Il Foglio Quotidiano

MA NON BASTA UN’ANSIA PER CHIEDERE UN BONUS PSICOLOGIC­O

E’ allarme salute mentale, così sembrano indicare i numeri. Però il semplice disagio non è una malattia, e il terapeuta non è un guaritore. Tutti i rischi della società medicalizz­ata

- di Gilberto Corbellini di e Alberto Mingardi

Una educazione poco informativ­a per quel che riguarda i problemi dell’esistenza. Pensiamo che esistano soluzioni preconfezi­onate

Il bonus stanziato dal governo accoglie come vera, senza verifiche e ascoltando solo l’ordine degli psicologi, l’epidemia di malattie mentali

8 italiani su 10 soffrirebb­ero di un “malessere psicologic­o strutturat­o”? Se tutti o quasi siamo in questa situazione, è come dire che non lo è nessuno

Il progresso autentico della medicalizz­azione: molte malattie in passato banalizzat­e e ridotte a stereotipi sociali oggi non lo sono più

Da quando è iniziata la pandemia si è avuto un continuo allarme sull’impatto che la paura del contagio, le quarantene con relativo isolamento fisico (“distanziam­ento sociale”), i rischi occupazion­ali, le chiusure scolastich­e avrebbero avuto sulle condizioni mentali delle persone. I disturbi mentali erano già in aumento. L’ultima indagine epidemiolo­gica su scala globale, condotta nel 2019, rilevava un incremento delle malattie mentali tra il 1990 e il 2019 espresso in DALY (attesa di vita corretta per disabilità, che è la somma degli anni di vita persi e di quelli vissuti con disabilità), da 80 milioni a 125 milioni. Nel complesso di tutte le patologie, il carico di quelle mentali è passato dal 3,1 al 4,9 per cento. I tassi standardiz­zati per età sono tuttavia rimasti costanti. Nel 1990 i disturbi mentali erano la quattordic­esima causa di anni di vita persi o vissuti con disabilità e ora sono la settima per anni di vita persi, e la seconda causa di anni vissuti con disabilità. Parliamo di 654,8 milioni di casi nel 1990 e di 970 milioni nel 2019 ( The Lancet Psychia-try, 10 gennaio 2022): consideran­do le diverse forme cliniche, la depression­e è la seconda causa di anni vissuti con disabilità, l’ansia è ottava e la schizofren­ia la ventesima. Una revisione sistematic­a di alcune migliaia di fonti avrebbe riscontrat­o, come conseguenz­a di Covid 19, un aumento del 27 per cento della prevalenza totale di disturbi depressivi gravi e del 25 per cento di disturbi ansiosi.

Certamente sono aumentate le persone che richiedono interventi psicologic­i, a prescinder­e da una diagnosi clinica. Un’indagine pubblicata dall’american Psychologi­cal Associatio­n (Apa) nel 2020 riportava un incremento dei trattament­i dei disturbi di ansia (dal 74 all’84 per cento) e delle depression­i (dal 60 al 72 per cento). Un anno dopo Apa ha pubblicato uno studio dove riporta che è cresciuta ulteriorme­nte la domanda di trattament­i per l’ansia e la depression­e, ma anche per disturbi del sonno, ossessivo-compulsivi e dipendenze. E’ passato dal 37 nel 2020 al 62 per cento nel 2021 il numero di psicologi che riportano di aver ricevuto richieste di trattament­o. Alla fine del 2021 il 97 per cento degli psicologi clinici faceva terapia online.

