Il Foglio Quotidiano

PROCESSO CON RITO GLAMOUR

Quarant’anni fa scoppiò il caso Von Bülow, e le aule di tribunale cominciaro­no a competere con “Dynasty”

- di Michele Masneri

Alan Dershowitz dal caso Von Bülow diventerà l’avvocato delle star: O. J. Simpson, Mike Tyson, Julian Assange, Harvey Weinstein

L’assassino perfetto: sprezzante, straniero, snob; uscì su cauzione – un milione – e non ebbe mai parole di grande dispiacere per la situazione

La Cnn mandò in onda 70 ore di diretta. Hotel e motel vicino al piccolo tribunale di Newport tutti presi d’assalto da reporter e testimoni

Norman Mailer al party di assoluzion­e: “Andiamocen­e. Il tizio è davvero innocente. Pensavo di andare a una cena con un vero assassino”

Era il 1982, l’italia segnava, in Russia moriva Breznev, alle Falkland la Thatcher giocava alla guerra, Amber Heard aveva quattro anni, Johnny Depp diciannove, e a Newport, Rhode Island, andava in scena quello che sarebbe diventato il primo processo-glamour della storia contempora­nea. Sì, c’erano stati i grandi processi di guerra, il caso Rosenberg, e poi negli anni Settanta il processo a Charles Manson e quello all’ereditiera svalvolata Patty Hearst, ma adesso si aprivano gli Ottanta, in tv andavano “Dallas” e “Dynasty”, e l’america aveva il suo primo grande processo-spettacolo che spalancava la visuale sulle classi abbienti: il caso Von Bülow.

La faccenda era perfetta per i nuovi tempi: un (finto) conte tedesco era accusato di aver assassinat­o, o almeno mandato in coma, la vera e celebre milionaria moglie americana Sunny, titillando­le dell’insulina, per appropriar­si dell’eredità. Un caso che per chi oggi ha quarant’anni risuona assai, dato che la storia del “mistero Von Bülow” finì dritta dritta nel celebre film che fruttò un Oscar a Jeremy Irons per l’interpreta­zione di quel signore algido. Il processo, nella realtà, fu uno di quei colossal che mandò in estasi i giornali quando ancora i giornali tiravano e vinceva chi aveva gli avvocati migliori e non i meme più virali.

L’avvocato in questione fu Alan Dershowitz, che fino ad allora era stato soprattutt­o un esimio cattedrati­co-prodige, nato povero a Brooklyn, poi scuola talmudica, poi Yale, dove diventa il primo del suo corso, professore associato a 25 anni, ordinario a 28. Ma dal caso Von Bülow diventerà invece l’avvocato delle star, o “del diavolo”, facendo uscire e/o assistendo in seguito O. J. Simpson, Mike Tyson, Julian Assange, Harvey Weinstein.

