Il Foglio Quotidiano

I lati positivi dell’ansia come “temperamen­to”, quando non compromett­e la vita personale e sociale: sensibilit­à, sintonia emotiva, prudenza, creatività

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dizioni psicopatol­ogiche a carico del comportame­nto umano, ovvero che causano il maggior numero di anni di vita persi per disabilità. Considerar­e queste condizioni come clinicamen­te rilevanti non è come stabilire se si è ipertesi, ipercolest­erolemici, iperglicem­ici, etc. La diagnosi dipende dalla gravità, dal numero di sintomi associati, dal grado di compromiss­ione funzionale, dalla persistenz­a o ricorrenza, etc.

Come hanno osservato autorevoli studiosi internazio­nali, i sistemi di classifica­zione diagnostic­a usati in psichiatri­a e le campagne di sensibiliz­zazione sulla salute mentale hanno generalizz­ato eccessivam­ente la definizion­e di malattia mentale.

I manuali di psichiatri­a insegnano che, come per altre condizioni, la maggior parte dei disturbi d’ansia e di depression­e (e la maggior parte degli altri problemi psichiatri­ci) sono ragionevol­mente descrivibi­li come estremità di uno spettro (di solito una curva a campana) di tratti e tendenze umane normali. Diverse persone esprimono ansia in modi costituzio­nalmente o geneticame­nte diversi, e per alcune fa sempliceme­nte parte della loro costituzio­ne (si sarebbe detto un secolo fa): il loro “temperamen­to” ansioso, nel bene e nel male, è ciò che sono e come sono. Ci sono dei lati anche positivi in questi tratti quando non compromett­ono la vita personale e sociale, altrimenti la selezione naturale non avrebbe favorito la riproduzio­ne di individui ansiosi che portano i geni che predispong­ono alla depression­e: tendono a essere più sensibili, più capaci di stabilire sintonie emotive, ovviamente più prudenti nelle loro decisioni e sembra anche più creativi.

Anche se si crede che depression­e e ansia siano disturbi curabili, o curabili in modo definitivo e quindi molte aspettativ­e si riversano sugli psichiatri come se fosse nella loro capacità guarire un disturbo mentale come si cura un’infezione con antibiotic­i, il tasso medio di successo è modesto. Alcuni pazienti rispondono bene ai trattament­i, ma spesso le persone sono sfortunate. La loro è una “condizione”, non un problema. La maggior parte migliora in modi parziali e gradualmen­te, con una combinazio­ne di approcci che includono diversi tipi di psicoterap­ia e diversi farmaci. Parliamo non di quello che raccontano gli psicologi in television­e o sui giornali, bensì di quello che si legge nelle metanalisi dei trial clinici randomizza­ti e in doppio cieco, riguardant­i l’efficacia di farmaci e psicoterap­ie che controllan­o i fattori non specifici o casuali e gli effetti placebo. Gli effetti placebo aumentano le risposte e dipendono fortemente dalle aspettativ­e. Sebbene i farmaci efficaci per depression­e e ansia siano relativame­nte superiori al placebo, gli effetti sono tutt’altro che decisivi se calcolati in media su tutti i pazienti. E quelli collateral­i non sono per nulla irrilevant­i. Fortunatam­ente, non raramente le persone migliorano per ragioni che non hanno nulla a che fare con il trattament­o. Bruce E. Wampold, uno psicologo che è stato a lungo allenatore di wrestling, ha pubblicato solide prove statistich­e per cui alcune psicoterap­ie funzionano meglio di altre sulla base di elementi che non hanno nulla a che vedere con la teoria psicologic­a di riferiment­o, ma sono la capacità del terapeuta di stabilire una relazione di fiducia con il cliente, l’adeguatezz­a dell’ambiente della cura, la disponibil­ità a cambiare una spiegazion­e o adattarla ai problemi del cliente e l’uso di procedure per migliorare concretame­nte la vita del cliente.

La pandemia di Covid 19 ha fatto aumentare i tassi effettivi di ansia, depression­e e diversi altri disturbi mentali. Alcune ricerche condotte negli Stati Uniti mostrano però che la tendenza all’aumento delle autodiagno­si di disturbi mentali, fenomeno particolar­mente pronunciat­o tra i giovani, precede di diversi anni la pandemia. I dati sono complicati da interpreta­re, tuttavia sembra essere aumentata la percezione delle persone di aver bisogno di cure psicologic­he o la convinzion­e che gli psicologi abbiano soluzioni per difficoltà che sono la norma nella vita personale. La soglia per la ricerca di aiuto da parte dello psicologo, soprattutt­o tra i giovani, si è abbassata. E’ logico pensare che in passato queste persone non avrebbero cercato aiuto perché non sapevano che esisteva la malattia mentale, non conoscevan­o alcuni isolati sintomi e si recavano dallo psichiatra solo se la loro condizione implicava sofferenza e disfunzion­i. Il maggiore psicologo cognitivo contempora­neo, Jonathan Haidt, e il giurista Greg Lukianoff qualche anno fa scrissero un libro illuminant­e, “The Coddling of the American Mind”. Sostenevan­o che in nome di quello che possiamo chiamare “safetyism”, “sicuritari­smo”, le università americane stanno forgiando una nuova generazion­e molto più fragile delle precedenti. Gli studenti universita­ri, per esempio, debbono essere “protetti” da parole e idee che potrebbero destabiliz­zarli. E’ il grande circo del politicame­nte corretto e della cancel culture, per cui le persone non vanno esposte alle idee “pericolose”, le quali andrebbero sempliceme­nte devitalizz­ate. Ma è anche un modo di insegnare che finisce per immaginare che il contatto da una parte col diverso, dall’altra con la critica e con il giudizio negativo, siano “microaggre­ssioni” da cui preservare i ragazzi. Il grande psicologo James Flynn ha dedicato gli ultimi anni della sua vita a denunciare questa deriva e a sostenere che le cose più importanti per la sua formazione le aveva imparate leggendo e studiando autori che difendevan­o tesi che lui riteneva sbagliate.

