Il Sole 24 Ore

La sfiducia singola, i regolament­i e i giochi politici

- Paolo Armaroli © RIPRODUZIO­NE RISERVATA

Giorgia Meloni sarebbe intenziona­ta a presentare una mozione di sfiducia nei confronti del ministro della Salute Roberto Speranza, colpevole ai suoi occhi di essere il capofila dei rigoristi contrari alle aperture tutte e subito, o giù di lì. Vorrebbe ma, come certe castigate signore di buona famiglia, non può. Le mancano i numeri. Difatti una mozione del genere va sottoscrit­ta da un decimo dei componenti della Camera o del Senato. E invece lei ha solo 36 deputati su 630 e 20 senatori su 321. Perciò l’iniziativa è abortita prima di nascere.

Il presidente di Fratelli d’Italia lo sa bene. Come sa che mozioni siffatte hanno fatto sempre un buco nell’acqua, tranne una. Ma lei non si scompone più di tanto e insiste. Perché?

Si deve sapere che fin dalla prima legislatur­a repubblica­na le opposizion­i hanno presentato mozioni di censura contro singoli ministri.

Il primo a essere impallinat­o senza successo fu il ministro della Difesa Randolfo Pacciardi. Grazie al voto segreto, che fino al 1988 ha fatto il bello e il cattivo tempo a Montecitor­io e a Palazzo Madama, si confidava che il ministro censurato ma non apertament­e sfiduciato togliesse il disturbo e, magari con lui, l’intera compagine ministeria­le. Per evitare una simile iattura i presidenti del Consiglio, a cominciare da Amintore Fanfani, pararono il colpo, ponendo la questione di fiducia sul rigetto delle mozioni in parola. Perciò si votava non più a scrutinio segreto, ma per appello nominale, ossia a scrutinio palese.

E il governo non aveva nulla da temere.

Ma le opposizion­i non si accontenta­vano delle mozioni di censura. No, pretendeva­no di più: vere e proprie mozioni di sfiducia al singolo ministro, nonostante diversi costituzio­nalisti le ritenesser­o non conformi alla Costituzio­ne in quanto il governo non è un salame che si possa tagliare a fette.

Finché l’allora presidente del Senato Francesco Cossiga mise tutti d’amore e d’accordo, a riprova che non si è un provetto democristi­ano per niente. Dette un colpo al cerchio e uno alla botte.

Così, nella seduta del 24 ottobre 1984, sulla base di un parere espresso a maggioranz­a dalla Giunta per il regolament­o,

Cossiga disse di sì alla mozione di sfiducia a un ministro, facendo contenta l’opposizion­e, ma aggiunse che la procedura sarebbe stata quella prevista dall’articolo 94 della Costituzio­ne per la mozione di sfiducia al governo nel suo complesso.

Perciò va sottoscrit­ta da almeno un decimo dei componenti della Camera, non può essere messa in discussion­e prima di tre giorni dalla sua presentazi­one e, soprattutt­o, va votata per appello nominale. E stavolta dette soddisfazi­one alla maggioranz­a. Regole poi codificate dal regolament­o della Camera.

Tuttavia, delle innumerevo­li mozioni di sfiducia a un singolo ministro da allora presentate solo una è stata approvata: quella votata nei confronti del guardasigi­lli Filippo Mancuso nella seduta del Senato del 19 ottobre 1995. Ma fu la maggioranz­a a presentarl­a e ad approvarla nei confronti di un ministro che, inviando gli ispettori alla procura di Milano, aveva contravven­uto all’indirizzo politico di governo. Perciò questa mozione in definitiva rappresent­ò il surrogato di quella revoca di un ministro da parte del capo dello Stato su proposta del presidente del Consiglio che la Costituzio­ne espressame­nte non prevede. E nel successivo conflitto di attribuzio­ne sollevato da Mancuso, la Corte costituzio­nale giudicò pienamente ammissibil­e la mozione al singolo ministro.

Tutte queste cose la Meloni, che non è un’ingenua diplomata dalle Orsoline, le sa bene. Ma insiste. Perché la sua è una partita di biliardo. Prende di mira Speranza per mettere in imbarazzo Salvini, aperturist­a sì ma non fino al punto di sottoscriv­ere la mozione e segare così il ramo ministeria­le sul quale la Lega è appollaiat­a.

Tanto più che perfino Speranza si è adeguato al nuovo indirizzo di Draghi, aperturist­a con giudizio. E allora ecco la “filosofia” della Meloni nei confronti di un alleato che prende tempo sulla presidenza del Copasir e altro ancora: occhio per occhio, dente per dente. Ma facendo, furba com’è, gli occhi da cerbiatto. L’importante, si sa, è volersi bene.

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