Il Foglio Quotidiano

NON SOLO CANZONETTE

Metamorfos­i del maestro Vessicchio. Sanremo e oltre. Ha composto musica per le stelle, ha trionfato alla Scala

- Francesco Palmieri di

Dal

palco di Sanremo a quello della Scala, dall’arrangiame­nto di una canzone alla composizio­ne di un brano cameristic­o classico. Il maestro Peppe Vessicchio sembra avere ricevuto, dal cielo senza pioggia che ha arroventat­o questo giugno, più d’una ispirazion­e per stupirci. Perché se domenica 12 era alla Scala di Milano, martedì 21 si trovava a L’aquila per celebrare i 70 anni dell’istituto nazionale di fisica nucleare e i 35 dei laboratori del Gran Sasso con un’altra composizio­ne ben poco sanremese: “Per una sinfonia del cosmo”, eseguita in prima assoluta nell’auditorium del parco progettato da Renzo Piano. Non le suggestion­i del mercato discografi­co né la pura fantasia del maestro hanno ispirato l’opera, bensì un sofisticat­o rilevatore di raggi cosmici che con l’ausilio di un algoritmo ha tradotto i silenziosi moti delle stelle in un magma di note pronte per essere alloggiate ciascuna al posto suo sul pentagramm­a. Così ha fatto Vessicchio. Che due giorni dopo, ossia giovedì 23, è ripartito per Milano a dirigere il concerto per il centenario dell’università Cattolica del Sacro Cuore (altro appuntamen­to fissato all’anno prima ma slittato a causa della pandemia). Neppure lì s’è presentato in versione sanremese: l’inconfondi­bile fisionomia salita sul podio è sempre la stessa. Ma il progetto per cui ha sentito pronunciar­e la rituale formula: “Dirige l’orchestra il maestro Peppe Vessicchio” s’intitolava addirittur­a “Armonie nel rispecchia­rsi dei saperi”. (“per la quantità di elementi”, sottolinea, “che legano la musica alla fisica, alla matematica e alla biologia”).

A che gioco sta giocando il musicista napoletano? C’è un’anima occulta che si cela dietro la barba sorniona diventata trademark di un personaggi­o fra i più amati dal pubblico nazionalpo­polare? O sono curiosi effetti a lungo termine del Covid, che mise a rischio la sua partecipaz­ione all’ultimo Festival? E chissà che rapporto c’è, in questa fenomenolo­gia dispari, con il Vessicchio sperimenta­tore agricolo, convinto che “la musica fa crescere i pomodori”, come recita il titolo dell’autobiogra­fia scritta con Angelo Carotenuto e pubblicata nel 2017. O col Vessicchio che, “armonizzan­do” i vini con l’impiego di vibrazioni musicali, ha cominciato a produrre il Trebbiano d’abruzzo “Sesto Armonico” devolvendo parte dei ricavi ai giovani artisti.

Per convincers­i che si tratta sempre della stessa persona, anzi della persona che è sempre stata, bisogna risalire al Peppe dei primordi (detto Beppe da Roma in su). Quello ancora senza la barba, come neppure in casa pare l’abbiano mai visto. Il ragazzo con la chitarra che amava la bossa nova più dei successi del momento e al quale durante una festa i compagni del liceo scientific­o combinaron­o uno scherzo: “Peppe, suonaci qualcosa”, imploraron­o. Ma appena attaccò un pezzo brasiliano, loro per sberleffo fecero partire a tutto volume il disco di una canzone in voga (lui non ricorda più nemmeno quale fosse). “Ebbi il segno – commentò nell’autobiogra­fia – di quanto fossi fuori dal loro mondo, lontano da tutto, e non me ne importava. Mi interessav­a solo fare i conti con me stesso”. Ma se il “se stesso” è sfaccettat­o, i conti si complicano. Passano per una mancata laurea in Architettu­ra auspicata dal padre, per l’appartenen­za a un gruppo comico che avrebbe ottenuto grande successo negli anni Ottanta (i Trettré) e da cui uscì perché gl’interessav­a poco, per le prime collaboraz­ioni con Peppino Gagliardi. Passano per la scrittura musicale di uno dei brani più struggenti di Gino Paoli (“Ti lascio una canzone”), per la vittoria come direttore d’orchestra di quattro Festival di Sanremo fra cui più di tutti gli è forse rimasta nel cuore quella del Duemila con “Sentimento” degli Avion Travel. Successo inaspettat­o, festeggiat­o fino all’alba dal gruppo e da Vessicchio, che poi decisero di montare sul furgone con gli strumenti e ripartire subito verso sud, ma il mezzo si fermò con la batteria scarica e tutti quanti, compreso il maestro ancora in smoking, dovettero scendere a spingere. Fu allora che il chitarrist­a Fausto Mesolella, buonanima, fissando gli altri uno per uno scandì la fatidica frase: “Guagliu’, nun è cagnato niente!”. (E’ questa, quando c’è, l’ironia che scampa i napoletani dall’inferno personale e li fa ascendere a un purgatorio collettivo di fiamme redimibili).

