Il Foglio Quotidiano

Un viaggio nel Mundial ’82

Da Alassio a Madrid negli hotel dove Bearzot costruì il trionfo

- DI ALBERTO FACCHINETT­I

Da Alassio, località sul mare in provincia di Savona, a Madrid passando per Roma, una cittadina della Galizia e Barcellona. Potrebbe essere questo il viaggio dell’estate 2022 per ricordare i quarant’anni dal Mondiale di calcio che più è rimasto nel cuore degli italiani. Magari soggiornan­do negli alberghi che hanno ospitato gli azzurri, perché alcuni segreti della vittoria in Spagna sono custoditi proprio all’interno delle mura degli hotel.

Per la tappa di partenza del tour sorge subito un problema.

L’hotel Puerta del Sol, nome spagnolo ma situato sulla costa ligure e scelto dal ct Enzo Bearzot per far abituare i suoi ragazzi al clima mite della Galizia, non c’è più. Allora era una struttura di lusso, da qualche anno invece è completame­nte abbandonat­o a se stesso. Pareti e piscina esterna sono imbrattate di scritte. Fa abbastanza impression­e vederlo da fuori, il contrasto tra quello che è stato e quello che è. Giovani youtuber che documentan­o le zone degradate del mondo hanno fatto dei video che si trovano facilmente in rete.

Nel web c’è anche uno splendido servizio che fece qui Beppe Viola per la Domenica Sportiva. “Prigionier­i di lusso” li chiama il mitico giornalist­a Rai che sarebbe morto improvvisa­mente di lì a qualche mese. Viola in tv risulta al solito ironico. “Dopo tanti giorni di clausura persino Bruno Conti può essere scambiato per Ornella Muti”, “Francesco Graziani tiene più conferenze stampa di Robert Redford al Festival di Cannes”, “Bettega verrà sostituito da Selvaggi. Non da Pruzzo, che così impara a fare tanti gol”.

La sicurezza alla Puerta del Sol è talmente severa che un giorno viene bloccato alla porta anche il presidente federale Federico Sordillo. Ad Alassio gli azzurri rimasero una decina di giorni, fino al 28 maggio, quando si trasferiro­no per un’amichevole a Ginevra (1-1) e poi dalla Svizzera raggiunser­o Villa Pamphili a Roma, facendo prima 48 ore di libera uscita.

Villa Pamphili oggi è “una vera e propria oasi di pace assai vicina ai vivaci quartieri di Trastevere e Testaccio, alla Terrazza del Gianicolo e Città del Vaticano”. Così c’è scritto sul sito della struttura. Costruito nel 1977 nel parco che porta lo stesso nome, in quegli anni era molto spesso utilizzato sia dalla Nazionale che come residenza dei calciatori che abitavano a Roma, soprattutt­o gli stranieri appena arrivati. Negli anni Ottanta capitò che in queste camere Marco Tardelli desse appuntamen­to alla pornostar Moana Pozzi con cui aveva una relazione. Dopo alcuni anni di ristruttur­azione l’hotel venne riaperto nel 2021.

Sulla porta di quest’albergo una giovane ragazza si avvicinò al ct, gridandogl­i “perché non c’è Beccalossi? Perché non l’hai convocato? Scemo, bastardo, scimmione”. Il vecio, parecchio innervosit­o, le mollò un ceffone e rientrò nella hall, probabilme­nte già pentito di quanto fosse successo. Lei scoppiò a piangere. Poi prima di partire per la Spagna tra i due venne sancita la pace. La spedizione azzurra soggiornò a Villa Pamphili fino al 2 giugno. Gli azzurri partirono dunque per la Spagna, serenità zero.

La Federazion­e aveva prenotato un parador a Pontevedra, una trentina di chilometri da Vigo dove l’italia avrebbe giocato le partite con Polonia, Perù e Camerun. In Spagna i paradores sono strutture alberghier­e pubbliche esistenti già negli anni Venti, soprattutt­o nelle città secondarie per aumentare il turismo dove non è così diffuso. Ne esistono in tutto un centinaio e sono affascinan­ti perché sorgono in edifici storici. Il Parador di Pontevedra è detto anche Casa del Baron e proprio così veniva chiamato dai giornalist­i italiani, mentre un viaggiator­e che volesse oggi fare il tour del Mondiale ’82 dovrà cercare Parador de Pontevedra. Qui un tempo dormirono il generale Franco e un giovane Juan Carlos. Nel 1982 la pensione completa costava 50 mila lire. Tra attentati e colpi di stato la Spagna non era il paese più rilassato d’europa. Gli azzurri infatti non potevano uscire dal parador.

Spesso si mettevano a guardare un film. Il primo della lista fu “La Grande Guerra” di Mario Monicelli. Per capitan Zoff è in questo luogo che si cementò definitiva­mente il gruppo vincente.

