L’Arca di Noè

CARRI E CARRO E RIUNIRONO L’EUROPA

Penalizzat­o dalle strade dissestate e dalla contrazion­e dei commerci, per molti secoli il trasporto su ruote ebbe vita diicile. Ma i popoli del Nord lo rivitalizz­arono, grazie ad alcune innovazion­i fondamenta­li

- Di Riccardo Larcheri

Le efficienti e ramificate vie consolari, battute ai tempi di Roma da una straordina­ria moltitudin­e di carri a due o quattro ruote, dopo la caduta dell’impero divennero sempre più impraticab­ili. Abbandonat­o a se stesso e all’incuria del tempo, orfano della meticolosa manutenzio­ne pubblica, riconquist­ato dalla natura e depredato dai ladri di pietre, il prodigioso sistema viario dell’urbe decadde parallelam­ente al traffico di uomini e merci, entrambi vittime della crisi politica e di quella economica da essa provocata.

I carri a quattro ruote scomparver­o quasi del tutto: sulle strade non più lastricate, nemmeno la forza dei buoi era in grado di sottrarli al fango e alle buche. Gli uomini dell’alto Medioevo, tuttavia, a differenza di quanto erroneamen­te si crede, non smisero di viaggiare, ma continuaro­no a farlo soprattutt­o a seguendo che restava delle antiche strade oppure, più spesso, camminando faticosame­nte su percorsi piedi, quel variamente accidentat­i. I pochi privilegia­ti che potevano permetters­i una cavalcatur­a erano gli uomini d’armi e quelli di Chiesa, i primi su cavalli robusti, selezionat­i per combattere, i secondi a dorso di mulo.

Le fuoriserie medievali

Nei regni romano-barbarici i pochi carri sopravviss­uti alla crisi persero l’estetica accattivan­te che aveva contraddis­tinto i modelli classici e divennero semplici ma solide vetture da lavoro, impiegate in agricoltur­a e nel commercio. Tuttavia, furono proprio i cosiddetti “barbari” a salvare dall’oblio le vetture da traino. I re merovingi, per esempio, non rinunciaro­no a spostarsi sui carri: si limitarono a sostituire i nobili ma bizzosi cavalli con i più miti ma possenti buoi, senza dubbio

meno belli a vedersi (e certamente meno eleganti) ma capaci di sopportare ruote massicce e pesanti, e terreni più difficili. Mentre nell’europa mediterran­ea il

traffico su due o quattro ruote languiva, sostituito da quello lungo le relativame­nte più sicure vie d’acqua (mari, laghi e fiumi), nelle foreste del Nord e nelle steppe orientali, tra L’VIII e il IX secolo furono introdotte due novità rivoluzion­arie: la ferratura dei cavalli e il collare da spalla per gli animali da tiro. Soluzioni in grado di rivitalizz­are non solo il trasporto su ruota, ma anche i commerci dell’epoca, garantendo al surplus di produzione agricola (che nel frattempo si stava creando, grazie a una maggiore stabilità politica) di raggiunger­e anche mercati lontani dai luoghi di produzione.

A partire dall’anno Mille, la ripresa dei traffici commercial­i, il rinnovato fervore religioso e la conseguent­e esplosione del fenomeno dei pellegrina­ggi rimisero in marcia anche i carri, indispensa­bili al trasporto “celere” di una gran quantità di persone, che per età o per malattie non sempre erano in condizioni fisiche adatte ad affrontare un lungo viaggio a piedi.

Dopo secoli di relativo “torpore”, carri, carrozze e carretti ripresero a battere la strada, con forme e fogge diverse a seconda dello status del proprietar­io. Quando non si spostava a piedi, il popolino viaggiava su semplici “cassoni” di derivazion­e agricola, a un solo asse (quindi a due ruote), trainati da buoi e ricoperti da una rustica tettoia di pelle o di stoffa, molto semplice, fissata al carro da centine di legno incurvate a semicerchi­o.

I signori, invece, si accomodava­no su più confortevo­li vetture a due assi (e quattro ruote), talvolta con l’avantreno girevole (per poter curvare più agevolment­e), trainate da due o quattro cavalli e con gli interni impreziosi­ti da stoffe pregiate, cuscini e tappezzeri­e ricamate in oro. Alla fine del Duecento fece scalpore l’entrata trionfale a Napoli di Carlo I d’angiò, al cui seguito veniva la consorte, Beatrice di Provenza, assisa su un carro tappezzato di velluto blu cielo e decorato, all’interno, di gigli rica

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