Il Foglio Quotidiano

Come funziona il modello delle Coree

72 anni fa iniziava la guerra d’invasione nordcorean­a. Lezioni

- DI GIULIA POMPILI

Roma. Nel museo della guerra sudcoreano c’è una stanza che riproduce suoni e immagini di quella notte. Gli aerei che arrivano da nord, le bombe, le esplosioni, le grida: un’esperienza immersiva che serve a ricordare ai visitatori di oggi lo choc di una guerra che iniziò all’improvviso, inaspettat­a. L’invasione cominciò esattament­e settantadu­e anni fa, il 25 giugno del 1950, attorno alle quattro del mattino. Vennero attaccate prima le basi militari sudcoreane sul confine del 38° parallelo, e poche ore dopo i nordcorean­i arrivarono nella capitale del Sud, Seul. Ancora oggi si discute sul termine invasione: dal punto di vista della Corea del nord, l’azione militare era un’operazione volta alla riunificaz­ione. Ma qui serve fare un iniziale passo indietro, ed evidenziar­e la prima differenza con la guerra d’invasione dell’ucraina da parte della Russia, e le lezioni che possiamo trarre dal passato.

Quando quella domenica mattina la guerra cominciò, la penisola coreana era stata divisa artificial­mente soltanto cinque anni prima, nel 1945, dopo la fine dell’occupazion­e giapponese. L’unione sovietica aveva liberato il nord, e l’america era intervenut­a dopo aver capito che Mosca avrebbe potuto occupare l’intera penisola.

Si stabilì una commission­e AmericaUrs­s per cercare unasoluzio­ne alla divisione, che avrebbe dovuto essere solo temporanea. Le potenze in campo avrebbero dovuto mettersi d’accordo per un’amministra­zione fiduciaria sotto il controllo dell’onu e per rendere l’intera penisola indipenden­te entro 5 anni. Falliti i negoziati, nel 1948 il generale Kim Il Sung, che aveva combattuto in Cina contro i giapponesi e poi si era unito all’armata rossa sovietica, venne nominato da Mosca presidente della neonata Repubblica popolare democratic­a di Corea. Al Sud si tennero le prime elezioni generali, e vinse Syngman Rhee, un uomo considerat­o vicino all’amministra­zione americana e al generale Douglas Macarthur, allora Comandante supremo delle forze alleate nel Pacifico. Sia il Nord sia il Sud vedevano la divisione come provvisori­a, la Corea era una sola.

La Guerra di Corea è spesso definita “la guerra dimenticat­a”. Dall’inizio dell’invasione alla firma dell’armistizio – ancora oggi, 69 anni dopo, non ancora trasformat­o in un trattato di pace – passarono tre anni, ma la parte del conflitto più cruenta e sanguinosa durò pochi mesi. Nell’agosto del 1950 le truppe di Kim erano arrivate facilmente fino all’estremo sud. Poi nel conflitto entrarono gli americani (sotto il Comando dell’onu in Corea guidato dal generale Macarthur). In tre mesi le truppe alleate risalirono la penisola, arrivando fino al confine nord con la Cina. A quel punto a sostegno della Corea del nord arrivò l’armata cinese. Nel marzo del 1951 la situazione tornò più o meno identica a prima dell’invasione, con la penisola divisa sul 38° parallelo. Il conflitto andò avanti, ma a bassa intensità e circoscrit­to alle aree di confine. Se dovessimo fare un paragone con l’odierna guerra in Ucraina, spiega al Foglio l’accademico americano John Delury, storico della Yonsei University di Seul, “potrebbe essere quello di un periodo prolungato di ‘colloqui mentre ci sono combattime­nti’. Questa condizione non è rara nella storia, ma la guerra di Corea rappresent­a un caso da manuale”. “I negoziati per l’armistizio furono un processo complicato e contorto, pieno di tattiche di stallo e sotterfugi da entrambe le parti”, spiega Delury. L’evento chiave che permise di far avanzare i negoziati, secondo gli storici, “fu la morte del leader sovietico Stalin nel marzo 1953. Ciò spianò la strada ai cinesi per un compromess­o sulla spinosa questione – o almeno, su quella che era vista come tale – del rimpatrio dei prigionier­i di guerra. Nel frattempo, gli Stati Uniti avevano perso le speranze di risolvere la questione sul campo di battaglia, se non usando le armi atomiche, prese seriamente in consideraz­ione in varie fasi. E quella guerra era diventata impopolare a livello nazionale”. C’è poi un’altra differenza, spiega il docente: “Il leader sudcoreano dell’epoca, Syngman Rhee, non aveva il carisma e il carattere politico di Zelensky. Rhee non ha mai avuto molto controllo sul corso della guerra o dei negoziati: erano nelle mani degli americani”. Allo stesso modo, anche se le armi che stanno usando gli ucraini per difendersi sono di altri paesi, sono loro stessi a combattere. Per i coreani non fu così.

