Il Foglio Quotidiano

Alcaraz, il diverso

- di Alessandro Bonan

Ègiusto chiedersi, guardando una partita di tennis, quanto pesi l’istinto e quanto il ragionamen­to dentro l’azione di un giocatore. Per non parlare del talento, la variabile imprescind­ibile di qualsiasi genio. Ma non tutti lo sono. Lo è certamente Federer, con la divina predisposi­zione al gesto che consuma efficaceme­nte tutta la bellezza di un colpo, lo era Mc Enroe con la sua mano/racchetta, capace di indirizzar­e la pallina laddove non era possibile immaginare.

Guardando il tennis oggi, pieno di forza e inaridito di talento, viene in mente l’episodio raccontato da Andre Agassi nella sua biografia di successo. Il famoso robot spara palline inventato dal padre per rendere il figlio simile alla macchina, in un gioco di specchi tanto perverso, quanto, antropolog­icamente parlando, affascinan­te. Se obblighi un bambino a portarsi sopra un tetto tutti i giorni, il bambino all’inizio avrà paura ma in poco tempo trasformer­à quel posto in casa sua. Il rischio è che impazzisca, prima o poi, e decida di buttarsi giù. A leggere la storia di Andre Agassi, la follia ha rasentato il sopravvent­o fermandosi a un centimetro dal precipizio. Il piccolo Andre è riuscito miracolosa­mente a crescere picchiando i mostri sulla palla, allontanan­doli quel tanto necessario da poterli affrontare e sconfigger­e in età adulta.

I tennisti odierni non sono stati obbligati da nessuno a sparare le palline come la macchina, non hanno avuto per fortuna un padre come mister Agassi, eppure giocano tutti o quasi a battere più forte, senza chiedersi se questo sia giusto o meno. All’orizzonte sta nascendo un fenomeno di nome Alcaraz. Per la sua età ha vinto parecchio, dimostrand­o di competere con tutti. Gioca diverso, nella misura in cui varia il modo di toccare la pallina. La picchia forte, in questo identico agli altri, ma l’addomestic­a costanteme­nte al suo volere provocando traiettori­e extra ordinarie, come se fosse il protagonis­ta di un manga. La sua superiorit­à è fisica, in quanto arriva dappertutt­o rimanendo centrale con il corpo, ma la sua forza è mentale.

Lo spagnolo è capace di capire in un lampo dove si trovi la soluzione migliore per ottenere il punto. Alcaraz non elabora un pensiero, non ne avrebbe il tempo, lo mette in pratica. Ed è sempre o quasi il pensiero migliore. È difficile al momento spiegare come sia nato un fenomeno del genere. Nessuna biografia lo racconta, è ancora troppo presto. Un giorno ci diranno che qualcuno lo ha portato sopra un tetto, mostrandog­li lo scenario visto dall’alto. Un cambio di prospettiv­a necessario (ma anche molto rischioso) per trovare un modo alternativ­o di guardare la vita e quindi giocare a tennis senza per forza picchiare come un matto. Sui prati verdi di Wimbledon, vedremo se ha già imparato anche a volare.

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