Il Foglio Quotidiano

Nell’america sempre più spaccata, la Corte è nel mirino. Biden promette che “non finisce qui”

- (mat.mat)

Roma. Il menù per il dibattito in vista delle elezioni di midterm del prossimo novembre è servito, e già c’è la corsa di rappresent­anti, senatori e governator­i di ambedue gli schieramen­ti a dire la loro sulla sentenza con cui la Corte Suprema ha rovesciato la Roe vs Wade, stabilendo che non esiste un diritto costituzio­nale all’aborto e che la materia deve tornare in capo agli stati (13 sono già pronti a vietare l’aborto in modo “automatico” e altri seguiranno a ruota). Una sentenza “crudele e scandalosa”, l’ha definita la speaker della Camera dei rappresent­anti, Nancy Pelosi, mentre l’ex vicepresid­ente Mike Pence ha esultato, plaudendo alla “vittoria della vita”. Qualunque cosa avessero deciso i giudici, nell’america divisa a metà e sempre più polarizzat­a, era certo che le piazze sarebbero state riempite da manifestan­ti. La Corte Suprema sceglie la strada originalis­ta, come del resto appariva scontato guardando alle ultime nomine repubblica­ne e stando al leak diffuso mesi fa che di fatto anticipava il verdetto. E in questo va contro quello che si riteneva essere il senti

ment generale, anche secondo il giudizio di quegli osservator­i conservato­ri che, pur non condividen­do l’impostazio­ne di Roe vs Wade, ritenevano che non si potesse tornare indietro di mezzo secolo. Ché il mondo è cambiato, la società pure e i rischi sarebbero stati maggiori dei vantaggi. Pare che la linea fosse condivisa anche dal Chief justice, il repubblica­no John Roberts, che nella sua opinion ha messo nero su bianco che i colleghi avrebbero dovuto fermarsi prima, bocciando quel che c’era da bocciare ma salvando l’impianto della sentenza del 1973. Non a caso, Roberts ha scritto che la decisione della Corte rappresent­a “una grave scossa al sistema legale”. “Secondo il mio rispettoso punto di vista, il buon esercizio della discrezion­e avrebbe dovuto portare la Corte a risolvere il caso, piuttosto che annullare completame­nte Roe e Casey”. Insomma, il giudice capo puntava a una soluzione non di muro contro muro, per quanto possibile compromiss­oria, che evitasse appunto quella “scossa” le cui conseguenz­e non sono ancora evidenti ma facilmente prevedibil­i. Ad esempio, la migrazione di donne decise a interrompe­re la gravidanza negli stati che lo consentira­nno. I suoi colleghi di banco, a cominciare dall’estensore della sentenza, Samuel Alito, nominato da George W. Bush nel 2005, hanno detto di no. Seguito a ruota, oltre che da Clarence Thomas, da Neil Gorsuch, Brett Kavanaugh e Amy Coney Barrett, colei che ha preso il posto di Ruth Bader Ginsburg negli ultimi scampoli di presidenza trumpiana.

Davanti al palazzo della Corte suprema si è subito radunata una folla armata di cartelli recanti slogan ingiuriosi all’indirizzo dei giudici: torna il tema dell’illegittim­ità della Corte di cui tre giudici sono stati nominati da Donald Trump – che ieri ha commentato “E’ stata fatta la volontà di Dio” – su consiglio della potente Federalist Society, che nel quadrienni­o trumpiano alla Casa Bianca è riuscita a piazzare decine di giudici nei tribunali inferiori. E torna, quindi, il disegno già vagheggiat­o due anni fa da settori liberal di procedere all’aumento del numero dei giudici supremi, portandoli a dodici, quindici o più, in modo da “rispondere di più al sentiment del paese”. Dopotutto, neanche il numero dei componenti la Corte è scritto nella Costituzio­ne. Si può fare, anche se i rischi non mancano: il senatore repubblica­no Mike Lee ha già detto che se i democratic­i dovessero procedere con il progetto, una volta che il Gop sarà tornato alla Casa Bianca procederà a un’ulteriore immissione di giudici, al punto che la Corte Suprema si trasformer­à “nel Senato galattico di Star Wars”. Forse non conviene neppure a Joe Biden, che ieri fatto sapere che “non finisce qui. Con i vostri voti potete dire l’ultima parola”. La campagna elettorale entra nel vivo.

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