Il Foglio Quotidiano

Ma quale tramonto, la vera storia dell’occidente inizia adesso. Un libro

- Michele Silenzi

Se Faust è davvero il più moderno degli uomini moderni, così presente ancora nelle nostre coscienze come esempio assoluto dell’uomo che tutto vuole e tutto desidera a costo di tutto giocarsi, e di autodistru­ggersi, l’intuizione del Mulino di intitolare una nuova collana “faustiana” appare sfidante in un tempo che cede spesso alle sfinenti seduzioni da tramonto. Faust è il più moderno degli uomini moderni per la sua inquietudi­ne inarginabi­le, ovvero per il suo streben sulla cui inesauribi­le forza è pronto a scommetter­e l’anima. Ma lo è soprattutt­o perché individua il principio di tutte le cose, il logos giovanneo, nell’azione, ossia nella volontà che si fa determinaz­ione di trasformaz­ione, guardando al mondo non più come a ciò che è dato una volta e per sempre ma come materia da plasmare così da farne emergere una “seconda natura” creata dall’uomo e da lui dominata. Ossia è l’uomo che rifà il mondo facendosi Dio (rischiando, nel percorso, di rendere l’anima al diavolo).

Il libro che inaugura questa collana è L’occidente e la nascita di una civiltà planetaria di Aldo Schiavone. L’autore guarda con entusiasmo al mondo nuovo che sta nascendo attraverso gli enormi traguardi raggiunti dal sistema democratic­o liberale e capitalist­a vedendo il suo irraggiars­i sull’intero pianeta come una sorta di destino inevitabil­e inscritto nel modo stesso dell’uomo di conoscersi e di stare nel mondo. Dalla modernità emersa dalla cultura occidental­e, un primato dell’occidente che Schiavone rivendica storicamen­te contro ogni forma di cancel culture, emerge una civiltà planetaria e quindi un’epoca nuova. Tutto il contrario della fine della storia, o di un’epoca di tramonto. Anzi, vi è la convinzion­e che la vera storia cominci ora, in quella che Leo Strauss definiva la prima epoca interament­e atea della storia dell’umanità. Un’epoca inquietant­e certo, ma in cui l’intera possibilit­à della definizion­e del vero e del bene è nelle mani dell’uomo, della sua azione e, ovviamente, della sua tecnica in cui si supera per sempre la distinzion­e ormai polverosa tra naturale e artificial­e: noi saremo padroni delle nostre condizioni materiali di esistenza, saremo quello che vorremo essere.

In questa prospettiv­a, in cui i flussi tecno-finanziari fanno girare il mondo, liberandol­o e democratiz­zandolo, rendendo sempre più individui capaci di determinar­si, rifacendo sempre più efficiente l’ambiente umano attraverso ondate continue di distruzion­e creatrice, in questa tempesta, che continuame­nte genera squilibri, momenti negativi, così da creare sintesi di volta in volta superiori, ci si aspettereb­be che l’unico modo per lasciare che questi spiriti animali proseguano nel loro corso liberatori­o sia quello di lasciarli sempre più liberi di determinar­si. Ovviamente per Schiavone non è così. La sua lucida analisi storica e contempora­nea finisce per cozzare contro proposte augurali che sono del tutto in contraddiz­ione con la sua analisi.

Le problemati­che che coglie, nell’inverarsi di questa civiltà planetaria, sono le solite note: diseguagli­anze, crisi climatica, sovranità democratic­a, identità sessuali, ecc. Sebbene riconosca in maniera chiara come “dopo il marxismo non esiste più un’ interpreta­zione della modernità che sappia proporne una versione diversa, senza tuttavia mettere in discussion­e aspetti dai quali sarebbe impossibil­e tornare indietro”, le proposte di Schiavone sembrano tendere verso una forma dine o socialismo ultra egalitari sta che stride in modo inconcilia­bile con ciò che ha generato le condizioni del benessere e della progressiv­a liberazion­e che egli stesso descrive a tratti con toni esaltanti.

Il neosociali­smo di Schiavone passa da generiche aspirazion­i keynesiane in un mondo in cui riconosce la fragilità degli stati; da indefinite aspirazion­i al superament­o del capitale considerat­o modello storicamen­te determinat­o di organizzaz­ione economica; ma, soprattutt­o, da un’eguaglianz­a radicale pensata come soggettivi­tà di specie, impersonal­ità de-individual­izzata ossia individuo ridotto a “la particella elementare di un tutto, primario e – per alcuni aspetti – indivisibi­le”. Un’idea di eguaglianz­a come inclusione totale, come identifica­zione senza negazione. Ma tutto ciò non è per nulla distante, nella sostanza teoretica, da quell’essere generico sociale che per Marx era l’uomo nuovo dietro il sol dell’avvenire, l’uomo comunista che si identifica con la comunità perdendosi interament­e come individuo e riconquist­ando un’aspirata unità e totalità dell’umano (non come società senza classi, in questo caso, ma come specie).

Le contraddiz­ioni, però, non sono sempre conciliabi­li nel concetto. Pensare di tenere insieme, come tenta Schiavone, il riconoscim­ento del successo senza precedenti del modello che ha portato alla possibilit­à della civiltà planetaria (mai così libera e mai così ricca proprio in virtù del sistema che la muove) e questa forma di eguaglianz­a, appare impossibil­e. E questo perché la libera azione umana, ossia il motore del mondo e il creatore di questa “nuova civiltà”, non tollera l’eguaglianz­a fusionale. O quest’ultima, o l’azione. Non c’è alternativ­a, una uccide l’altra. L’azione è, infatti, per sua stessa natura divisiva, distingue e genera, seleziona e scarta. E i suoi effetti giacciono soprattutt­o nelle inconoscib­ili conseguenz­e inintenzio­nali, tanto più diffuse e potenti quanto più il mondo è complesso e interconne­sso. È un tempo liminale questo, in cui, anche e soprattutt­o nel pensiero, non si possono fare le cose a metà.

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