Il Foglio Quotidiano

NUOVO CINEMA MANCUSO

scelti da Mariarosa Mancuso

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ELVIS di Baz Luhrmann, con Austin Butler, Tom Hanks, Alton Mason, Nicholas Bell, Olivia De Jonge

Rock’n’roll, sex, drugs. E’ l’avvertimen­to in calce alla recensione del New York Times: oltre a ricordare se un film è vietato, dettaglia i motivi del divieto. Per “Elvis” è il minimo sindacale, passaggi obbligati per chiunque tenti un biopic. Baz Luhrmann non è il tipo di regista che gode con Elvis Presley disfatto negli ultimi anni (morì nel 1977). Non ha il sadismo da letto di morte. Preferisce ricostruir­e il miscuglio musicale e la sfrenata energia – proprio le caratteris­tiche dei film girati finora da Baz Luhrmann – che “the Pelvis” metteva nei suoi spettacoli, frutto di qualche scorreria nei quartieri neri di Memphis, oltre che nelle chiese, e in qualsiasi altro luogo si suonasse musica popolare. Il giovane Elvis va in scena con un completo rosa, gli occhi truccatiss­imi, i capelli cotonati alti sulla testa. Gli gridano “finocchio” (così l’originale, non sappiamo cosa sia diventato nel doppiaggio). Elvis si scatena e le ragazza strillano, applaudono, lo aspettano fiori dal tendone. Invecchia – ma è già con il doppio mento all’inizio del film. Tom Hanks nella parte del colonnello Tom Parker: impresario da fiere ambulanti che all’accusa di averlo ucciso risponde: “L’ho creato, Elvis non sarebbe esistito senza di me”. Per sapere i dettagli c’è Wikipedia, il film va veloce sulle denunce per oscenità, la mancata carriera nel cinema, e sorvola sulla richiesta fatta a Nixon di arruolarsi come agente federale antidroga, sotto copertura.

I GIOVANI AMANTI di Carine Tardieu, con Fanny Ardant, Melvil Poupaud, Sharif Andoura

Fa l’effetto di una vecchia conoscenza, non sappiamo bene come collocarla. Internet benedettis­simo aiuta: l’anno scorso alla Festa di Roma, e già allora non fu un’esperienza memorabile. La stagione, gli effetti prolungati della pandemia, il cinema che va in vacanza ai primi caldi lo fanno uscire nelle sale assieme a “Amanti” di Nicole Garcia. I titoli si confondono, le storie sono diverse. Là c’era una coppia divisa dallo spaccio di droga, e da un marito ricco. Qui un uomo e una donna – sentite già arrivare le colonne sonore di Francis Lai per i film di Claude Lelouche, tutto uno “cha-ba-da-ba-da”? – si rivedono dopo 15 anni. In un ospedale, Pierre fa il medico, Shana conforta un’amica. E son subito sguardi, sospiri, abbracci rubati e tutto il repertorio, perché lei ha i 70 anni di Fanny Ardant e lui i quasi 50 di Melvil Poupaud (sembra che la mamma lo abbia battezzato così in onore di Herman Melville). Pierre ha una famiglia (in crisi). Shana una figlia non ancora sistemata. Le infermiere chiacchier­ano. Gli amici sono perplessi. Gli amanti si rincorrono nel vento. Intuiscono che qualcosa verrà a separarli, bisogna godere ogni momento di felicità. A noi è sembrato un film tirato fuori dalla naftalina e buono solo per il dibattito sulla terza età. Fanny Ardant ancora gode dell’aura conquistat­a con ii film di François Truffaut. Ora che sapete tutto, potete scegliere a ragion veduta. (Una prece per il cinema che se la sta passando proprio male).

LA RAGAZZA HA VOLATO di Wilma Labate, con Alma Noce, Luka Zunic, Rossana Mortara, Livia Rossi

Ititolo si chiarisce solo alla fine. Anche a quel punto, non è proprio un’ illuminazi­one. Né una rivelazion­e, o un capovolgim­ento, che lo spettatore non vede l’ora di raccontare agli amici. Siamo a Trieste, naturalmen­te fuori dal centro perché il copione assieme alla regista lo hanno scritto i fratelli Fabio e Damiano D’innocenzo, periferolo­gi. Lo spostament­o al nord, probabilme­nte per via della Film Commission, fa sì che i quartieri siano depressi ma non degradati. Nella vita, se ci guardiamo in giro, ci sono ragazze chiassose che vogliono fare l’influencer, o ragazze che studiano e viaggiano e vanno in discoteca. Al cinema non succede mai: le ragazze sono introverse, taciturne fino al mutismo, malinconic­he, camminano sole, stanno nella cameretta senza disordine né segni di contempora­neità, non hanno amiche, non stanno neanche sui social più antichi. Solo il cellulare svela che il film è ambientato oggi. Per strada, la ragazza incontra un ragazzo che la invita in una stanza vuota, le dice che ha i jeans così stretti che si indovina tutto, poi le chiede di toglierli. Segue stupro, lento perché in fondo siamo tutti voyeur (la regista direbbe che era necessario per mostrare la violenza). Siamo al minuto 22. Il ragazzo la minaccia. Nadia si chiude ancora più nel suo mutismo, i genitori non chiedono nulla. Se avete pazienza arriva il deus ex machina. Gli spettatori stanno alla larga perché non amano il cinema serio? Non saranno la regista e la vicenda a respingerl­i?

CASABLANCA BEATS di Nabil Ayouch, con Ismail Adouab, Anas Basbousi, Meryem Nekkach, Nouhaila Arif

Anche qui ritroviamo una vecchia conoscenza, era al Festival di Cannes nel 2021. Il ricordo però rimane vivido, l’hip hop di Casablanca ancora nelle orecchie. Girato in 15 mesi con attori non profession­isti che nel frattempo hanno imparato a recitare, far musica e ballare, “Casablanca Beats” racconta la scuola avviata dall’ex rapper Anas Basbousi – nel centro culturale co-fondato dal regista franco-marocchino. Siamo a Sidi Moumen, Casablanca: un quartiere sospettato di vicinanza al terrorismo. Con tono e voce straziati dal doppiaggio – è un rapper, e qui parla l’italiano da fine dicitore – l’insegnante spiega che il rap nasce dal razzismo, dalla povertà, dall’umiliazion­e. Il Corano non lo prevede, ma bisogna ribellarsi. In prima fila le ragazze, che vogliono cantare e ballare come i coetanei (e non essere guardate male per questo, anche dai coetanei). Le mamme vestite di nero con il velo in testa non capiscono, le figlie – quasi tutte, perlomeno – troveranno il modo di vincere gli ostacoli. Di scrivere testi che dicono “non voglio morire su una barca diretta in Italia”. Di mettere insieme un musical. Di provarlo e riprovarlo, ogni cosa richiede fatica. Di molto litigare nel frattempo, anche all’interno del centro sociale, tra chi pensa che il rap non sia arte, forse neanche musica, e chi pensa che il rapper-insegnante si stia approprian­do di storie o esperienze non sue. La regia scattante e piena di energia e l’ambientazi­one compensano lo scarsissim­o budget.

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In “Elvis” di Baz Luhrmann, Austin Butler è il divo e Tom Hanks il colonnello Tom Parker

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