La gior­na­li­sta al ti­mo­ne di Tv2000, ci rac­con­ta dell’amo­re che nu­tre per la sua ca­gnet­ta, spe­cia­le fi­lo ros­so che la le­ga an­che ai suoi af­fet­ti più ca­ri

Intimità - - IN COPERTINA -

Ro­ma, mag­gio rre­si­sti­bi­le,con quel suo fac­ci­no da coc­ker.Vi­va­cis­si­ma no­no­stan­te non sia più una “ra­gaz­zi­na”. E con un cuo­re gran­de co­sì. Ec­co­la qui,Aga­ta, la ca­gnet­ta di Pao­la Saluzzi. En­tra­ta nel 2005 nel­la vi­ta del­la gior­na­li­sta (ades­so al­la gui­da di Ri­trat­ti di co­rag­gio, Tv2000), da al­lo­ra la quat­tro­zam­pe si di­vi­de tra tut­ta la fa­mi­glia. Por­tan­do al­le­gria, fiu­to e sen­si­bi­li­tà là do­ve ser­ve. «Per rac­con­ta­re me­glio la sua sto­ria de­vo fa­re pe­rò una pre­mes­sa, - ci spie­ga Pao­la, 54 an­ni ap­pe­na com­piu­ti e la ca­pa­ci­tà di di­pin­ge­re i fat­ti con le pa­ro­le, crean­do con­ti­nui, co­lo­ra­tis­si­mi “af­fre­schi”. - Sì, per­ché il gior­no pri­ma di in­con­tra­re Aga­ta tro­vai una ca­gno­lo­na nel par­cheg­gio di un su­per­mer­ca­to fuo­ri Ro­ma. Aprii il por­tel­lo­ne del­la mac­chi­na per met­te­re la spe­sa e lei bal­zò den­tro. Con me c’era­no i miei due ni­po­ti, cui non pa­re­va ve­ro di aver tro­va­to un si­mi­le te­so­ro. Per cui che po­te­va fa­re una zia che ha sem­pre lot­ta­to per le in­giu­sti­zie? Già, po­te­va fa­re una so­la co­sa: por­tar­si a ca­sa la ca­gno­lo­na. Il gior­no do­po pe­rò, co­me ov­vio, con mia so­rel­la e con i miei ni­po­ti,de­ci­si di far­la vi­si­ta­re da un ve­te­ri­na­rio. So­lo che lui co­me la vide ci dis­se “Ah, ma al­lo­ra sie­te voi che ave­te ru­ba­to il ca­ne del fer­ra­men­ta!”.Gli ri­spo­si ri­den­do di ri­ve­de­re i ver­bi, per­ché noi non ave­va­mo ru­ba­to nul­la e che, co­mun­que, do­ve­va con­si­glia­re al fer­ra­men­ta di met­te­re al­me­no una me­da­gliet­ta sul col­la­re del suo ca­ne, in mo­do da po­ter­lo iden­ti­fi­ca­re. Que­stio­ne chiu­sa, co­mun­que. Poi ec­co il col­po di sce­na. Ac­can­to all’am­bu­la­to­rio del ve­te­ri­na­rio c’era un ne­go­zio di ani­ma­li do­ve in ve­tri­na era avan­za­ta,e uso di pro­po­si­to la pa­ro­la “avan­za­ta” per­ché era lu­glio, una coc­ke­ri­na di due me­si e mez­zo: Aga­ta, ap­pun­to. Bel­la co­me un pe­lu­che e con la ti­pi­ca fac­cia da coc­ker

Iche sem­bra­va dir­mi “Por­ta­mi via con te”.Mia so­rel­la,av­ven­ta­ta, en­trò nel ne­go­zio, la pre­se in brac­cio e de­ci­se all’istan­te di re­ga­lar­mi la coc­ke­ri­na: sa­pe­va be­ne che ado­ro i ca­ni da sem­pre. Ri­sul­ta­to: Aga­ta en­trò a far par­te del­la fa­mi­glia. Pec­ca­to che ven­ni su­bi­to de­fi­ni­ta un’ec­cel­len­te di­se­du­ca­tri­ce di ca­ni…».

E per­ché?

«Le spiego.Ave­vo ben chia­re cer­te re­go­le, ti­po “La pri­ma not­te bi­so­gna fa­re dor­mi­re il ca­ne in un ce­sto lon­ta­no dal pro­prio let­to, pos­si­bil­men­te in una stan­za chiu­sa”. So­lo che Aga­ta pian­ge­va, per cui, sa­pen­do per­fet­ta­men­te do­ve quel ge­sto mi stes­se por­tan­do, presi la ce­sta e la mi­si in ca­me­ra mia. Nien­te da fa­re,con­ti­nua­va a pian­ge­re e a guar­dar­mi, sì, con quel fac­ci­no lì da coc­ker. Per cui, zac, via, nel let­to con me.Sba­glia­to ma bel­lis­si­mo. E fu co­sì per pa­rec­chio tem­po, ma poi, nel 2008, do­vet­ti par­ti­re co­me am­ba­scia­tri­ce Uni­cef per il Kir­ghi­zi­stan, nell’Asia Cen­tra­le. Sa­rei do­vu­ta sta­re via per pa­rec­chi gior­ni, per cui la af­fi­dai ai miei ge­ni­to­ri.Al mio ri­tor­no, pe­rò, lo­ro co­min­cia­ro­no a tro­va­re un sac­co di scu­se di­ver­se per non ri­dar­me­la, fin­ché una se­ra pa­pà, con un to­no da ge­ne­ra­le qua­le in ef­fet­ti era, mi co­mu­ni­cò: “Ba­sta, ab­bia­mo de­ci­so che Aga­ta ri­ma­ne con noi, con te sof­fre, non ci sei mai”.Aga­ta era

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