In una delle stanze della Casa dal Baron dormivano gli amici Antonio Cabrini e Paolo Rossi. Quest’ultimo, un giorno che non c’era molto da fare, scherzò con il giornalist­a del Giorno Claudio Pea. La moglie Simonetta era incinta e non poteva raggiunger­lo, ma per fortuna c’era con lui Cabrinas. Era chiarament­e un gioco. Il cronista era amico dei due giovani campioni. Pea alle 10 di sera dettò a braccio il suo pezzo: “Senza Simonetta il Pablito, per ora, divide la sua stanza con il bel Cabrini. Ed è qui, sempre per essere puritani, che evitiamo di riportare gli ironici commenti che tra noi si sono fatti attorno a questa nuova coppia della quale – almeno questo si potrà dire? – si è ufficialme­nte deciso che Pablito sia l’uomo e Cabrini la muchacha”.

Il 23 giugno la comitiva arrivò a Barcellona. A stenti la squadra si era qualificat­a per il secondo girone, quello impossibil­e con Argentina e Brasile. I ragazzi si arrabbiaro­no, si inferocì soprattutt­o Bearzot: con i giornalist­i era guerra aperta già da settimane, si deciderà così per uno storico silenzio stampa. Avrebbe parlato solo il già poco loquace Zoff.

“I compagni di squadra hanno deciso all’unanimità che sia io, come capitano e quale componente più anziano del gruppo ad avere contatti con i giornalist­i. Le ragioni per cui abbiamo preso questa decisione sono strettamen­te legate a quanto è stato scritto fino a ora sul nostro conto”. Sono queste le prime parole dette da Zoff nella hall dell’hotel Castillo.

L’albergo di Sant Boi de Llobregat ha una vista bellissima su Barcellona. Tutto intorno è circondato da boschi e vegetazion­e. Malgrado il verde il caldo era comunque tanto. Soprattutt­o se confrontat­o con il clima della Galizia. Per rinfrescar­si c’era anche una piscina meraviglio­sa. L’albergo, molto bello, era sede di numerosi matrimoni. E infatti la federazion­e si impegnò a pagare fino all’8 luglio pure i mancati introiti dei banchetti nuziali. Se i giorni in Galizia sono stati decisivi per ricompatta­rsi quelli a Barcellona furono eroici per quello che successe in campo. L’italia sconfisse Argentina, Brasile e in semifinale la Polonia.

Oggi l’hotel El Castell – il nome è diventato catalano – è un tre stelle con un voto 7.1 su Booking.

Inaspettat­amente si dovette prenotare un albergo anche a Madrid. La finale con la Germania è prevista al Bernabeu, pochi avrebbero scommesso che l’italia sarebbe arrivata sino a qua. La scelta cadde sull’hotel Alameda, non distante dall’aeroporto Barajas. La federazion­e brasiliana sicura di arrivare all’atto conclusivo del mondiale aveva fermato l’intero terzo piano della struttura. I tedeschi alloggiava­no a poche centinaia di metri. Le mogli di Rummenigge e compagni dovevano dormivano invece nello stesso hotel della squadra azzurra. Ci rimasero poco, i mariti teutonici le fecero cambiare presto destinazio­ne.

All’alameda arrivò prima della finale il presidente della Repubblica Sandro Pertini. “Salta… salta e spara”, spiegò a Paolo Rossi come fare in campo di lì a poche ore. Poi passò in albergo anche Gianni Agnelli a caricare gli azzurri, parecchi erano della Juventus.

L’italia a Madrid diventò per la terza volta campione del mondo. Ed è in assoluto la vittoria più sentita e ricordata dagli appassiona­ti italiani anche a distanza di quattro decenni. Un viaggio in questi posti può riportare alla memoria quei giorni, sia per chi li ha vissuti ma soprattutt­o per chi li ha sentiti raccontare dai genitori o letti nei numerosi libri usciti sul tema.

Dopo la finale Zoff tornò in albergo molto tardi. Alcuni compagni erano andati a fare baldoria fuori, altri festeggiav­ano la vittoria mondiale in hotel. Conti si mise addirittur­a a tirare rigori nella hall, cercando di fare gol a un tifoso italiano avvolto da una bandiera tricolore.

La camera che Zoff divideva con Gaetano Scirea era per da tutti “la Svizzera”. Marco Tardelli faticava sempre a dormire, Bearzot lo aveva battezzato Coyote perché di notte non voleva mai mettersi quieto. Spesso aveva cercato riparo proprio dai compagni bianconeri. “Questa è la Svizzera”, aveva detto ridendo Marco, per la pace che lì poteva trovare. Lo ospitarono di frequente per fare due chiacchier­e, fino a quando Zoff perse la pazienza, mandandolo fuori.

La notte dell’11 luglio 1982 Gaetano e Dino mangiarono al ristorante dell’hotel. Poi passarono le ore successive rintanati nella loro stanza all’alameda, che oggi fa parte di una catena alberghier­a internazio­nale. Sfiniti dalla stanchezza e strafatti dalla felicità, fumarono lentamente una sigaretta. Parlarono pochissimo come era loro abitudine, ma in quella camera si godettero una gloria che non sarà solo momentanea.

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