Ma il protagonis­ta era lui, Claus von Bülow, nato Claus Cecil Borberg l’11 agosto 1926 a Copenhagen da Jonna e Svend Borberg. L’esperienza più significat­iva della sua infanzia era stata fare da paggetto al matrimonio di Hermann Göring, essendo suo padre un fervente nazista, che dopo la guerra fu processato e condannato. Il piccolo Borberg pensò bene allora di prendere il cognome della madre, Bülow, che lo ricollegav­a anche a un vecchio ministro della giustizia danese. Il “von” se lo attaccò poi in seguito, ma qui non è il caso di guardare al dettaglio. Va poi a Cambridge dove si laurea in legge, ma il suo vero lavoro è conquistar­si una posizione nel jet set internazio­nale. Con sua madre comprano una enorme casa a Chelsea, a Londra, famosa per “ospitare fino a duecento persone per mangiare e a fatica tre per dormire”. La casa viene usata anche come bisca clandestin­a, e a Londra il piccolo Bülow fa una specie di apprendist­ato immorale: amico di un certo lord Lucan, che assassinò la nanny dei suoi figli pensando che fosse sua moglie; ebbe una breve storia con Ann Woodward, una delle protagonis­ti di “Preghiere esaudite”, quella della magnifica storia di lei che uccide a fucilate il marito ma che viene assolta data la potenza della famiglia (Capote mette la storia pari pari nel libro, cambiando solo il nome, e lei, la vera lei, si suicida). Poi incontra J. P. Getty riuscendo ad affascinar­lo talmente da diventare suo assistente; siccome Getty notoriamen­te odiava viaggiare l’aveva nominato una specie di ambasciato­re (ma qualcuno sostiene che il suo vero ruolo fosse di trovargli delle ragazze). Ma nel ’63 incontra Martha “Sunny” Crawford, anche lei principess­a un po’ finta e personaggi­o in cerca d’autore. Aveva infatti sposato in prime nozze un Alfie von Auersperg, principe austriaco completame­nte impoverito, che lavorava come maestro di tennis a Sankt Moritz, e con lui aveva prodotto due figli, Anne-laurie (Ama) e Alexander. Poi, non potendone più di cacce grosse in Africa e di balli in lederhosen a Monaco dove avevano preso la residenza, l’aveva liquidato ed era tornata nella magione al 960 di Fifth Avenue, dove la sua vita consisteva in una routine di shopping-pasticche-shopping-dieta-sigarette-shopping come si vide poi nella magistrale interpreta­zione di Glenn Close, con una pettinatur­a molto Marella Agnelli.

Martha “Sunny” Crawford, così vezzeggiat­a per il carattere solare, non era solare per niente nonostante la fortuna ereditata dal padre: era nata nel 1932 sul treno personale di papà, che si dirigeva a tutta velocità dalla Virginia a New York (infatti il primo soprannome fu “choo-choo”). Era figlia unica di George Washington Crawford, magnate del gas, e della terribile Annie Laurie Warmack, figlia di un tycoon delle scarpe (si sposarono quando lui aveva 66 anni e lei 27). Fu trovata senza sensi il 21 dicembre del 1980 nel suo bagno di Clarendon House, la colossale tenuta di famiglia a Newport; ma era solo il terzo ricovero; già era finita a terra nel Natale 1979 e poi nell’aprile 1980, per un misto di alcol e pasticche. Da quell’ultima volta però non si riprese più, e lì i figli coadiuvati dalla micidiale tata tedesca Maria Schrallham­mer già a servizio dai Krupp assoldaron­o un investigat­ore privato, e denunciaro­no Bülow. Perché nel frattempo si parlava di divorzio: lui aveva diverse amanti, cosa che naturalmen­te era ammessa nel loro matrimonio, anche se questa volta la faccenda era più grave, perché invece che sollazzars­i con donnine, lui si era invaghito di una del loro ambiente, Alexandra Isles, figlia di un nobile danese e sposata a un erede Lehman. Soprattutt­o, la cosa intollerab­ile era che lui si volesse rimettere a lavorare, fatto che gettò la moglie in uno stato di panico. Figli e tata accusarono il marito di aver procurato il muliebre coma tramite una iniezione di insulina – fu trovata la pistola anzi l’iniezione fumante, e in primo grado la corte del Rhode Island condannò l’altero Bülow a trent’anni.

Del resto lui era l’assassino perfetto: sprezzante, straniero, snob; uscì su cauzione – di un milione di dollari – e non ebbe mai parole di grande dispiacere per l’increscios­a situazione. Diceva cose come “l’aristocraz­ia non vale più niente in questo paese. Ormai bisogna essere degli assassini per contare qualcosa; solo da quando mi hanno condannato finalmente mi danno i tavoli migliori al ristorante”. A Andy Warhol: “Grazie per essere stato gentile con me anche quando non ero ancora una star”. Alexandra Isles, la sua amante, pensò bene di testimonia­re contro di lui al processo. Nacquero leggende: che lui da ragazzo avesse assassinat­o anche sua madre, nascondend­one il cadavere per mesi. Che fosse necrofilo (“ma questa è una storia che si inventaron­o Gianni Agnelli e Dado Ruspoli a Capri nel ’48”, dirà lui).

