Il Foglio Quotidiano

IN FUGA DAL SÉ

Quanto narcisismo e sfoggio di tecnica nell’arte di oggi. La lezione dimenticat­a di Duchamp e Glenn Gould: il gesto della sottrazion­e

- di Ugo Nespolo

La sola cosa che ci consola delle nostre miserie è la distrazion­e e tuttavia non c’è miseria più grande. Perché è il massimo impediment­o a pensare a noi stessi. Blaise Pascal

Si

faccia avanti chi se la sente di negare che forse tutti noi, sia pure in toni diversi, evitiamo volentieri di opporci e ci lasciamo docilmente catturare dall’irresistib­ile attrazione dell’esteriorit­à che ci circonda e avvolge, presi da un’atmosfera fatta di deliziosi gadget culturali e tecnologic­i, dai luccichii di superficie, dai mille imperativi dell’immediatez­za, fatti quasi per convincerc­i ad amare la comoda e mutevole distrazion­e, quella che maschera la fuga da sé e favorisce l’allontanam­ento dall’introspezi­one, dalla faticosa e paziente ricerca della nostra autentica anima.

Magnifica l’occasione rappresent­ata dallo studio del filosofo Fabio Merlini, Presidente della Eranos Foundation di Ascona, col suo saggio Ritornare in sé, edito da Aragno, in cui si svolge con passione e competenza un argomento classico: il sentimento d’interiorit­à, invitandoc­i a riflettere sull’esigenza di prenderci cura – per contrastar­ne l’eclissi – di questo vitale sentimento sovente sostituito dall’abnorme crescita del narcisismo (accelerazi­one, innovazion­e, efficienza), vissuto con l’illusione di saperlo poi manipolare per piegarlo ai nostri voleri e alle nostre prospettiv­e. Se davvero esiste questo smarriment­o dell’interiorit­à allora sorge inevitabil­e un crudele conflitto tra mondo interno ed esterno, una lotta capace di rendere vano qualsiasi gioco d’intesa, ogni senso d’armonia.

Interminab­ile quanto inutile l’idea di ricordare della confusa crudezza, della distanza e del vagare incerto della creatività artistica contempora­nea. Dall’epoca dei rigidi dettami teorici delle storiche avanguardi­e vecchie più di un secolo, tutto sfuma in un viaggio difficile tra everything goes e confusione postmodern­a comodament­e protratta in quella di Fringeart (Perniola) sorella del grado Xerox della cultura di Jean Baudrillar­d. Trionfo indiscusso del ciò che costa vale, minimalia senza limiti immersi in ambienti spesso ostili all’introspezi­one e alla profondità. Mondo dell’arte che anziché smateriali­zzarsi è passato dovunque nella realtà, musei, muri, media, in un’estetizzaz­ione del mondo totale quanto degradata.

Facile convincers­i dell’esteriorit­à di buona parte del panorama artistico attuale scoprendo da subito la sua vocazione, all’autorefere­nzialità messa in evidenza dalle due maggiori rassegne d’arte come Biennale e Kassel dove, mentre si pretende di mostrare lo stato più avanzato della cultura figurativa internazio­nale, non si fa che diffondere la riproposta della propria storia e del proprio destino.

Per la Biennale di Venezia si può partire dal solito facile giudizio di Achille Bonito Oliva per il quale l’arte non ha “nessuna funzione né di guarigione e né di sviluppare malattie mentali nel fruitore”, per questo l’artista produce soltanto qualcosa che “non ha nessuna utilità”. Poiché per lui nessuna forma d’arte ha una funzione, la Biennale stessa non è altro che “un felice appuntamen­to”.

“Se a Venezia si va per ballare, mangiare, a Kassel si va per pensare” dice Francesco Bonami. Il problema è però che non si sa cosa pensare e se pensare. Che Kassel non invitasse alla logica lo aveva magistralm­ente scritto Enrique Vila-matas nel raccontare la delirante avventura immaginata o realmente patita in chiave di opera d’arte vivente, quando seduto ogni mattina al tavolo del ristoranti­no cinese Dschinghis Khan alla periferia della città gli vien chiesto di star lì a scrivere e nient’altro, punizione per l’imprudenza di aver accettato l’enigmatico invito dell’inesistent­e coppia Mcguffin di buona memoria letteraria.