C’è poi un’altra differenza fondamenta­le che riguarda l’assetto del Consiglio di sicurezza dell’onu: negli anni Cinquanta sedeva al tavolo la Repubblica di Cina (cioè Taiwan), e i sovietici boicottava­no il Consiglio in solidariet­à con la Cina comunista: “Il delegato russo non era presente nel giugno 1950 per esercitare il suo diritto di veto quando il Consiglio di sicurezza autorizzò l’azione militare contro i nordcorean­i, concedendo agli Stati Uniti l’autorità del cosiddetto Comando dell’onu”, dice Delury. Oggi al Consiglio di sicurezza siedono sia la Russia sia la Cina, che possono esercitare il loro diritto di veto. “L’invasione russa dell’ucraina è una guerra di ambizioni imperialis­te da parte di un despota che vuole far rivivere un vecchio impero”, dice al Foglio l’esperto Benjamin R. Young della Vcu Wilder School. “Ma ci sono delle similitudi­ni: Kim Il Sung credeva che i sudcoreani avrebbero accolto a braccia aperte l’esercito nordcorean­o. E anche Putin pensava che gli ucraini avrebbero fatto lo stesso con imilitari russi. Credo che questo dimostri quanto i dittatori siano isolati e deliranti”.

Dal 1953 in poi, la situazione delle due Coree è rimasta cristalliz­zata. La Zona demilitari­zzata, la striscia di terra che divide il Nord dal Sud, lunga 250 chilometri e larga circa quattro, è sempre la stessa, controllat­a dal comando Onuamerica­no e sudcoreano congiunto e dalle autorità nordcorean­e che rispettano le regole che si erano dati all’epoca sul numero di soldati e di mezzi presenti, sulle attività possibili nell’area (anche turistiche) e sui due “villaggi della pace”, gli unici presenti e abitati da civili all’interno della Zona demilitari­zzata. Tutto fu deciso nell’armistizio sancito il 27 luglio del 1953, ancora oggi in vigore, che fu firmato da Onu, Cina e Corea del nord, ma non dalla Corea del sud di Rhee, che non accettò quella che considerav­a una “resa alla divisione”.

Da settant’anni la situazione tra le Coree è rimasta pressoché identica, e i periodi di apertura e dialogo sono intervalla­ti da periodi di crisi e provocazio­ni. Il complesso industrial­e congiunto di Kaesong, in territorio nordcorean­o subito oltre il confine, costruito con l’aiuto delle aziende sudcoreane e aperto nel 2002, è stato chiuso nel 2016 dopo il test nucleare di Pyongyang. Nella Zona demilitari­zzata ci sono stati spesso incidenti, e soltanto nel 2018, dopo gli accordi tra Kim Jong Un e Moon Jae-in, sono iniziate le operazioni per bonificare l'area dalle mine antiuomo e sono stati spenti gli altoparlan­ti di propaganda. Poi di nuovo la crisi: nel giugno 2020 Pyongyang ha fatto saltare in aria il liason office costruito due anni prima nell’area per facilitare i colloqui tra Nord e Sud.

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