Il Foglio Quotidiano

Sotto falso nome

La forza del romanzo che dava fastidio a Mosca. “Gli uffici competenti”, di Iegor Gran

- Valentina Berengo

C’è una legge universale, nella società sovietica: in una compagnia di venti persone che non conosci, c’è immancabil­mente un delatore”. Lo scrive Iegor Gran (al secolo Iegor Sinjavskij) nel suo Gli uffici competenti, in libreria in questi giorni per Einaudi, in cui l’autore racconta, trovando la giusta distanza, di quel padre, Andrej Sinjavskij che, insieme a Julij Daniel’, fu attore del processo Sinjavskij-daniel’ in cui i due autori furono accusati, secondo l’articolo 70 del Codice penale del tempo, di creazione, detenzione e diffusione di “elaborati antisoviet­ici”, e quindi condannati, entrambi, al Gulag.

Era una vita quantomeno da esiliati, quella degli scrittori non allineati al regime, ancora negli anni Sessanta in Russia, sebbene Stalin fosse già mummificat­o nel Mausoleo con Lenin e al governo comandasse Chruscev (che la salma dell’orco da lì fece rimuovere e cementific­are in una fossa) – si badi bene ch’era l’era del “disgelo”: cosa immaginare se non lo fosse stata! –, a riprova però di un fatto. Che il romanzo, allora, era uno strumento di potenza dirompente. E il caso Pasternak ben lo dimostra. “Quale intellettu­ale moscovita non aveva il suo Dottor Živago nascosto tra gli scaffali?”. Ne Gli uffici competenti non si sente che nominare proprio loro: gli scrittori invisi al regime, come Mandel’štam e Achmatova, e Pasternak, e di contro quelli invece che come Šolochov e Majakovski­j erano ben tollerati. Gli “uffici competenti” di cui racconta Gran, impersonif­icati nella figura del tenente, e poi capitano, Ivanov – uomo così calato nella parte da apparire fin sciocco – servivano giusto a quello: a scovarli, i dissidenti che scrivevano sotto pseudonimo (Abram Terc, quello di Sinjavskij) e che poi trovavano il modo di far arrivare il frutto delle loro fatiche all’estero (in Francia) magari attraverso qualche bella Hélène Peltiere di turno, e, una volta trovati, a far loro passar la voglia di scrivere calunnie. Come accade nel romanzo, mutatis mutandis, a Ian Rokotov, che traffica con le valute e i cui otto anni di pena vengono trasformat­i, su insistenza di un gruppo di metalmecca­nici, dapprima in quindici e poi, applicando retroattiv­amente la legge, nella pena capitale, su indicazion­e del capo del governo stesso. E’ vero che “anche Chruscev in persona ha bevuto la Pepsi” (e ha permesso che si tenesse a Mosca nel parco di Sokol’niki una grande esposizion­e “degli yankee”) ma ha pur sempre “messo Nixon al suo posto […]: – Avete anche una macchina che vi infila il cibo in bocca e lo spinge giù?”.

Mentre cioè l’urss combatte per tenere in piedi la sua ideologia, il mondo va avanti e arrivano la television­e e la lavatrice, che oggi quasi ci sembrano obsolete. E l’urss combatte ancora: “Il cittadino pensa ai fatti suoi, protetto. Fa la spesa, protetto. Va al cinema fischietta­ndo, con la coscienza tranquilla, protetto. Nell’ombra il sistema immunitari­o [di cui fanno parte gli “uffici competenti”] vigila su di lui”.

Anche Julian Barnes ne Il rumore del tempo ha voluto raccontare le conseguenz­e del regime sull’opera (e la vita) di un artista. Lì era Sostakovic, e i fatti risalivano al 1936, qui a farlo è il figlio dell’artista, forse anche per ragioni di memoria ma non solo, e proprio da quel Paese che per primo accolse e tradusse le opere del padre. C’è qualcosa di insospetta­bile nell’opera di genio, di sottilment­e pervasivo. Ecco perché gli “uffici competenti” e il regime devono tenerne conto, quando noi spesso ce ne dimentichi­amo: “[Al compagno di cella] a forza di declamare poesie, Sinjavskij ha trasmesso il virus del ritmo. La nuvola in calzoni ha aperto nel delinquent­e comune porte insospetta­te. Che cosa è mai questo prodigio?”. La letteratur­a.

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