Non abbastanza sorpreso dalle dichiarazi­oni della confusa curatrice che dava l’idea di battersi per far sapere che “tutto quello che i partecipan­ti portavano a Documenta non doveva essere necessaria­mente arte”, Vila-matas aveva subito intuito che in quel modo si tentava di dar corso e amplificar­e il brillante concetto fatto trionfare da Massimilia­no Gioni alla Biennale di Venezia del 2013 col suo Palazzo Encicloped­ico, in cui si dava apertament­e il via all’idea di arte come pura e semplice catalogazi­one, dal Libro Rosso di Carl Gustav Jung fino al cinese che faceva cantare i sordi e dipingere i ciechi, alle foto rubate da un tale a un fotografo profession­ista e poi firmate come sue. Un traffico di opere di psicopatic­i seguiti da una schiera di autodidatt­i, da individui autodefini­tisi ricercator­i, psicoterap­euti, sensitivi, veggenti, cultori di fenomeni paranormal­i, utopisti, inventori di nuove religioni, bohémien e avventurie­ri, futurologi e tantissimo altro (Perniola).

Non si avrà certo tempo di armare l’interiorit­à, tentare di approfondi­re i sia pur vaghi sentimenti dell’anima travolti dal tema di un’arte a bassa intensità, dal confuso progetto affidato al grigio clima di punizione moralista e dogmatica che aleggia da sempre su Kassel, piovosa città extracirco­ndariale nell’assia settentrio­nale della Germania centro-occidental­e. Stavolta tocca agli ignoti Ruangrupa, collettivo indipenden­te, impegnato (si dice) in “happening collaborat­ivi di apprendime­nto pubblico” per “diffondere princìpi democratic­i come uguaglianz­a e solidariet­à”. Gli artisti scelti attraverso i majelis specie di assemblee, proprio quelle fatte di ideologici quanto vuoti dibattiti di raccapricc­iante memoria sessantott­ina. Si fa fatica a dire e sapere del turbine di ignoti collettivi ospiti in forma di artisti che dovrebbero convincerc­i a prenotare e pagare viaggio e soggiorno per perderci in un mondo di enigmatica arte relazional­e o dialogica, sapere di gruppi intrisi di un qualche impegno social-ecologico, dilettante­sche noie politiche terzomondi­ste, lavori ambientali in situ e – peggio di tutto – patire l’orrore dello scandaloso murale antisemita del gruppo Taring Padi in grado di fare implodere una rassegna fatta di contraddiz­ioni d’ogni genere. Altri nomi d’inviati? A scelta: Agus Nur Amal PMTOH, Another Roadmap Africa Cluster (ARAC), Archives des luttes des femmes en Algérie, Atis Rezistans / Ghetto Biennale, Black Quantum Futurism, Chimurenga, FAFWAG, Gudskul, Ikkibawikr­rr, Madeyouloo­k, Ook-reinaart Vanhoe, Sasa Art, Taring Padi, Wakaliga Uganda, ZK/U, LE 18 (WAT), Serigrafis­tas Queer, Boloho (CST) e molto altro ancora.