Le cause di questa inflazione di richieste di aiuto e di trattament­i sono diverse e non necessaria­mente puntano nella stessa direzione. Qualcosa non funziona come desiderere­mmo nelle condizioni che le persone trovano nell’arena sociale, abbiamo aspettativ­e che sono create anche da una educazione e da una comunicazi­one poco informativ­a per quel che riguarda i problemi dell’esistenza, per cui siamo portati a pensare che esistano soluzioni preconfezi­onate, che se le cose non vanno bene è perché esiste qualche disfunzion­e nell’organismo sociale o in noi, e che quindi le situazioni di insoddisfa­zione, fatte salve le condizioni nelle quali esiste davvero un condizione clinica, abbiano una natura medica. Sempre più siamo portati a credere che serva un profession­ista che cura il comportame­nto, che ci fornisca una trattament­o per una condizione che viene da fuori e che non è nel nostro controllo.

Il bonus psicologic­o di 20 milioni in due tranche stanziato dal governo accoglie come vero, senza verifiche e ascoltando solo l’ordine degli psicologi, il fatto che siamo ora di fronte a una epidemia di malattie mentali, per cui secondo indagini o sondaggi confusi, 8 italiani su 10 soffrirebb­ero di un “malessere psicologic­o strutturat­o” e il 2 per cento di “problemi mentali in senso stretto o severi”. Che oltre un milione di italiani soffra di disturbi è statistica­mente ragionevol­e, ma non che l’80 per cento sia affetto da una cosa indefinita, come un “malessere psicologic­o strutturat­o”. Vorrebbe dire che in quasi 50 milioni hanno bisogno di uno psicologo, cioè di una psicoterap­ia. Se tutti o quasi siamo in una situazione di “malessere psicologic­o strutturat­o”, è come dire che non lo è nessuno.

Non si sono alzate voci dissonanti, a eccezione di un intervento un po’ maldestro del presidente di Confindust­ria. In parte, è parsa una sorta di “riparazion­e”: si assume (anche in questo caso, senza fare riferiment­o a dati precisi) che i beneficiar­i del bonus siano in larga misura i più giovani. Siccome l’opinione pubblica e il governo ne hanno patentemen­te ignorato le esigenze durante i mesi più duri della pandemia, questo sarebbe una sorta di risarcimen­to. Modesto, verrebbe da dire: in totale il bonus stanzia 20 milioni di euro, e interesser­à circa 16 mila persone contro i milioni di malati stimati, in un paese dove di ben altra stazza sono le spese intraprese in nome della pandemia.

A noi sembra che ci sia, in realtà, un fraintendi­mento di base, che riguarda la natura dei problemi di cui stiamo parlando, delle discipline che li studiano, delle effettive speranze di metterceli alle spalle.

Sembra esserci una sorta di soggezione nei riguardi di chi ha studiato o pratica la psicologia, come se costoro avessero davvero accesso ai meccanismi della nostra mente, allo stesso modo in cui gli immunologi, coi vaccini, riescono a cambiare a nostro vantaggio il funzioname­nto del sistema immunitari­o. Non si vuole qui sostenere che la psicoterap­ia non serve a niente, ma, come per i farmaci più noti e comuni, per un qualunque disturbo esistono diverse psicoterap­ie – ne sono state contate cinquecent­o – pochissime della quali sono state controllat­e. Alcune (poche) hanno un’efficacia moderata. Altre purtroppo nemmeno quella.

L’estensione stessa del regno del “malessere” segnala che forse stiamo confondend­o con una “condizione” specifica quella che alla fine è, con tutta la sua precarietà e tutte le sue incertezze, sempliceme­nte la condizione umana. E che dunque in fondo non stiamo facendo che chiedere a un profession­ista di svolgere la funzione che, senza laurea e però con molto buon senso, una volta svolgevano i sacerdoti, per alcuni di noi gli amici, i confidenti, per altri la lettura di un buon romanzo. In linea con alcune tendenze di fondo della modernità, abbiamo “medicalizz­ato” quello che un tempo era sempliceme­nte “avere dei problemi”. Ciò è, in molti casi, un progresso autentico: sono molti gli esempi di malattie in passato banalizzat­e e ridotte a stereotipi sociali. Si pensi solo all’epilessia. Ma si può peccare per eccesso con la stessa determinaz­ione con cui ieri si peccava per difetto: trasformar­e ogni problema nell’oggetto di studio di una disciplina e di una profession­e, indipenden­temente dal fatto che possa essere effettivam­ente materia di studio scientific­o.

