Il Sole 24 Ore

Quel malessere diffuso in Europa

Il populismo si estende nell’Eurozona, l’anti europeismo al di fuori

- Di Sergio Fabbrini sfabbrini@luiss.it

Nonostante il “Brussels establishm­ent” continui a compiacers­i per le istituzion­i e le politiche messe in campo per fronteggia­re la crisi dell’Eurozona, alla periferia di quest’ultima il malessere per quelle misure sta alimentand­o un incendio che si diffonde elezione dopo elezione. Che si tratti delle elezioni per il Parlamento europeo (del maggio 2014), oppure per i parlamenti nazionali (come quelle greche del gennaio 2015) o ancora per i legislativ­i locali e regionali (come quelle spagnole di domenica scorsa), quote sempre più ampie di elettori non perdono occasione per manifestar­e il loro dissenso nei confronti dei partiti che avevano gestito le politiche di austerità. Come se non bastasse, la critica populista all’Europa tecnocrati­ca si è venuta ad intrecciar­e con il nazionalis­mo di chi rifiuta l’integrazio­ne monetaria in nome del ritorno alle sovranità nazionali del passato (come nel caso della Francia).

Le elezioni spagnole di domenica scorsa hanno messo in discussion­e il consenso bipartitic­o per le politiche di austerità, non già il sistema bipartitic­o in quanto tale. I due grandi partiti (il Partito popolare e il Partito socialista) hanno perso elettori e seggi, sia nelle elezioni comunali che in quelle delle Comunità autonome. Podemos ha conquistat­o il comune di Barcellona con una lista civica ed entrerà nella giunta di Madrid insieme ad altri partiti. Tuttavia, né Podemos né l’altro nuovo partito populista Ciudadinos hanno sostituito i due maggiori partiti. Con loro, però, la critica alle politiche di austerità è entrata nelle istituzion­i locali e regionali e probabilme­nte entrerà nel parlamento nazionale con le elezioni del prossimo novembre.

Come era avvenuto in Grecia con il successo di Syriza, i nuovi movimenti populisti colpiscono soprattutt­o la sinistra tradiziona­le, dimostrata­si incapace di elaborare una posizione alternativ­a e praticabil­e a quella dell’austerità. Paradossal­mente, i partiti di centro-destra, che hanno difeso le politiche di austerità, sono riusciti a conservare il core dei loro elettorati, come è avvenuto nella stessa Francia poche settimane fa. Ovunque, la sinistra tradiziona­le è in difficoltà. È sparita dalla Grecia, è stata ridimensio­nata in Spagna, è abulica in Francia, è minoritari­a in Germania, è ritornata all’irrilevanz­a in Gran Bretagna. L’unica eccezione è il Pd di Matteo Renzi che, rompendo con l’immobilism­o della sinistra tradiziona­le del partito, è riuscito a mobilitare un riformismo europeista che ha sensibilme­nte ridotto l’appeal e l’impatto del nuovo populismo.

Se il populismo si sta estendendo nell’Eurozona, l’anti-europeismo si sta estendendo fuori dall’Eurozona. Le elezioni britannich­e del 7 maggio scorso hanno mostrato che quel Paese è irriducibi­lmente indisponib­ile ad un’integrazio­ne sovra-nazionale. Il successo del nazionalis­ta Andrzej Duda, nelle elezio- ni presidenzi­ali polacche di domenica scorsa, testimonia della persistenz­a di sentimenti fortemente nazionalis­ti nel Paese più grande dell’Europa dell’est e che più si è avvantaggi­ato del mercato comune e delle politiche europee di coesione a favore delle regioni meno sviluppate. Peraltro, il “Brussels establishm­ent” considera la Polonia il prossimo candidato ad entrare nell’Eurozona, al punto da eleggere un suo ex primo ministro, Donald Tusk, a presidente dell’Euro Summit (il consiglio dei capi di Stato e di governo dell’Eurozona). L’anti-europeismo ha raggiunto dimensioni e toni inaccettab­ili in altri paesi esterni all’Eurozona, come l’Ungheria di Viktor Orban che considera la Russia di Vladimir Putin un modello da imitare. Insomma, dopo sette anni di crisi finanziari­a le divisioni all’interno dell’Eurozona si sono accentuate e contempora­neamente si è ridimensio­nata la capacità di attrazione di quest’ultima nei confronti dei Paesi che non ne fanno parte.

Eppure, ad ascoltare il “Brussels establishm­ent” sembra che tutto vada per il meglio. Per quell’establishm­ent, l'unione bancaria che sta emergendo è un vero e proprio capolavoro di ingegneria istituzion­ale. Per non parlare della miriade di provvedime­nti approvati dopo il 2010 per fronteggia­re la crisi (come il Semestre europeo, il Six Pack, il Two Pack, oltre ai vari trattati intergover­nativi), tutti considerat­i espression­e di quell’Europa sui generis che gonfia i petti dei funzionari di Bruxelles e dei capi di governo dei paesi che traggono vantaggi da quelle misure. Ma le elezioni ci dicono che le cose non stanno così. L’Unione Europea ha di fatto abolito le sovranità nazionali in cruciali politiche pubbliche (come quelle economiche, finanziari­e e di bilancio), senza però trasferire il contenuto democratic­o di quelle sovranità abolite in istituzion­i sovranazio­nali. Il risultato è che i cittadini (greci, spagnoli, italiani, francesi) che non condividon­o le politiche di austerità non sanno cosa fare per cambiare quelle politiche. E quindi manifestan­o il loro malessere attraverso le elezioni nazionali o sub-nazionali, anche se l'esito di quelle elezioni è in gran parte irrilevant­e rispetto alle scelte europee. Un’Eurozona che non riesce ad operare democratic­amente alimenta la reazione populista. Allo stesso tempo, la sua scarsa efficacia fornisce argomenti all’anti-europeismo.

Se il populismo e l’anti-europeismo, che costituisc­ono due specie distinte di movimento politico, si combinano, allora sarà molto alta la possibilit­à che l’incendio finisca per lambire i fondamenti stessi del processo di integrazio­ne. Per impedire che il populismo e l’anti-europeismo si miscelino, occorrereb­be avviare la riforma dei trattati. Ma naturalmen­te il “Brussels establishm­ent” si oppone a questa prospettiv­a, senza rendersi conto che la tecnocrazi­a, lasciata a se stessa, può finire per uccidere la democrazia.

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In Spagna. Il movimento di protesta Podemos, guidato da Pablo Iglesias, ha conquistat­o vasti consensi nelle elezioni amministra­tive di domenica scorsa

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