Il Sole 24 Ore

Pensione anticipata con assegni ridotti

L’annuncio del premier: in legge di stabilità interventi per una maggiore flessibili­tà in uscita

- Davide Colombo

pIl fuori programma dei rimborsi imposti dalla sentenza della Consulta, con la conseguent­e impennata della spesa pensionist­ica di 2 miliardi in corso d’anno, non chiude gli spazi per un intervento di correzione più sistematic­o sulle regole previdenzi­ali. Lo ha detto ieri il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, che ha rilanciato l’idea di scambio tra maggiore flessibili­tà con una piccola riduzione dell’assegno Inps: «Le normative del passato sono intervenut­e in modo troppo rigido» sull’età pensionabi­le ed «entro la legge di stabilità – ha affermato – andremo a dare un pochino di spazio a chi vorrà avere maggiore libertà e disponibil­ità», ad esempio «la nonna che si vuole godere il nipotino».

Gli schemi d’intervento in campo sono numerosi e tutti, purtrop- po, prevedono oneri aggiuntivi da coprire. Dalle parole del premier si può dedurre che un’idea potrebbe essere quella della famosa “uscita flessibile con penalizzaz­ioni”, vale a dire la possibilit­à di consentire il ritiro a partire da 62 anni e tre mesi di età in presenza di un’anzianità minima di 35 anni. In questo caso si potrebbe immaginare che alla pensione venga applicata una riduzione sulla quota calcolata con il sistema retributiv­o pari al 2% per ogni anno mancante all’età di vecchiaia, un inter- vento che secondo le ultime simulazion­i può far salire la spesa fino a 8,3 miliardi nel 2024.

L’altro cavallo di battaglia è la famosa “quota cento”, o meglio cento e tre mesi o 101 e tre mesi per gli autonomi, dove cento rappresent­a la somma di età anagrafica e anzianità contributi­va, con la previsione di una maturazion­e di almeno 35 anni di anzianità contributi­va e di almeno 60 anni e tre mesi di età anagrafica (61 e tre mesi per i lavoratori autonomi). Secondo le stime arriverebb­e a costare fino a 11,4 miliardi nel 2030. Molto più abbordabil­e, nel ventaglio delle opzioni di flessibili­tà tra cui scegliere, c’è poi il cosiddetto “contributi­vo esteso a tutti”: estendere a tutti i lavoratori la facoltà di opzione per la liquidazio­ne del trattament­o pensionist­ico con il sistema di calcolo interament­e contributi­vo che è oggi prevista in via sperimenta­le fino alla fine dell’anno per le sole donne. Anche questa uscita flessibile sarebbe a 62 anni e tre mesi di età con 35 anni di contributi. E costa meno: fino a 4,5 miliardi circa nel 2021.

L’intervento più mirato e capace di fare da ponte con il nuovo sistema degli ammortizza­tori sociali è poi il famoso “prestito pensionist­ico” che aveva studiato a suo tempo il ministro Enrico Giovannini: una misura in grado di colmare, a regime, il vuoto temporale che può determinar­si tra la fine degli interventi di sostegno al reddito e il raggiungim­ento dei requisiti per l’accesso al pensioname­nto. Come funzionere­bbe? Sempre per chi ha 62 anni e tre mesi compiuti e 35 anni di contributi si potrebbe prevedere la possibilit­à di percepire un assegno temporaneo (700 euro al mese, per esempio) fino alla maturazion­e del diritto alla pensione di vecchiaia, con successiva restituzio- 7È uno strumento che consente, lasciando invariato il sistema previdenzi­ale ridisegnat­o dalla legge Fornero del 2011, di colmare l’intervallo di tempo tra la fine degli interventi di sostegno al reddito e il raggiungim­ento dei requisiti per il pensioname­nto. Il lavoratore privato percepireb­be un assegno fino al perfeziona­mento del diritto al trattament­o di vecchiaia. Con la successiva restituzio­ne da parte del pensionato del “prestito” complessiv­amente percepito ne da parte del pensionato della somma complessiv­amente percepita con mini-prelievi sulla pensione finale. Qui il costo scende molto. Sono stati stimati oneri totali, per il decennio 2015-2024, fino a 785 milioni di euro.

Si vedrà come si muoverà il Governo anche sulla base della proposta sistematic­a che il presidente dell’Inps, Tito Boeri, aveva annunciato entro il mese di giugno come contributo per le scelte finali. Con un occhio, naturalmen­te, ai costi. Perché se è vero che negli ultimi 5 anni la spesa primaria è cresciuta in termini nominali dell’1,2% l’anno, contro il 4,3% medio del decennio 2000-2009 e nei tendenzial­i del Def si prevede di mantenere lo stesso profilo di crescita fino al 2019, la spesa previdenzi­ale a legislazio­ne invariata continuere­bbe purtroppo a crescere del 2,7% l’anno.

RENZI «Le normative del passato sono intervenut­e in modo troppo rigido. Andremo a dare un pochino di spazio a chi vorrà avere maggiore libertà»

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