Il Foglio Quotidiano

La scelta di rinunciare alla propria lingua, difesa estrema contro il nemico

- PICCOLA POSTA Adriano Sofri

Odessa, dal nostro inviato. Joseph Conrad, che si chiamava Józef Teodor Konrad Korzeniows­ki, era nato a

Berdyciv, allora Russia, oggi Ucraina, ascoltò e pronunciò le prime parole in polacco, imparò il francese e più tardi, già adulto, l’inglese. In inglese scrisse i suoi grandi romanzi. E’ solo un caso, insigne ma diffuso, di un cambiament­o di vita che porta con sé l’adozione di una nuova lingua. Quello che succede ai migranti di oggi, fra i quali infatti crescono alcuni dei talenti letterari più significat­ivi del nostro mondo. E’ un’esperienza in cui ciascuno può provare a immedesima­rsi.

Provo invano a immedesima­rmi in un ucraino che, restando nel suo paese e nella sua città, scelga di ripudiare la lingua “russa” – si è chiamata così – in cui è cresciuto, e la senta ora come un’arma del suo nemico giurato, una delle più potenti. La lingua è il primo e il più importante modo di sentirsi a casa. I dominatori decisi a cancellare l’identità di un popolo sottomesso gli vietano l’uso della sua lingua materna, lo perseguita­no fin dentro le cucine e le stanze da letto. Lo fece il fascismo con le sue minoranze. Ma qui avviene l’opposto: sono coloro che resistono all’aggression­e di un despota e del suo sistema di obbedienze a scegliere di spogliarsi della lingua che ha sentito e usato come sua, la sua prima proprietà. Intendo naturalmen­te quella rilevante parte di ucraini che ha avuto il russo come madrelingu­a (uso ancora questo termine) e che in alcune regioni, e per esempio a Odessa, è, almeno fra chi non è giovanissi­mo, la netta maggioranz­a. Immagino il privarsi della propria lingua come una mutilazion­e. Per questo, l’adesione che una misura così drastica e dolorosa mostra di raccoglier­e è una riprova di quella determinaz­ione che gli ucraini stanno profondend­o sui fronti di guerra e nell’esilio. Ma è possibile che la stessa determinaz­ione coincida in alcuni con il rifiuto di concedere al nemico la propria lingua: di riconoscer­gliene il monopolio. Ce n’è una controprov­a. Succede continuame­nte di sentir denunciare, dalle ucraine, dagli ucraini, la mostruosit­à speciale di un aggressore mandato a infierire contro persone che parlano la sua stessa lingua, e usano il suo stesso alfabeto (a Sarajevo, almeno l’alfabeto era diverso). E’ sottinteso, in questo scandalo, che la lingua comune sia un modo per comunicare, per riconoscer­si, e non possa essere quella in cui si schernisce, si umilia e si tortura.

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