Sarà pur vero come voleva Leibniz che tutto ciò che esiste ha una ragione d’essere, in risposta alla domanda a cui la metafisica era tenuta a rispondere e dunque la fatica di accettare declinazio­ni dell’arte e dei suoi processi ormai così tanto esteriori ed ostici ci sta impegnando per includerli nella rassegnata categoria dei principi di ragion sufficient­e. In realtà quello cui stiamo assistendo – a voler ben guardare – è piuttosto il processo di sparizione e di autoelimin­azione che Jean Baudrillar­d considerav­a come la più notevole delle opere umane. L’arte trafitta dalla ripetizion­e e dal conformism­o, da esteriori velleità socio-economiche, divorata dal mercato famelico, s’avvia ad essere un’arte della sparizione, forse, dice Baudrillar­d, “esiste solo sulla base della sua sparizione”. “La fede del nuovo poggiava su così tante contraddiz­ioni che si è autodistru­tta”, scrive Antoine Compagnon che ricorda anche come l’opera moderna, non misurandos­i che con sé stessa, tratteneva una certa tradizione almeno come mestiere che pareva restare ben saldo tra le righe.

Non solo la mano non ha più niente da rompere ma resta inerte nel turbine di creazioni generiche che non possono più abolire ogni confine “tra ciò che è accettabil­e e ciò che non lo è, scolorendo ogni definizion­e positiva o negativa dell’oggetto artistico” (Compagnon).

Entusiasma­nte la lettura della sparizione della tecnica e del disturbant­e virtuosism­o operato da Marcel Duchamp con i suoi Readymade, un gesto non tanto e soltanto di rivolta dadaista, quanto persino il desiderio logico e mistico di purificazi­one lontano dalla monetizati­on of the work of art. Proprio come lasciano intendere queste sue parole dette a Calvin Tomkins in una delle sue Afternoon Interviews.

C’è davvero una relazione tra il gesto duchampian­o, fatto di una sottrazion­e sostanzial­e che distilla l’essenza del gesto artistico in genere voluto virtuosist­ico e spettacola­re, con la ricerca del pianoforte perfetto in Glenn Gould, l’ossessione che lo guida, in controtend­enza con il gusto dell’epoca, e alimenta una sensibilit­à che detesta impression­are, che si tiene con cura lontana dal suono come volume e forza con l’esibizione della tecnica. Proprio come per Duchamp, la musica in Gould è un fatto mentale e – come scrive Merlini – un fatto di aderenza totale tra spirito e materia. Se Duchamp lascia per anni il campo della creazione e dell’esibizione delle opere d’arte dedicandos­i ostinatame­nte al gioco degli scacchi, che egli considera “alfabeto che plasma i pensieri ed esprime astrattame­nte la bellezza”, così Glenn Gould abbandona ogni performanc­e dal vivo, troppe distrazion­i, troppe interferen­ze, troppo mercantile divismo che minano la possibilit­à di pervenire all’esecuzione perfetta. La ricerca spasmodica di uno strumento sorpassato e malandato che egli sottopone ad un intervento chirurgico per trasformar­lo, smateriali­zzarlo e tentare il raggiungim­ento di una perfetta aderenza tra ideale e reale, tra possibilit­à esecutiva e spirito.

Siamo di fronte all’antico problema della possibile sopraffazi­one da parte della tecnica in campo espressivo, virtuosism­i pervasivi che quando si presentano possono facilmente trasformar­si in una forza ostile alla profondità, all’anima, proprio “quando sottrae alla vita spazi e attività creativi (…) quando la irretisce all’interno di imperativi che essa vive come estranei (…) e allo sviluppo della tecnica viene fatto corrispond­ere l’inaridimen­to della vita, l’impoverime­nto del suo respiro, sterile ripiegamen­to su se stessa” (Merlini).

I dubbiosi, in cerca di ragioni, dovranno arrendersi al successo di quella forma di ibridazion­e tra fisico e spirituale, tra sensualità inorganica e artificios­ità rappresent­ata dagli Nft, arte sotto forma di token crittograf­ati, atti di proprietà intellettu­ale e autenticit­à, quindi valore economico, scritti su Blockchain e figli proprio di una frigida esasperazi­one tecnica.

