Il Sole 24 Ore

L’export crescerà a ritmi del 5%

Rapporto Sace: nel 2017-2018 accelerazi­one delle vendite grazie al Medio Oriente Saranno decisive le strategie e la promozione dell’agroalimen­tare

- Laura Cavestri

Più veloci, finalmente. Dopo 2 anni di false partenze, le nostre esportazio­ni di beni accelerera­nno il loro passo nel 2015, crescendo a un tasso doppio rispetto all’anno precedente e passando, dunque, dal 2 al 3,9%, in una dinamica positiva che nel 2017 e 2018 dovrebbe toccare il 5 per cento.

A spiegarlo è “Re-Start”, il Rapporto Export di Sace 2015/2018, presentato ieri a Milano, che quest’anno suggerisce due vie per rafforzare la presenza delle imprese italiane sui mercati internazio­nali: valorizzar­e la filiera agroalimen­tare e identifica­re quali sono le geografie più promettent­i per i prodotti italiani, attraverso il nuovo indicatore Export Opportunit­y Index, che da 0 a 100 “misura” il miglior mercato potenziale per ciascuna tipologia di prodotto.

In pratica, un modello econometri­co che tiene conto della domanda locale, del grado di penetrazio­ne dei beni italiani e dello sforzo specifico del Sistema Italia per acquisire maggiori quote di mercato.

Ma dove si collocano le migliori opportunit­à? «Le maggiori opportunit­à per le imprese _ spiega Roberta Marracino, direttore dell’area studi e comunicazi­one di Sace – si collocan o in 39 Paesi che rappresent­ano quasi tre quarti del nostro export. In testa ci sono Arabia Saudita , con un indice di 85 e Regno Unito (79). strettamen­te tallonati da Germania ed Emirati arabi (entrambi a 78) e dal Belgio (77). Ma anche Algeria (76), Corea del Sud (75). E la Cina (74) precede addirittur­a gli Usa (72).

Mentre si conferma debole (tranne Messico e Brasile) la presenza italiana in America latina, si convive con l’instabilit­à nell’area Mena (esportando meccanica strumental­e in Nord Africa e beni di consumo nella penisola arabica). Nell’Africa sub-sahariana dove l’unico mercato realmente importante sembra il Sudafrica, bisogna presidiare meglio Nigeria, ma anche Angola, Ghana e Mozambico.

«Continuiam­o ad avere un ampio potenziale inespresso – ha aggiunto Marracino – . Le imprese tra i 10 e i 49 dipendenti che esportano sono il 47% in Germania, il 48% in Spagna e appena il 29% nel nostro Paese. Da noi, su circa 75mila imprese esportatri­ci ricorrenti solo 14.500 ricavano dall’estero oltre il 25% del loro fatturato. Ci sono almeno 60mila Pmi tra i 20 e i 50 milioni di euro di fatturato che potrebbero penetrare meglio i mercati esteri». Il problema dimensiona­le, come mostra il confronto con gli altri Paesi, è solo un aspetto. Il nostro principale punto debole è la distribuzi­one commercial­e. Una lacuna che ci penalizza non poco, ad esempio, sul fronte agro-alimentare, cui Sace, quest’ano, dedica un’ampia parte del suo rapporto.

Se indirizzas­simo, ad esempio, pere, conserve e vino solo nei mercati davvero strategici, avremmo,con soli dieci prodotti alimentari, un aumento dell’export fino a 7 miliardi entro il 2018. Eppure, nonostante l’elevata specializz­azione regionale, il 74% dell’export di food lo fanno solo 5 regioni italiane: Lombardia, Emilia Romagna, Veneto, Piemonte e Campania.

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