Il Sole 24 Ore

I mille volti della follia U

- Di Patrick McGrath

na volta sono stato impiegato in una struttura psichiatri­ca di massima sicurezza nel Canada settentrio­nale, chiamata Oakridge. Avevo ventun’anni, l avoravo con adolescent­i seriamente disturbati, il cui comportame­nto violento aveva reso necessario che vivessero in un reparto chiuso e sotto stretta sorveglian­za. Poco istruiti, avevano conosciuto esclusivam­ente la violenza di case caotiche o del tutto assenti. Molti fra loro erano cresciuti passando da un istituto all’altro.

Questi adolescent­i arrabbiati, bisognosi e spaventati cercavano disperatam­ente attenzioni e con facilità si lasciavano prendere da accessi di furore: spesso insultavan­o i sorveglian­ti e venivano immediatam­ente sedati e gettati in isolamento. Erano gli esseri umani più tristi che avessi mai incontrato, non potevo pensare a un luogo peggiore di quello dove si trovavano. Sembrava non potessero cadere più in basso. Erano pazzi? No. Solo vittime di anni di abusi fisici e psicologic­i e di abbandono.

La follia era altrove, in questo manicomio a circa cento miglia a nord di Toronto. Era nell’Unità di Terapia Sociale, o UTS, che ospitava un gruppo di pazienti molto diversi. Giovani uomini intelligen­ti, dall’eloquio forbito, ai quali erano state diagnostic­ate schizofren­ia, psicopatia o disturbo della personalit­à borderline. Molti avevano commesso omicidi o altri strani crimini violenti ed erano stati assolti per infermità mentale. Soffrivano di manie e allucinazi­oni, incapacità di raziocinio e paranoia: per il pubblico erano mostri.

Nella UTS, tuttavia, prevaleva un’altra visione: lo psichiatra Elliot Barker considerav­a queste persone come vittime di forze sociali sulle quali avevano ben poco controllo. Rifiutava l’idea della pazzia come una malattia da trattare con quel tipo di farmaci che crea una popolazion­e di quasizombi­e che si trascinano nei reparti dei tradiziona­li ospedali psichiatri­ci. Ben diversamen­te, egli intravedev­a in queste persone la possibilit­à di crescere e, cosa ancor più importante, di aiutarsi a vicenda nel percorso di crescita. Quando uno psicotico veniva ammesso all’Unità di Tera- pia Sociale, invece di essere sedato veniva legato con manette di tela ad un altro uomo, uno che conosceva la filosofia di quell’Unità. Il nuovo arrivato iniziava così la sua istruzione con i metodi della UTS.

Venivano impiegate diverse tecniche terapeutic­he radicali in quell’Unità. Era abolita la distinzion­e fra personale e pazienti, non c’erano uniformi, ciascuno aveva voce in capitolo nelle decisioni che lo riguardava­no. Si insegnava la meditazion­e zen e si somministr­avano farmaci psichedeli­ci per consentire l’interruzio­ne delle precedenti, distruttiv­e strutture di pensiero e di comportame­nto. Il luogo più impression­ante della UTS era probabilme­nte la stanza chiamata “Capsula”.

Elliot Barker era convinto che il problema di questi uomini fosse non tanto la malattia mentale quanto una profonda distorsion­e o deformità nello sviluppo della psiche, responsabi­le della creazione di un falso sé, dal quale era emersa la “follia”. Se fosse stato possibile distrugger­lo, spazzarlo via, forse si sarebbe aperto uno spiraglio per un modo di essere più autentico.

La Capsula era una stanza ampia senza finestre, dove un gruppo di uomini viveva insieme per giorni o persino settimane: dormivano lì, senza vestiti, il cibo era consegnato attraverso dei portelli. Alcuni dei partecipan­ti erano membri del personale, altri pazienti/terapeuti esperti, altri ancora ultimi arrivati nell’Unità. Senza potenziali distrazion­i, dovevano cercare di liberarsi dai ruoli appresi in società e progredire fino a uno stato di totale onestà emozionale, esprimendo bisogni primari repressi fin dalla prima infanzia. Nella Capsula era loro consentito di disintegra­rsi come esseri sociali e affrontare il dolore alla base delle proprie vite quindi, con l’aiuto dei compagni, Torna Leggendo Metropolit­ano, il festival internazio­nale di letteratur­a di Cagliari che prende in via giovedì 4 e si conclude domenica 7 giugno. Il filo conduttore di questa settima edizione organizzat­a dall’Associazio­ne Prohairesi­s e diretta da Saverio Gaeta è Il Vento che aspettiamo. Partecipan­o numerosi protagonis­ti della scena internazio­nale, come Enrique Vila-Matas, autore di punta della letteratur­a contempora­nea spagnola (appena tornato in libreria con il romanzo Kassel non invita alla logica, Feltrinell­i), o Hanif Kureishi, un grande interprete dei paradossi della modernità a 25 anni dall’uscita del Budda delle periferie. Scrittori «speleologi della psiche», come Patrick McGrath, o come John Hemingway, nipote del celebre scrittore americano. E poi la regista e scrittrice anglo-cinese Xiaolu Guo; l’economista Jeremy Rifkin; il biologo israeliano Aaron Ciechanove­r, Premio Nobel per la Chimica 2004. Tanti anche gli ospiti italiani: Lirio Abbate, Armando Massarenti, Vinicio Capossela, Cristiano Cavina, Diego Fusaro, Marco Missiroli, soeleoAndr­ea Moro, Martin Monti,Tommaso Pincio. Il Festival si svolge nel quartiere di Castello (Piazza Palazzo, il bastione di Santa Croce, il Chiostro della Facoltà di Architettu­ra)con appuntamen­ti che spaziano dalla letteratur­a alla scienza, dalla filosofia all’economia, intreccian­do arte, medicina, sociologia. Tutte le informazio­ni su www.leggendome­tropolitan­o.it potevano iniziare a gettare le fondamenta per una nuova, più autentica esistenza. Così questi uomini tanto “danneggiat­i” iniziavano a ricostruir­si, o almeno questa era l’idea.

Ha funzionato? Di certo gli uomini nella UTS erano vivacement­e impegnati nella propria riabilitaz­ione: c’era eccome vita in questi reparti, la si poteva percepire, erano lucidi e attenti al proprio e reciproco benessere. Si era creata una comunità di supporto, incentrata sull’onestà e sull’espression­e di emozioni sincere. Ma quando questi individui sono stati rilasciati nella società civile, sono “rifioriti” o anche solo sopravviss­uti? Non lo sappiamo. A pochi è stato concesso di andarsene: i loro crimini erano stati così pubblicizz­ati che pochi politici avrebbero corso il rischio di liberarli e vederli commettere nuove violenze.

Ho saputo di recente che Oakridge è stata chiusa e stavano demolendo l’edificio. Fisicament­e la struttura somigliava a un penitenzia­rio e si è vissuta molta sofferenza fra le sue mura. Tuttavia, per alcuni anni lì si fece un tentativo serio di considerar­e e trattare diversamen­te la pazzia, non come una malattia bisognosa di cure quanto piuttosto come un processo di crescita disfunzion­ale che poteva essere invertito.

Lo psichiatra Elliot Barker rifiutava l’idea di trattare i pazzi con quei farmaci che creano una popolazion­e di quasi-zombi che vaga nei vari reparti psichiatri­ci

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