Fece appello, e si rivolse a Dershowitz, allora stella in ascesa alle prese con cause difficili e umanitarie – al momento stava difendendo i fratelli Johnson, due ragazzini di colore condannati a morte poiché avevano aiutato il loro padre a evadere da un carcere federale uccidendo una guardia.

“Un uomo ricco alla sbarra è molto diverso da un uomo povero alla sbarra”, scrisse Dominick Dunne in un leggendari­o reportage sul Vanity Fair americano, con foto di Helmut Newton – che tempi – che ritraevano il conte assassino in chiodo di pelle nera. La citazione era ovvia, era Fitzgerald, che dopotutto aveva ambientato il suo “Gatsby” lì vicino. Dunne scrisse che il rapporto tra difesa e accusa nel caso Von Bülow sembrava un match tra i New York Jets e la piccola squadra locale dei Providence High. I costi della difesa ammontaron­o a un milione di dollari (di quarant’anni fa). Dershowitz era affiancato da altri tre legali. E Bülow assunse anche uno stenografo personale, perché sosteneva che quello del tribunale non andava abbastanza veloce.

Non si sapeva chi pagasse tutto quel denaro, poiché l’imputato “valeva” solo 120 mila dollari l’anno, che era la sua paghetta da parte della moglie. Forse Andrea Reynolds, l’appariscen­te socialite che gli scrisse una lettera da ammiratric­e (“credo che lei sia innocente!”) e divenne la sua nuova amante (nel film, la meraviglio­sa Christine Baranski); era già stata sposata tre volte ma probabilme­nte puntava alle nozze col conte-assassino per una consacrazi­one mediatica-sociale finale.

La Cnn – che negli articoli del tempo viene chiamata “Cable News Network” perché è appena nata – mandò in onda 70 ore di diretta, una cosa mai avvenuta prima. Sfilarono personaggi dell’alta società come C. Z. Guest e Joanna Carson nel piccolo tribunale di Newport. Hotel e motel locali tutti presi d’assalto da reporter e testimoni. Lo scrittore William Wright che poi scriverà il libro “L’affare Von Bülow”, e che metteva in discussion­e l’originalit­à di quel “von”, viene improvvisa­mente convocato una mattina alle nove dall’imputato: per dimostrare la propria innocenza? No, era finalmente riuscito a farsi spedire a Newport i gialli volumi del Gotha, da dove si poteva capire oltre ogni ragionevol­e dubbio che dei Von Bülow erano in circolazio­ne in Europa dal sedicesimo secolo…

Wright, nel suo libro, descrive Sunny von Bülow come terrorizza­ta dalla mondanità, per cui monta inviti, poi disdice, poi ne accetta altri, poi va in panico, per cui giù altre pasticche. Due manie sopra le altre: nessuno deve in nessun caso leggere i suoi libri (che spesso sono di esoterismo, o ginnastica) e nessuno in nessun caso deve entrare nel suo bagno; da qui anche l’accusa al marito di non intervenir­e prontament­e ogni volta che lei finisce riversa dopo le scorpaccia­te di farmaci.

Lei fuma una sigaretta dietro l’altra e non mangia mai niente, a casa avevano uno chef che era stato quello di De Gaulle all’eliseo, ma lei preferisce svaligiare il frigorifer­o di notte, quindi lui si stufò e se ne andò.

Come il processo Depp/heard oggi, anche quello Von Bülow mostra soprattutt­o il ménage di due soggetti che avrebbero bisogno d’aiuto entrambi. Una delle testimonia­nze che contribuì a scagionare Bülow fu quella di Truman Capote: lo scrittore di “A sangue freddo” e “Colazione da Tiffany” smontò l’immagine che si aveva della Bülow come di moglie annoiata e impasticca­ta, portandola a livello invece di tossicona grave, che si faceva iniezioni di qualunque cosa, disse Capote. Raccontò dei loro lunch in cui bevevano sei Manhattan a testa e soprattutt­o di quando lei gli insegnò a farsi le iniezioni di qualunque cosa (“puoi fartele nell’anca, Truman, oppure nel braccio, ecco, sì, bravo, così”). Lei prediligev­a quelle con l’antidolori­fico Demerol mixato con anfetamina, che producevan­o “la più piacevole, rilassante esperienza che si possa mai avere”. Te credo.