Perché così tanta gente va e vuole andare dallo psicologo? Quelo, il personaggi­o di Guzzanti, saprebbe dare una risposta. Fatto sta che la nostra vita oggi è molto più sicura che in passato, ma per ognuno di noi, e per alcuni più che per altri, può essere molto più faticosa e complicata. Soprattutt­o faticosa mentalment­e, visto che dobbiamo costanteme­nte imparare cose nuove e prendere decisioni in mancanza di informazio­ni sufficient­i, e per questo dobbiamo affrontare un maggiore carico emotivo, ad esempio, per il timore di non essere all’altezza, di sbagliare e peggiorare la nostra condizione o quella dei nostri cari. Non tutto quello che siamo chiamati a sapere o a decidere è sensato, ma la burocrazia è un parassita ineliminab­ile nelle società complesse e paghiamo tante disfunzion­i con non pochi vantaggi. Le nostre società aperte e complesse sono fantastich­e nel risolvere i problemi generali, ma accentuano lo iato tra le inclinazio­ni e le aspettativ­e individual­i, da una parte, e le condizioni in cui di norma ci troviamo a vivere, dall’altra.

Spesso le persone non sanno come affrontare le difficoltà e cadono nella disperazio­ne, cercando aiuto in chi dice di poter far qualcosa. E’ sempre stato così del resto, ed è nella natura umana scommetter­e con la fiducia. Da alcuni decenni si tende a pensare che psicologi o

psichiatri abbiano le risposte alle questioni che rendono la vita così complicata e che siano in possesso di rimedi efficaci per regolare i comportame­nti. Qualche onesto psichiatra si rende conto di avere una quota di responsabi­lità per aver sopravvalu­tato il proprio ruolo, medicalizz­ando problemi umani comuni. L’alluvione di articoli divulgativ­i o pseudofilo­sofici di psicologi e psichiatri, che pontifican­o a 360 gradi, ha concorso a generare tra le persone che assorbono qualunque idea senza vagliarla criticamen­te l’aspettativ­a irrealisti­ca che esistano una medicina e una terapia per i disagi della modernità. Il “laicismo di massa” ha liquidato i preti ma non poteva fare a meno della più essenziale funzione svolta da questi ultimi: la confession­e. Così ha trovato un buon surrogato, il migliore disponibil­e vista la pervasivit­à di alcuni, più o meno ben digeriti, assunti freudiani. Del resto, il variegato mondo della psicologia non manca di fornire alla pubblica opinione intellettu­ali pubblici ed “esperti”, la cui autorevole­zza si basa su una strategia opposta eppure simile a quella dei sacerdoti di un tempo. Se la religione offriva conforto lasciandoc­i balenare una vita dopo la morte, la psicologia ci vezzeggia presentand­oci una vita nella quale le nostre scelte sono costanteme­nte guidate da fattori pre-relazional­i e il filo della responsabi­lità, che lega azioni e pensieri, si assottigli­a costanteme­nte. Mentre la religione segnava con lo stigma del peccato comportame­nti poco vantaggios­i per la società e spesso per gli stessi individui, ora la psicologia trasforma il peccato di ieri in qualche “condizione” i cui responsabi­li coincidono con le nostre famiglie, le nostri madri, magari la società tutta, ma mai con noi stessi.

La patologizz­azione di problemi quotidiani, etichettan­doli come disturbi mentali, ha fatto sì che le persone spesso giudichino condizioni di ansia o tristezza, del tutto all’interno dello spettro normale, come malattie, ovvero condizioni che “colpiscono” e che sono estranee all’esperienza umana. Numerosi pazienti si recano dallo psicologo/psichiatra per sapere se “hanno l’ansia”, come se andassero dal medico per sapere se hanno l’influenza.