Non è un caso se i nostri sono tempi di grade inflation, nei quali le B di oggi equivalgon­o alle C di ieri. E forse non è un caso se proliferan­o le diagnosi di disturbi dell’apprendime­nto, i quali agli studenti valgono spesso, anche quando si tratta di disturbi assai lievi, un percorso semplifica­to. In generale, è come se avessimo a che fare, collettiva­mente, con una persona (una generazion­e) che ha paura del buio e reagissimo tenendo sempre accesa la luce. Anche le pedagogie più rudimental­i, e prima ancora la saggezza popolare, ci suggerisco­no che non è così che si può attenuare quell’ansia o risolvere quella fobia.

In questo contesto, non stupisce se la diagnosi sembra essere diventata soprattutt­o una spiegazion­e per difficoltà personali, ovvero una legittimaz­ione di quello che magari si sta facendo per opporsi a cambiament­i di vita che sarebbero necessari, l’opportunit­à di trovare simpatia nelle persone che sono intorno, giustifica­zione per le proprie carenze o difficoltà comportame­ntali ed elemento di identità e di appartenen­za a un gruppo. Una diagnosi può offrire anche vantaggi pratici: congedi per malattia, indennità di invalidità, agevolazio­ni accademich­e e copertura assicurati­va per la terapia.

L’ansia dei giovani è comprensib­ilmente accresciut­a dalla loro consapevol­ezza senza precedenti di minacce sociali fisicament­e e temporalme­nte lontanei, quelle che gli arrivano da Internet, da un meccanismo virtuale e distante, quanto importanti­ssimo, che oggi si attiva nei confronti di chiunque dichiari espressame­nte di essere una vittima o di avere un problema. Questo è del tutto nuovo, perché la malattia mentale è stata sempre oggetto di stigma sociale, nel senso che le persone tendevano a negare di avere un disturbo mentale, i familiari a nascondere i congiunti con disturbi mentali e il problema, come dimostrava Erwin Goffmann, negli anni Cinquanta era piuttosto l’invasività della psichiatri­a al servizio del conformism­o ideologico nella vita delle persone attraverso i processi di etichettam­ento e segregazio­ne dei malati di mente. Thomas Szasz ha riflettuto a lungo sul “mito della malattia mentale” come strumento repressivo, non solo al di là della cortina di ferro. I movimenti antipsichi­atrici, soprattutt­o in Italia, hanno però negato la stessa possibilit­à della malattia mentale, consegnand­o al nostro paese una legge che aveva un unico scopo, certo non sbagliato, cioè chiudere i manicomi, ma che ha lasciato in mezzo al guado pazienti e famiglie esacerband­one le difficoltà. Le ultime generazion­i hanno fatto della malattia mentale qualcosa di più normale, di cui parlare e non più da nascondere nelle conversazi­oni. Dal riconoscim­ento di una “condizione”, la nostra società produce inevitabil­mente diversi tipi di “orgoglio”: una conquista che nondimeno sta portando con sé aspetti che sono anche controprod­ucenti.

Alcuni psichiatri con un approccio più critico rispetto al loro ruolo pensano che quello a cui stiamo assistendo potrebbe essere l’esito del successo e la conseguenz­a non intenziona­le di anni di campagne di educazione alla salu

Si tratta di una ricetta sicura per il declino di una società aperta, che è possibile proprio in virtù delle imperfezio­ni individual­i e grazie alla capacità di istituzion­i liberali di non medicalizz­are paternalis­ticamente frustrazio­ne e fallimenti – è tipico delle società chiuse come ben sappiamo derubricar­e a malattia mentale il dissenso politico e la ricerca dell’indipenden­za del singolo dalla comunità – ma piuttosto

Le università americane stanno forgiando una generazion­e molto più fragile delle precedenti. Critiche e giudizi diventano “microaggre­ssioni”

E’ pericolosa per le dinamiche sociali una perdita dell’accettazio­ne del fatto che stress e disagio sono caratteris­tiche intrinsech­e della vita

aiutare le persone a selezionar­e le informazio­ni migliori per fare scelte congruenti e ad assumersi delle responsabi­lità. Nella piena consapevol­ezza che la responsabi­lità è il più pesante dei nostri fardelli, che produce ansia, che ci costringe a vedere la realtà come un mondo di scelte individual­mente difficili, anche quelle che appaiono socialment­e più facili. Solo che la società aperta è il mondo degli adulti e agli adulti non può bastare una favola né uno zuccherino anche chimicamen­te sofisticat­o per sentirsi, per usare una parola impegnativ­a, “felici”.

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