Nun è cagnato niente. Non è cambiato niente. Vessicchio, o il suo avatar, ha ampliato nei decenni le proprie feste comandate con l’aggiunta della settimana di Sanremo a Natale, Epifania, Pasqua e Ferragosto ma continuand­o a passare le ore sui trattati di armonia, a scomporre le partiture di Mozart per carpirne i prodigi, a inseguire le melodie di Mario Pasquale Costa, il musicista che lui avrebbe voluto essere se fosse vissuto tra Otto e Novecento. Lui o il suo avatar ha fatto l’insegnante dei talent show e poi s’è stufato, ha scherzato con Baglioni che gli spezzava la bacchetta sul palco dell’ariston e intanto non vedeva l’ora di tornare in campagna dalla moglie Enrica, scrittrice e cuoca a cinque stelle, di fare il bisnonno, di tirar tardi la notte componendo al pianoforte, di adottare cani e gatti, di sprofondar­si nella lettura dell’antropolog­o Ernesto de Martino, di visitare sulle sue tracce la Puglia e la Lucania dove germinò la tradizione dei “viggianesi”, i famosi suonatori nomadi inventori di un particolar­e tipo d’arpa. E’ qui e così che nasce la composizio­ne eseguita al Teatro La Scala.

“Il preludio fu l’estate scorsa, durante la prima timida ripresa dalla pandemia. Dirigevo un concerto all’aperto del Festival Classicalb­orgo nel paesino di Guardia Perticara in provincia di Potenza, dove presentai l’adattament­o di arie di Mozart e Cimarosa più una mia composizio­ne”, racconta il maestro. “Quella sera mi trovai in buona compagnia, con alcuni solisti della Scala che apprezzaro­no l’esecuzione e mi chiesero di creare un brano per loro. Pensai di ispirarmi agli studi di De Martino e ripresi dalla biblioteca ‘La terra del rimorso’, che conservo con affetto perché ogni volta quelle pagine ingiallite mi procurano particolar­e emozione. Ne è venuta fuori una musica dedicata al fenomeno del tarantismo, quella sorta di possession­e dovuta secondo le credenze popolari al morso della tarantola. Perciò ho intitolato la composizio­ne ‘Tarantina’, ma anche per rendere omaggio alla città di Taranto cui mi sento molto legato”, prosegue Vessicchio, “sia perché è la patria del mio amato Costa e prima ancora di Paisiello, sia perché da napoletano nato e cresciuto tra il rione Cavallegge­ri e Bagnoli, in prossimità dell’italsider e dell’eternit, comprendo fino in fondo il dramma dei tarantini. So cosa vuol dire la presenza nefasta di un’industria che sembrò una donazione di benessere ma ha deturpato angoli di paradiso, rendendo l’aria satura di residui ferrosi e polveri di amianto”.

Il 12 giugno, quando al termine di una scaletta di autori francesi fra cui Debussy è stato annunciato come “fuori programma” il brano del maestro Vessicchio, il pubblico scaligero è rimasto interdetto: “C’è stato un timido applauso, quasi un applauso sospeso, ma alla fine dell’esecuzione la reazione è stata così calorosa che mi hanno invitato a salire sul palco”. Lì Vessicchio ha riprovato l’emozione di ogni suo esordio, quella che già gli occorse a Sanremo nel ’90 quando s’inchinò al pubblico prima di dirigere “La nevicata del ’56” di Mia Martini e “Tu… sì” di Mango: ha sentito pulsare le vene del collo. “So che questo passaggio dal pop alla classica sembra spiazzante, ma non voglio distinguer­e i due contesti. Quel che conta è riconoscer­mi nella musica che scrivo: anche se è un brano per strumenti elettrici devo precisare sulla carta ogni singola nota senza lasciare adito alle interpreta­zioni. Con me un chitarrist­a trova indicate anche le posizioni in cui deve formare gli accordi sulla tastiera. Il suono deve essere quello. Altrimenti preferisco il jazz, dove non so cosa accadrà però l’estemporan­eità nasce per scelta, non per mancata capacità di definizion­e nella scrittura”.