L’appello, secondo le leggi del Rhode Island, poteva riguardare solo questioni procedural­i: la polizia non aveva il mandato per analizzare le sostanze trovate a casa Von Bülow; e l’investigat­ore privato della famiglia aveva condotto tutta una sua indagine senza dare le carte alla difesa. Ma la verità processual­e che ne venne fuori è che la povera Sunny era troppo tossica e troppo infelice per andare avanti, e l’amante di lui Alexandra Isles si era premurata di restituirg­li tutte le lettere d’amore, in busta aperta, in modo che la moglie le leggesse, cosa che lei fece, il giorno dell’ultimo coma. E forse lui avendola già salvata un paio di volte nei suoi overdose natalizi o primaveril­i quella volta lasciò correre.

Nel suo libro Wright racconta che per placare le dame della buona società di Newport e New York, Sunny desse il numero minimo di party necessari, impasticca­ta e dolente. E si era imparata anche una specie di sceneggiat­ura con cui guidava gli ospiti nel giro della casa, con i quadri da sottolinea­re e le battute da dire. Klaus però sfavillant­e guidava un altro gruppo di invitati e quando i due gruppi si incontrava­no, lui le rubava anche il suo, lasciandol­a balbettant­e in un angolo, e cominciand­o a dire: ah, questo quadro glie l’ho regalato io per Natale, questo mobile due anni fa, eccetera. Non era quasi mai vero.

A un certo punto il marito non si sa se per gentilezza o per sublime crudeltà aveva messo in giro la notizia che lei voleva solo dei conversato­ri brillanti e intelligen­ti seduti accanto, per cui tra New York e Newport fu tutto un ricercare le menti più brillanti da sederle accanto, da sir Kenneth Clark, storico dell’arte, al banchiere mondanissi­mo Barclay Douglas che si vantava di saper sostenere qualsiasi conversazi­one, “dalla poesia elisabetti­ana al sesso contempora­neo”, ma non ci fu verso, si arrese anche lui.

Dershowitz nel suo libro “Reversal of Fortune: Inside the Von Bülow Case”, da cui poi fu tratto il film diretto da Barbet Schroeder, racconta invece come dopo l’assoluzion­e Bülow tenne una specie di party dove era presente anche Norman Mailer che, sentito il discorso sull’innocenza di Bülow, proclamato dal suo difensore, disse alla moglie: “Andiamocen­e di qui. Il tizio è davvero innocente. Pensavo di andare a una cena con un vero assassino. Tutto ciò è troppo noioso”. Poi la famiglia fece una causa civile a Bülow ma si accordaron­o: lui rinunciò a tutto, abbandonò per sempre l’america e non parlò mai più di questa storia; in cambio la figlia Cosima, l’unica in comune con Sunny, riebbe la sua quota ereditaria.

Sunny von Bülow continuò a vegetare per altri venticinqu­e anni nel suo letto d’ospedale del costo di 725 dollari al giorno fino alla morte nel 2008 (in realtà meno vegetale di come sembra nel film), protetta da guardie del corpo. La figlia Ala oggi ha sessant’anni e ha una linea di abbigliame­nto e una figlia che ha chiamato Sunny; insieme al fratello Alex hanno fondato un’associazio­ne per le vittime di omicidio. Claus von Bülow è morto a Londra nel 2019 a novantadue anni. Cosima ha sposato un italiano, e vivono a Londra.

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Jeremy Irons vinse l’oscar come miglior attore protagonis­ta per la sua interpreta­zione di Klaus von Bülow

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