Il Sole 24 Ore

Le posizioni in campo

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L’ITALIA

Dopo aver detto no, per anni, ad ogni forma di compromess­o sul “Made in”, Confindust­ria – attraverso il suo vicepresid­ente per l’Europa, Lisa Ferrarini ( foto) – sostiene l’etichettat­ura per i cinque settori che nello studio della Commission­e Ue hanno dato parere positivo (calzature, ceramica, tessile/moda, mobili e oreficeria). No secco a tutte le altre proposte di compromess­o, considerat­e un «ribasso inaccettab­ile»

LA COMMISSION­E UE

In base allo studio di impatto costi/benefici realizzato dalla Commission­e Ue su richiesta dei Paesi contrari, l’Esecutivo Ue ( nella foto: Jaen-Claude Junker) ha avanzato una sua proposta di compromess­o: restringer­e il campo di azione del “Made in” solo a calzature e ceramica (dopo aver preso atto che l’ipotesi di obbligare solo le Pmi unbranded dell’abbigliame­nto e non anche le grandi griffe è impraticab­ile). Esclusi arredo e oreficeria, formalment­e perchè escluse dai settori esaminati dallo studio

LA GERMANIA

La Germania ( nella foto: la cancelleri­a Angela Merkel), fin dall’inizio, guida il fronte dei Paesi contrari a ogni ipotesi di etichettat­ura obbligator­ia sulle merci Ue non alimentari, assieme ai Paesi dell’area anglo-scandinava. Benchè prima manifattur­a d’Europa, la Germania ha una catena di fornitura molto internazio­nale e ormai progetta e assembla entro i propri confini. Molta componenti­stica è ormai prodotta in Asia. Ma potrebbe dire sì alla proposta lettone di solo per calzature e parte della ceramica

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