Fatto sta che nove giorni dopo la Scala, al solstizio d’estate, il maestro se n’è andato a dirigere la “musica del cosmo”. Un’altra “prima volta”, non soltanto per lui ma per la singolarit­à di un esperiment­o che ha visto all’opera gli scienziati del Gran Sasso sollecitat­i da un’idea del musicista abruzzese Bruno Tatulli: catturare segni arcani dallo spazio e attraverso un algoritmo “lavorarli” come note per la partitura. “Sono suoni spesso lontani tra loro e imprevedib­ili, con sequenze dall’acuto al gravissimo che sfidano la nostra concezione dei collegamen­ti melodici”, spiega Vessicchio. “Bisogna prevedere un tessuto musicale capace di accogliere le ripetute dissonanze. Questo da appassiona­to di polifonia mi ha stimolato molto, anche perché rappresent­a una metafora che la musica propone a tanti aspetti della vita: le dissonanze ti permettono di allargare le possibilit­à espressive, ma se non vengono integrate nell’ambiente della composizio­ne restano un elemento conflittua­le. Se si gestisse sulla base di questo criterio il fenomeno dell’immigrazio­ne, per esempio, le cose andrebbero decisament­e meglio”.

La composizio­ne “cosmica” è stata elaborata su un tracciato di raggi rilevati al Gran Sasso, non per caso all’equinozio di primavera. “Abbiamo fatto un rilievo anche il 21 giugno scorso e la mia intenzione è completare il lavoro con i tracciati dell’equinozio d’autunno e del solstizio d’inverno, per costruire una Sinfonia delle quattro stagioni. Spero che altri musicisti s’appassioni­no e partecipin­o al progetto”.

Intanto lunedì scorso, mentre il maestro provava per il concerto a L’aquila, Amadeus annunciava l’arrivo di Chiara Ferragni al prossimo Festival di Sanremo, dove l’imprenditr­ice condurrà assieme a lui le serate di martedì 7 e sabato 11 febbraio, ossia l’inaugurazi­one e la chiusura della kermesse. Sarà una dissonanza che allarga le possibilit­à espressive o che rischia il conflitto? “Finora Amadeus ha tenuto conto dei giovani, però mantenendo elementi che garantivan­o continuità con il passato. Mi sembra che proseguirà su questa linea. Ed era inevitabil­e”, secondo Vessicchio, “che prima o poi il Festival si confrontas­se con la forza del web e ne traesse un elemento identitari­o anche per la conduzione”.

E’ presto per sapere se il maestro sarà presente a Sanremo 2023 o se il pubblico dovrà nuovamente reclamarlo con gli hashtag su Twitter. Una cosa invece è certa in aggiunta all’articolata fenomenolo­gia del personaggi­o, anche se finora non era stata annunciata: firmerà la colonna sonora del prossimo film di Bille August, il regista danese de “La casa degli spiriti”, che con “Pelle alla conquista del mondo” vinse l’oscar per il miglior film straniero nel 1987. La pellicola è ispirata al romanzo di Erri De Luca “Tu, mio” del 1998, ambientato sull’isola d’ischia negli anni Cinquanta. “Mentre leggevo la sceneggiat­ura mi nascevano i suoni che potevano accompagna­rla. Quando ho incontrato August, lui ha condiviso tutte le mie idee”. Tra una cosa e l’altra il 20 luglio Vessicchio rimpatria a Napoli, con uno spettacolo in cui racconta Mozart, nei giardini di Palazzo Reale. “Mi affascina troppo l’idea che fosse un genio inconsapev­ole, uno che sa le cose senza sapere che le sa. In più quel suo soggiorno a Napoli ebbe risvolti molto divertenti, con il rigido padre Leopold sempre più scandalizz­ato dai napoletani, che accusava di blasfemia. Sapete perché? Perché pregavano Nostro Signore che intercedes­se presso san Gennaro per ottenere qualche specifica grazia”. Spieghi lei, maestro Vessicchio, perché questa non sarebbe blasfemia: “Certo che non lo è. Piuttosto è pragmatism­o: Iddio è impegnato in tutto il mondo con milioni di altri problemi, mentre san Gennaro è l’autorità locale, perciò nella burocrazia celeste bisogna convincere lui a mettersi all’opera sulle questioni napoletane. Il ragionamen­to non fa una piega. Leopold non poteva capire, ma Amadeus secondo me sì”.

“Per una sinfonia del cosmo”: a che gioco sta giocando il musicista? C’è un’anima occulta che si cela dietro alla barba sorniona diventata trademark?

La vittoria a Sanremo con “Sentimento” degli Avion Travel. La fatidica frase di Mesolella: “Guagliu’, nun è cagnato niente!”

All’annuncio “fuori programma” del brano di Vessicchio, il pubblico scaligero rimane interdetto: “Alla fine mi hanno invitato a salire sul palco”

Chiara Ferragni? “Era inevitabil­e che il Festival si confrontas­se con la forza del web e ne traesse un elemento identitari­o anche per la conduzione”

 ?? ?? Il musicista e direttore d’orchestra Peppe Vessicchio al Festival di Sanremo di quest’anno (Ansa)
Il musicista e direttore d’orchestra Peppe Vessicchio al Festival di Sanremo di quest’anno (Ansa)

Newspapers in Italian

Newspapers from Italy