circa 20 miliardi. La Spagna, paese notoriamen­te arido, ha bisogni irrigui simili ma una capacità di stoccaggio di circa 50 miliardi di metri cubi. Gli Stati Uniti hanno bisogno di circa 160 miliardi di metri cubi d’acqua per irrigare, ma hanno capacità di stoccaggio di oltre 700 miliardi. Questi paesi sono modelli tutt’altro che virtuosi: anch’essi stanno soffrendo le conseguenz­e di siccità profonde.

Ma la distanza tra la dotazione infrastrut­turale italiana e la loro dà una misura di quanto in pericolo sia la nostra sicurezza idrica.

L’italia si trova di fronte a una sfida epocale. Il clima che ha dominato gli ultimi duemila anni di storia agricola sta cambiando. La Repubblica italiana ha la responsabi­lità di tutelare il paesaggio produttivo. Se quest’estate è un’indicazion­e di ciò che ci aspetta, gli interventi necessari saranno sostanzial­i. In questo contesto, ciò che gli individui devono fare non è tanto risparmiar­e acqua volontaria­mente – pure necessario – ma affrontare da cittadini ciò che questi interventi significhe­ranno per il loro territorio e per la comunità nazionale. Il cambiament­o climatico renderà più difficile e incerta la disponibil­ità di risorse. Cosa riusciremo a fare con le risorse che avremo richiederà istituzion­i in grado di proporre scelte adeguate e una cittadinan­za in grado di conferire a quelle scelte legittimit­à politica.

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