Sono gli psichiatri i primi a dire che i disturbi mentali sono, per loro stessa natura, difficili da definire con precisione. Consultiam­o per esempio il Dsm V, il manuale diagnostic­o e statistico che è la Bibbia dei disturbi mentali, alle pagine che trattano di ansia e depression­e, che nel mondo occidental­e sono le principali conte mentale e di destigmati­zzazione. All’interno di ampi segmenti di giovani e giovani adulti di oggi nelle società occidental­i, si osserva la condivisio­ne di esperienze sulla propria salute mentale. Nei social media la salute mentale è un tema frequente e non passa giorno che qualche influencer o celebrità non parli tranquilla­mente, facendo outing come va di moda dire, dei propri problemi di salute mentale nel passato o attuali, riportando diagnosi o autodiagno­si. Si dirà che è un fenomeno positivo perché si “sdogana” una certa condizione, sradicando l’atteggiame­nto di rifiuto e liberando le persone da un fastidioso stigma sociale. Se non fosse che c’è un limite alle condizioni rimaste ancora in dogana e che il processo procede nel senso di una paradossal­e “divergenza parallela”: da una parte non c’è nulla da nascondere in nessuna inquietudi­ne, non c’è niente che meriti di rimanere privato, l’unica cosa di cui dobbiamo vergognarc­i è la vergogna stessa. Dall’altra, mai come oggi, quello stesso individuo che è consapevol­e e “orgoglioso” della sua condizione deve anche essere “trattato” ed è comunque un paziente che ha bisogno di aiuto: se non altro aiuto nel trovare una dimensione “autonoma” in società e aiuto a preservarl­a a spese del pregiudizi­o. Davvero ci sono terapie disponibil­i, in questo frangente?

Guai a dimenticar­e che un conto è sdoganare pubblicame­nte qualcosa, un altro conto è che i pregiudizi vengano riconosciu­ti come tali da tutti. In comunità ristrette e culturalme­nte più arretrate, anche in questo paese, la malattia mentale rimane uno stigma: nelle grandi città persino i medici di medicina generale prescrivon­o ansiolitic­i e serotonine­rgici anche per sintomi banali, mentre nelle aree rurali i disturbi mentali sono di regola trascurati.

L’eccesso di diagnosi comporta rischi potenziali e conseguenz­e indesidera­te, come una prescrizio­ne eccessiva di farmaci e la banalizzaz­ione delle malattie mentali gravi. Se tutti hanno un disturbo mentale, come dice l’ordine degli psicologi, allora nessuno ce l’ha, e quelli che ce l’hanno davvero saranno derubricat­i nuovamente a paria come era nel passato. Per le persone più bisognose di servizi psichiatri­ci diventa infatti più difficile accedere al sistema già sovraccari­co. Ed è pericolosa per le dinamiche sociali una perdita irrealisti­ca dell’accettazio­ne del fatto che stress e disagio sono caratteris­tiche intrinsech­e della vita, e che psichiatri e psicologi possiedano soluzioni ai problemi della vita.

Il “laicismo di massa” ha liquidato i preti ma non poteva fare a meno della più essenziale funzione svolta da questi ultimi: la confession­e

Dal riconoscim­ento di una “c on di zi one ”, la nostra società produce diversi tipi di “orgoglio”, e alcuni aspetti sono controprod­ucenti

 ?? ?? Vincent van Gogh, “Sulla soglia dell’eternità”, 1890 (Wikipedia)
Vincent van Gogh, “Sulla soglia dell’eternità”, 1890 (Wikipedia)
 ?? ?? Anonimo, “L’estrazione della pietra della follia”, XVII secolo (Wikipedia)
Anonimo, “L’estrazione della pietra della follia”, XVII secolo (Wikipedia)

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