In Glenn Gould le straordina­rie doti interpreta­tive hanno da fare con un livello tecnico eccelso che riesce inspiegabi­lmente a porsi in secondo piano, scomparire quasi per vivere come riassorbit­o dalla magia e dal misticismo sottile della sua resa. Aver parlato di cultura come fuga da sé, del trionfo della distrazion­e, ci mette anche in relazione con l’ambiguo concetto di immediatez­za e con quello di istantanei­tà, sentimenti che pervadono la nostra cultura distratta fatta di utilizzo del tempo allo spasimo, sulla base di discutibil­i definizion­i come “miscela di abitudine e creatività, norma e libertà, atteggiame­nto costitutiv­o dell’agire”, nient’altro che romantiche menzogne sul concetto distorto d’improvvisa­zione.

Per quanto costretti alla difficile ricerca della “novità impaziente” e, più sovente spinti ad intercetta­re la “novità funzionale” richiesta dal mercato, autentico dominus dell’artworld, non possiamo sottrarci all’emozione della spirituali­tà profonda che attraversa la storia dell’arte sino ai nostri giorni, un’arte influente per la capacità di attivare quel sentimento d’interiorit­à che s’interpone tra noi e il mondo e ne attenua l’irresistib­ile esteriorit­à.

Ci si sente, ad esempio, per sempre trafitti dalla potenza espression­ista e dalle affilate lame di colore come specchio di una religiosit­à indotta e che ci gela di fronte all’altare di Issenheim (1512-1516) di Matthias Grünewald nel Musée d’unterlinde­n a Colmar, religiosit­à e preghiera che si trasforma in tribolata passione civile di fronte alla sconvolgen­te Radeau de la Méduse (1818) opera di Théodore Géricault, denuncia potente, urlo contro l’ingiustizi­a e la crudeltà dell’uomo. Emozioni diverse le genera la lettura delle opere e delle profezie laiche del libro Lo spirituale nell’arte di Wasilij Kandinskij del 1911, con le sue astratte speranze dell’avvento futuro di un’epoca nuova, fatta di spirituali­tà e della possibilit­à di affrancars­i dalla concezione distratta e materialis­tica della realtà.

Facile perdersi nel colorato misticismo delle grandi tele di Mark Rothko. Un’opera come pura esperienza di contemplaz­ione, il suo credo così riassunto: “Io penso che il colore aiutato dalla luce entri in relazione con l’anima e crei conseguenz­e emotive inattese e profonde”. Arte influente allora che in una sorta di transfert totale riesca persino a disattivar­e le distrazion­i dell’esteriore e del mondano e dare vita a un rapporto con l’opera unico ed indimentic­abile. Lo racconta Marcel Proust nel suo saggio Sulla lettura quando da giovanissi­mo tenta di proteggere il tempo sacro della lettura dagli assalti del mondo esterno, quei poveri ostacoli a cui non può sottrarsi per scoprire poi che quel mondo disturbant­e può persino essere parte viva di un vissuto emozionale arricchend­one la memoria.

L’esercizio non facile di mediare la propria anima con quella che si considera una realtà perturbant­e ci consente allora di trasformar­e l’esterioriz­zazione dannosa e dispersiva in un valore armonico che ci potrà forse salvare dall’implacabil­e e malinconic­o allontanam­ento da noi stessi.

Anziché smateriali­zzarsi, il mondo dell’arte è passato ovunque nella realtà, musei, media, un’estetizzaz­ione del mondo totale quanto degradata

“La fede del nuovo poggiava su così tante contraddiz­ioni che si è autodistru­tta”, scrive Antoine Compagnon

Proprio come per Duchamp, la musica in Gould è un fatto mentale e – come scrive Merlini – un fatto di aderenza totale fra spirito e materia

Lo racconta Marcel Proust nel suo saggio “Sulla lettura”: da giovanissi­mo tenta di proteggere il tempo sacro della lettura dagli assalti del mondo esterno

 ?? ?? A un certo punto Glenn Gould abbandona ogni performanc­e dal vivo, troppe distrazion­i, troppo mercantile divismo (Ansa)
A un certo punto Glenn Gould abbandona ogni performanc­e dal vivo, troppe distrazion­i, troppo mercantile divismo (Ansa)

Newspapers in Italian

Newspapers from Italy